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	<title>Nave Corsara &#187; Viaggi &amp; Paesi</title>
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		<title>La Signora che sfida i militari ci invita in Birmania</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 01:39:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Turismo]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi & Paesi]]></category>
		<category><![CDATA[Aung San Suu Kyi]]></category>
		<category><![CDATA[Birmania]]></category>
		<category><![CDATA[Myanmar]]></category>

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		<description><![CDATA[Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia e Premio Nobel per la Pace nel 1991, ha trascorso 15 anni agli arresti domiciliari. Nel 1990 i militari al potere non hanno riconosciuto la vittoria elettorale del suo partito. di Ivano Sartori Aung San Suu Kyi si candida alle prossime elezioni della Birmania [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/11/21/la-signora-che-sfida-i-militari-ci-invita-in-birmania/aung-3/" rel="attachment wp-att-34513"><img class="aligncenter size-large wp-image-34513" title="aung" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/11/aung1-580x383.jpg" alt="" width="580" height="383" /></a>Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia e Premio Nobel per la Pace nel 1991, ha trascorso 15 anni agli arresti domiciliari. Nel 1990 i militari al potere non hanno riconosciuto la vittoria elettorale del suo partito.</strong></p>
<p><strong>di Ivano Sartori</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Aung San Suu Kyi si candida alle prossime elezioni della Birmania che da tempo si fa chiamare Myanmar per demagogica avversione della giunta al potere con il nome coloniale inglese Burma. La Signora della Birmania si candida e <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/11/19/aung-san-suu-kyi-si-candida-turisti.html">invita i turisti a tornare a visitare il suo Paese.<span id="more-34453"></span></a></p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni passati, si è parecchio discusso, negli ambienti del giornalismo di viaggio da cui provengo, se fosse o meno opportuno accettare inviti da un Paese politicamente isolato,messo all&#8217;indice dalla comunità internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevo rifiutato gli inviti a visitare il Sudafrica per tutta la durata dell&#8217;Apartheid poiché gli inviti nascondevano l&#8217;ovvio veleno della propaganda da inoculare nei lettori più incauti con il pungiglione della penna.</p>
<p style="text-align: justify;">In Birmania ci sono stato tre volte, l&#8217;ultima nel marzo dello scorso anno. Non avevo ricevuto inviti. Ero stato mandato dal mio giornale. Quindi, nessuno poteva chiedermi nulla e aspettarsi nulla. E non ho dato nulla se non l&#8217;entusiasmo per la bellezza del Paese, della sua gente, del paesaggio, dei suoi monumenti, a cominciare dai templi di Pagan e dalle pagode di Mandalay e Rangoon, ribattezzata Yangon dai soliti militari. Una bellezza pittoresca che, bisogna ammetterlo, il più delle volte deriva da una situazione di dura arretratezza. Gli spaccapietre lungo le strade e quelli che battono le foglie d&#8217;argento con le forza delle braccia negli antri oscuri delle officine dove fanno shopping i turisti, faranno la felicità dei fotografi amanti del colore, ma sono la testimonianza di condizioni di vita e di lavoro prossime, per non dire coincidenti, con la schiavitù.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che più mi ha colpito è sempre stata la sorveglianza cui sono sottoposti i visitatori, il clima occhiuto che ti senti addosso e ti induce persino a sospettare della guida che ti accompagna e che non hai scelto tu. Nell&#8217;ultimo viaggio, per esempio, sono stato ossessionato dalla curiosità della guida che continuava a chiedermi perché visitassi le sponde del lago Inle e mi aggirassi per il Paese da solo, senza essere intruppato in un gruppo e senza un familiare al fianco, nonostante avessi dichiarato di avere moglie e figlia. Perché loro sono a casa e tu sei qui? Dovevo inventare scuse, badando che fossero tra di loro coerenti per non cadere in contraddizione. Va da sé che non avevo dichiarato la vera ragione che avrebbe potuto giustificare quel vagabondaggio solitario.</p>
<p style="text-align: justify;">Non l&#8217;avevo contata giusta sulla mia professione. Se all&#8217;atto della richiesta del visto dici di essere giornalista o ti rifiutano l&#8217;ingresso o ti marcano a vista una volta dentro. La prima volta mi ero dichiarato falegname. Le due volte successive, impiegato. Come ebanista avrebbero potuto mettermi alla prova. Come impiegato, la mia competenza era insindacabile.<br />
Fanno da corollario alla sorveglianza, la proibizione di usare Internet e il cellulare. L&#8217;isolamento è totale. La prima sera, quando arrivai nel mio albergo di Rangoon provenendo da Bangkok, chiesi al direttore se potessi usare Internet. Volevo far sapere a casa che non mi avrebbero sentito per una settimana. Il direttore, dopo essersi guardato attorno, come se temesse spioni nascosti dietro i tendaggi, e non prima di avere spedito l&#8217;impiegata a compiere un&#8217;immaginaria commissione, mi consentì l&#8217;uso del computer nel suo ufficio. Scrissi un&#8217;e-mail a casa e fu l&#8217;ultimo contatto con il mondo libero prima di restare vigilato speciale per il resto del mio soggiorno.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima volta a Rangoon, e credo che sia stato una quindicina d&#8217;anni fa, tentai di raggiungere la casa di Aung San Suu Kyi, meta vietatissima, con uno stratagemma. D&#8217;accordo con la direttrice dell&#8217;albergo, un&#8217;europea, la sola al corrente della mia intenzione, mi feci lasciare dal taxi in un punto strategico sufficientemente lontano dalla casa della Signora, tale da non suscitare sospetti nel taxista. Partendo da lì e dirigendomi verso il mio albergo avrei dovuto passare inevitabilmente davanti alla residenza della scomoda dissidente. Cinquanta metri prima che vi arrivassi, due o tre tizi in ciabatte infradito e senza uniforme, all&#8217;ombra di un ombrellone da bar piazzato in mezzo alla strada, mi ingiunsero il dietro front. Mappa alla mano, mostrai a gesti e a parole che quello era il percorso più breve e razionale per ritornare al mio albergo. Non vollero sentire ragioni. Chiesi perché non potessi proseguire oltre su quella strada. Mi dissero che non si poteva e basta. Cominciavano a spazientirsi e a gesticolare sempre più nervosamente per farmi capire che dovevo tornare sui miei passi senza fare storie né altre domande. Se avessi insistito, avrebbero probabilmente mangiato la foglia e avrei forse passato qualche guaio. Ero lì per descrivere le attrattive del Paese, non per assaggiarne le prigioni. Desistetti.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta a casa, scrissi della bellezza della Birmania, che avevo visto, sia a terra sia durante la mia crociera sul fiume Irrawaddy. Raccontai la storia dell&#8217;irraggiungibilità della casa di Aung San Suu Kyi. Non mi concederanno più il visto, dovrò attendere il ritorno della democrazia, pensai. Invece sono entrato in Birmania altre due volte. Al di fuori dei confini nazionali la vigilanza birmana fa cilecca.</p>
<p style="text-align: justify;">Proviamo a dare retta ad Aung San Suu Kyi, che i suoi fedelissimi non chiamano più Daw, Signora, ma Mother, Madre. Visitiamo il suo Paese. Cerchiamo di raggiungere la sua casa. Dalla possibilità o meno di riuscirci potremo rilevare lo stato di un Paese che cerca di tornare alla normalità e alla democrazia. Potremo fotografare condizioni di lavoro da denunciare una volta a casa. E comunque godremmo della bellezza che è straordinaria per l&#8217;abbondanza della sua arte, la generosità della sua natura e la gentilezza sorridente dei suoi abitanti, così come è spietato con i suoi monaci dissidenti, con gli oppositori e con la sua sfortunata popolazione costretta spesso a condizioni di lavoro disumane. Vale la pena di provare, ora che siamo moralmente autorizzati dalla Signora della Birmania. (da <a href="http://domani.arcoiris.tv/birmania-adesso-possiamo-andare/#more-13509">domani.arcoiris.tv</a>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/11/21/la-signora-che-sfida-i-militari-ci-invita-in-birmania/birmania_ivano_monaci_10032010042/" rel="attachment wp-att-34455"><img class="aligncenter size-large wp-image-34455" title="Birmania_Ivano_monaci_10032010(042)" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/11/Birmania_Ivano_monaci_10032010042-580x435.jpg" alt="" width="580" height="435" /></a>Qui sono con due giovani monaci di un piccolo monastero dove ho sostato durante una scarpinata nell&#8217;entroterra del lago Inle.</strong></p>
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		<title>La lingua sbatte dove il Danntte duole. Strafalcioni e orrori dell&#8217;idioma italiano, raccolti in giro per il mondo</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Aug 2011 01:01:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lingua italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi & Paesi]]></category>
		<category><![CDATA[Made in Italy]]></category>

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		<description><![CDATA[Testo e foto di Pietro Scòzzari * Occhi e orecchie pronti, Signori e Signore? Sedetevi, accomodatevi sul divano, tenetevi stretti. Letterati e linguisti, prendete un calmante. Il viaggio attraverso il massacro della nostra lingua sta per iniziare. Il dizionario non vi servirà. Tanto, nel mondo là fuori, nessuno lo usa. Made in Italy, il veicolo della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte19-3/" rel="attachment wp-att-31082"><img class="aligncenter size-large wp-image-31082" title="Danntte19" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte192-509x580.jpg" alt="" width="509" height="580" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://pietrotimes.blogspot.com/2011/07/la-lingua-di-danntte.html">Testo e foto di Pietro Scòzzari</a> *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Occhi e orecchie pronti, Signori e Signore? Sedetevi, accomodatevi sul divano, tenetevi stretti. Letterati e linguisti, prendete un calmante. Il viaggio attraverso il massacro della nostra lingua sta per iniziare. Il dizionario non vi servirà. Tanto, nel mondo là fuori, nessuno lo usa.<span id="more-31067"></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Made in Italy, il veicolo della piaga</strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte1/" rel="attachment wp-att-31069"><img class="aligncenter size-full wp-image-31069" title="Danntte1" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte1.jpg" alt="" width="567" height="389" /></a><br />
Le nostre sono lacrime di coccodrillo. Come un untore di manzoniana memoria, il Grande Virus, il bacillo infettante aerobico, ce lo siamo costruito con le nostre stesse manine. Applaudiamo le vittorie della Ferrari, esportiamo con orgoglio e foraggiamo i grandi stilisti della moda, facciamo di tutto per registrare il marchio DOC dei nostri prodotti culinari? Non lamentiamoci, dunque, se il resto del pianeta ci scimmiotta. Se ci tarocca l’anima, per non parlare delle grammatica. Mio nonno, negli ultimi anni di vita, faceva questione d’onore quella di usare l’essi, alla D’Alema, al posto del dilagante loro. «Essi hanno già mangiato?», mi chiedeva per sapere se avevo dato lo sbobbone di riso e carne ai cani, verso l’ora di pranzo. Non so, mi suonava e continua a suonarmi strano. «La lingua cambia, nonno. Si muove e cambia pelle, come una biscia. Non rimane sempre uguale a se stessa», era la mia replica da saputello che faceva immancabilmente scatenare discussioni linguistiche, etiche, culturali, zoologiche. Si rischiava di scomodare la bandiera, in tali annodate circostanze. Il gap generazionale, come direbbe qualche giornalista contadino tutto sinergie e trend, si faceva sentire.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte3/" rel="attachment wp-att-31070"><img class="aligncenter size-full wp-image-31070" title="Danntte3" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte3.jpg" alt="" width="567" height="374" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La mia istruzione tardosessantottina era altra cosa dalla sua, inculcata a base di fasci, d’annunzi e righelli sbattuti sulle mani degli scolari più asini. Le sue basi erano state costruite sugli essi, le mie sulle assemblee di classe, dove per forza di cose &#8211; seppure si svolgessero tra muri ipoteticamente dedicati all’istruzione &#8211; la correttezza grammaticale era un futile accessorio (più fondamentale il mazzo di carte per farsi un tressette nei bagni del liceo). Seppellito l’amato nonno è stata seppellita pure la lingua di Dante? Ho come l’impressione che sia andata così.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte5/" rel="attachment wp-att-31071"><img class="aligncenter size-full wp-image-31071" title="Danntte5" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte5.jpg" alt="" width="567" height="372" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Vagando per il mondo nell’ultimo ventennio sono stato testimone di un’escalation dell’Orrore, come avrebbe detto il colonnello Kurtz, cresciuta di pari passo al diffondersi del Made in Italy. I menu dell’universo, dai ristorantini per fricchettoni sul lago Atitlán in Guatemala a quelli che se la tirano, per l’élite con i soldi di Bangkok o São Paulo, mangiatoie a cinque stelle e cinque zeri (e spesso cinque in pagella, in quanto a contenuti dei piatti), sono il Grande Libro della Bestemmia che circola impunito nei quattro angoli del globo. Ormai tutti mangiano italiano, per cui i menù si sono dovuti adattare. Lasciando, però, troppo spesso, la grammatica in cantina. Si è quasi offeso, tempo fa, un caro amico indiano con un ristorantino a Goa, il giorno in cui mi è capitato il suo menu con pagine e pagine di roba italiota.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte7/" rel="attachment wp-att-31072"><img class="aligncenter size-full wp-image-31072" title="Danntte7" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte7.jpg" alt="" width="567" height="376" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante l’educazione dalle Orsoline, dopo un po’ non ce l’ho più fatta, e sono finito a rotolarmi dalle risa sotto il tavolo. Sembrava che qualcuno scientificamente si fosse messo a massacrare, sillaba per sillaba, tutto ciò che vi era riportato. «Chi lo ha scritto, Sanjay?», gli ho domandato tra un singhiozzo e una lacrima da crisi isterica di riso. «Ganesh, il mio cuoco di Katmandu». Eppure, anni prima, sbafavo ottime tagliatelle quotidiane al ristorante La Dolce Vita della capitale nepalese. Evidentemente Ganesh non aveva lavorato al Dolce Vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte8/" rel="attachment wp-att-31073"><img class="aligncenter size-full wp-image-31073" title="Danntte8" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte8.jpg" alt="" width="567" height="373" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sia come sia, non di sola grammatica i nostri piatti vengono maltrattati. Una sera, diversi anni fa, alcuni amici mi portarono in un ristorante italiano sciccoso di São Paulo. Volevano fare bella figura e, in qualche modo, farmi sentire a casa. Camerieri con la puzza sotto il naso, di quelli che ti versano liquami nel bicchiere non appena ne bevi un millilitro. Scorrendo il menù, gli occhi mi vennero presi a schiaffi su due voci che osai ritenere strane: Espagueti ao ragù e Espagueti à Bolonhesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver mangiato per un trentennio buono il ragù buonissimo di nonna bolognesissima, mi si era improvvisamente offuscato l’intelletto. Ma come, non sono la stessa cosa?, mi domandai retoricamente, consapevole della bestemmia interna (entro i confini italici) di come già fuori le antiche porte di Bologna il ragù prenda il nome di «sugo alla bolognese’» (li mortacci loro). Osai esprimere il mio dubbio al cameriere, che senz’altro mi prese per un cliente puntiglioso e rompiculhões. Dall’alto al basso, mi rispose schifato: «à Bolonhesa è un sugo di carne, mentre ragù, óbvio, è con i funghi». L’ignorante non ce lo mise, a fine didascalia, ma era incluso nel conto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte9/" rel="attachment wp-att-31074"><img class="aligncenter size-full wp-image-31074" title="Danntte9" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte9.jpg" alt="" width="386" height="567" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Detto ciò, per carità, non prendetemi per uno snob che non si rende conto di quanto noi massacriamo le lingue altrui. Mai dimenticherò, ad esempio, un italiano che, entrato in un bar del Morro de São Paulo (Bahia, Brasile), ordinò alla cameriera, con la massima disinvoltura, un suco de manteiga (succo di burro). In realtà ne voleva uno di papaya (mamão), entrambi iniziavano con ma, dunque&#8230; Gli occhi e il cervello della cameriera, per qualche secondo, mi sembrò che andassero in corto circuito, e lo schifo provocatomi solo dall’idea di un succo di burro bloccò immediatamente il flusso del liquido della mia cannuccia.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Non di soli menu la lingua muore</strong></h3>
<p><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte10/" rel="attachment wp-att-31075"><img class="aligncenter size-full wp-image-31075" title="Danntte10" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte10.jpg" alt="" width="567" height="388" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Accettato, in qualche modo, che tutti là fuori hanno il diritto di massacrare la nostra cucina come gli pare (i clienti di Sanjay sono perlopiù russi, e questo vi dovrebbe bastare), torniamo al Made in Italy, vetrina scintillante del nostro essere italiani. Anche qui non dovremmo avere la presunzione di sentirci gli unici a essere linguisticamente stuprati. Anche solo per una questione statistica, l’inglese è la lingua che più sanguina e lacrima.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte12/" rel="attachment wp-att-31076"><img class="aligncenter size-full wp-image-31076" title="Danntte12" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte12.jpg" alt="" width="567" height="375" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">I miei occhi, per esempio, non sono mai stati abbandonati dalla visione di una maglietta che un bambino portava su un autobus senegalese, dov’era ritratto Ronaldo pre-ingrasso con la divisa della seleção e la scritta INTERMILAN &#8211; Foodboll Legend (nel foodboll un segnale preveggente del suo aumento di stazza?). Oppure l’insegna fantascientifica di un negozio di scarpe a Goiânia, Brasile: Foot shoes, Scarpe per i piedi. L’elenco potrebbe andare avanti a oltranza, ma è meglio se mi fermo e torno ai cosiddetti stilisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte13/" rel="attachment wp-att-31077"><img class="aligncenter size-full wp-image-31077" title="Danntte13" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte13.jpg" alt="" width="567" height="384" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Armani, Versace, Dolce e Gabbana, tutti meravigliosamente taroccati sulle bancarelle di Erevan, in Armenia, così come su quelle di Manila. Il prezzo del successo globale si paga anche in termini di scopiazzatura da due soldi, in fondo pure questa un lucroso passaparola (quando e se il poveraccio con ambizioni di griffe avrà fatto i soldi comprerà gli originali) che serve a mantenere «alto» il nome. Ma quello che credo sia più interessante è la «cornice linguistica» che fluttua attorno ai Grandi Nomi: l’italianità intesa come plus, come brodo primordiale che eleva la qualità dell’abito, cibo o film che sia e, di rimando, di chi lo veste, mangia, guarda.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte14/" rel="attachment wp-att-31078"><img class="aligncenter size-full wp-image-31078" title="Danntte14" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte14.jpg" alt="" width="567" height="398" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’italianità a trecentosessanta gradi là fuori è di moda, che lo vogliamo o meno. Cioccolatini cinesi, parmigiani tedeschi, telenovelas latinoamericane, stilisti asiatici: tutti, in qualche modo, ripescano in un immaginario italicus dai confini sfumati (altrimenti che immaginario sarebbe). Immaginario che, tradotto in una pennellata di pseudoitalianità data qua e una là, produce valore aggiunto sulla merce proposta. Bellicimo, recita un cartellone di qualche stilista dello Sri Lanka affisso lungo la strada principale di Colombo. Vi è ritratto una specie di clone di Hugh Grant sorridente che rimanda a stili di vita e del vestire primomondisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte15/" rel="attachment wp-att-31079"><img class="aligncenter size-full wp-image-31079" title="Danntte15" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte15.jpg" alt="" width="567" height="373" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Dev’essere una colpa della mia puntigliosità, ma se io fossi uno stilista di Colombo &#8211; o di Nairobi &#8211; in questi tempi di internet sprecherei tre secondi della mia esistenza e andrei a vedere come cippa si scrive bellissimo. Ma il sentire italicus non è geometria né base per altezza diviso due: trattasi di sentire e, come tale, ha i contorni opachi, non necessariamente tirati con il righello. Dunque vanno benissimo mutande Valantino o Huomo, l’importante è che non stringano troppo nelle parti intime e che profumino di italianità. Le precisioni della lingua lasciamole a quegli isterici nullafacenti degli intellettuali.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Consonanti doppie, un’opinione</strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte22/" rel="attachment wp-att-31083"><img class="aligncenter size-large wp-image-31083" title="Danntte22" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte22-580x417.jpg" alt="" width="580" height="417" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Certo è che la nostra lingua è rognosetta. Grammatica tosta, pronuncia e capriole con la lingua non per tutti, quantità infinite di eccezioni alle regole. Ce n’è abbastanza per competere con un ceco o un ungherese, in quanto a difficoltà. Ma, almeno tra cugini latini, le cose dovrebbero essere più facili. Il condizionale è d’obbligo, il succo di burro lo conferma. La prima volta che prendo una classe o uno studente per insegnargli italiano inizio con le due-tre regole d’oro (variabili a seconda della provenienza della ciurma, a grandi linee divisa tra mondo anglofono e mondo latino). Regola ricorrente è: «Per pronunciare una doppia consonante immagina che le consonanti non siano due, ma tre» (quattro per i più somari). Il trucchetto, dopo qualche bacchettata iniziale, sembra funzionare. Godo ogni volta che sento uno dei miei discepoli soffermarsi, trascinarsi, grattugiarsi il palato su una doppia (tripla) r, n, t. Com’è noto, però, il mondo portoghese e quello ispanico non ce la possono fare in questo campo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte25/" rel="attachment wp-att-31084"><img class="aligncenter size-large wp-image-31084" title="Danntte25" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte25-580x385.jpg" alt="" width="580" height="385" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La mia amica Flávia, brasiliana da sempre a Bologna, tira eccellenti sòccia nei momenti topici della quotidianità, ma un fatto per lei sempre e solo sarà un fato, anche se dovesse reincarnarsi sei-sette volte sotto le Due Torri. E, di nuovo: vale il contrario. Non crediamo di essere migliori, una volta là fuori cadiamo negli stessi errori. Per parlare francese (senza saperlo) basta parlare dialetto bolognese, per parlare spagnolo è sufficiente aggiungere una s a tutte le parole, e per parlare portoghese un ao. Intere campagne pubblicitarie hanno campato su questo sciocchezzaio, su questo Bignami caciottaro da emergenza linguistica. Il papa Giovanni Paolo II, quando in Brasile, emetteva suoni da far accapponare la pelle. Qualche fedele, forse, lo capiva pure. Ma certo è che lui, almeno, ce provava. Noi quand’è che cominciamo a farlo?</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Paese di poeti, navigatori e tronisti</strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte26-2/" rel="attachment wp-att-31085"><img class="aligncenter size-large wp-image-31085" title="Danntte26" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte261-580x385.jpg" alt="" width="580" height="385" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Questo mio, può apparire come un grido nel vuoto, se consideriamo il background socio-culturale &#8211; come direbbe qualche sociologo da Costanzo &#8211; che ci avvolge. I congiuntivi sono andati a farsi benedire da quel tempo, persino tra i giornalisti della TV, che in teoria dovrebbero avere/offrire un livello minimo di istruzione (per non parlare di ogni volta che devono affrontare un vocabolo straniero). Ricordate i tempi del «Dentone» di Alberto Sordi? Forse coincidevano con quelli degli essi nonneschi, ma… quanta eleganza.<br />
Oggi, che lo stile da tronista ha scalzato a suon di gel l’ABC della grammatica imparata alle scuole elementari, non siamo più in alcuna posizione per dire a quelli là fuori «Ehi, ragazzi, che cosa vi ha fatto di male la nostra lingua?». Al più, chi se la sente, può cercare, con gentilezza e un sorriso, di trasmettere la bellezza della nostra lingua (che fu).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte27/" rel="attachment wp-att-31086"><img class="aligncenter size-large wp-image-31086" title="Danntte27" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte27-580x385.jpg" alt="" width="580" height="385" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Io ci ho provato, più volte, insegnando l’italiano qua e là, dove capitava e quando avevo bisogno di arrotondare la paghetta. Esperienza di grande interscambio, quella dell’insegnamento. Soprattutto quella volta in cui ho fatto da supplente in una scuola privata di Goiânia, in Brasile. Il professore ufficiale, schiantatosi in moto, aveva dovuto prendere qualche giorno di permesso per rincollare i polsi. Mi appiopparono una classe di quattro gatti, i quali mi passarono il testo ciclostilato sul quale stavano lavorando, una composizione scritta dallo stesso professore. Il cattedratico si era IN-VEN-TA-TO parole italiane, oppure ne aveva italianizzate alcune dal portoghese. Inorridii, ma feci finta di niente. Non volevo portare via la sedia a nessuno e, si sa, i sindacati in Brasile sono cattivelli. Non avrei voluto, poi, dover riaggiustare i miei, di polsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte30/" rel="attachment wp-att-31087"><img class="aligncenter size-large wp-image-31087" title="Danntte30" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte30-580x385.jpg" alt="" width="580" height="385" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dal Jornal Gazeta, giornale di Bento Gonçalves (Rio Grande do Sul, Brasile). In occasione di una mia visita alle comunità venete colà trapiantate.</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>SALUTI A PIETRO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Saluti a PIETRO SCOZZARI il giornalista italiano che é in visita nella nostra regione. lui nel altra volta che é venuto qui ha fatto molta publicita degli punti di turismo regionale, ed é sempre buono che la nostra regione sia conosciuta in italia. un altra volta volta saluti PIETRO! E qui siamo un altra volta con paura che sucedano guai via par il mondo. speremo che tutto vada a posto suo e che niente di bruto succeda in giro vero buona gente! qui il registro del grande incontro della famiglia lucchese, che é successo nel ultimo giorno 16 nel salone del barracão. piu di setecento persone hanno partecipato. la origine della famiglia luccheseéarrivata qui a bento é della citta di pordenone, nella regione friuli italia. ma in italia esiste anche una citta che si chiama lucca, e di li c’e anche una procedenza dei lucchesi, perche esiste anche un associazione che si chiama lucchesi nel mondo. salute a tutti della famiglia lucchese, bene ora vi salutiamo a tutti e fino alla prossima settimana qui nel giornale gazeta. e su co le reccie parche la vita bisogna vierla con amore… vero amore pero!</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte20/" rel="attachment wp-att-31088"><img class="aligncenter size-full wp-image-31088" title="Danntte20" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte20.jpg" alt="" width="373" height="567" /></a></p>
<h3 style="text-align: center;"><strong>Incontri in autobus</strong><br />
Tema (da me) scritto l’8 ottobre 1975</h3>
<p style="text-align: justify;">Pochi giorni fa tornando dal centro, ho incontrato in autobus tre miei compagni di scuola: Stefano Simoni, Alberto Testoni, Alessandro Zanetti. Per un po’ abbiamo parlato delle cose che abbiamo fatto durante le vacanze. In autobus, appena salito avevo scambiato Alessandro Zanetti per la sorella di Simoni. Quando gliel’ho detto s’è arrabbiato (aveva ragione). Dopo abbiamo ripreso a chiacchierare. Poco dopo Simoni è sceso. Dopo ho fatto vedere dei giornalini a Sandro e mi ha detto che Simoni ne aveva tanti. Poco dopo è sceso Alessandro Zanetti. Dopo però ho dovuto salutare anche Alberto perché siamo scesi alla stessa fermata. È la prima volta che incontro tanti amici assieme in autobus. (<em>Giudizio dato dalla maestra: Suff</em>.)</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/08/14/la-lingua-batte-dove-il-danntte-duole-orrori-e-strafalcioni-della-lingua-italiana-in-giro-per-il-mondo/danntte29/" rel="attachment wp-att-31089"><img class="aligncenter size-large wp-image-31089" title="Danntte29" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/08/Danntte29-385x580.jpg" alt="" width="385" height="580" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pietro Scòzzari</strong> (Bologna, 1965) è fotografo, traduttore, scrittore e accompagnatore turistico. Tra i suoi libri, L&#8217;isterico a metano e Tropico Banana, entrambi editi da Feltrinelli.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Iaban&#8217;i Boto Misa, il contadino malgascio che «collaborò» con i bianchi del trattore e fu punito dalla sua gente</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 02:48:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie vere]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi & Paesi]]></category>
		<category><![CDATA[Madagascar]]></category>

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		<description><![CDATA[Iaban&#8217;i Boto Misa davanti alla sua abitazione. di Rahalakely Davida * Lo vedevo arrivare, lungo il sentiero di terra rossa che si apriva nella fitta vegetazione, con l&#8217;inconfondibile incedere di chi aveva camminato per tutta la vita. Magro come la fame, con le gambe ossute e sottili come due canne di bambù che gli spuntavano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: 'Lucida Grande'; font-size: medium;"><a style="font-family: 'Lucida Grande'; font-size: medium;"><img class="aligncenter size-large wp-image-29817" title="Iaban'i Boto Misa_1" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/07/Iabani-Boto-Misa_11-580x361.jpg" alt="" width="580" height="361" /></a></span></strong><strong>Iaban&#8217;i Boto Misa davanti alla sua abitazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>di Rahalakely Davida *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo vedevo arrivare, lungo il sentiero di terra rossa che si apriva nella fitta vegetazione, con l&#8217;inconfondibile incedere di chi aveva camminato per tutta la vita. Magro come la fame, con le gambe ossute e sottili come due canne di bambù che gli spuntavano da un perizoma lacero, sotto un «akanjo be» (copribusto tribale) tessuto con la paglia di rafia.<span id="more-29790"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;inseparabile machete dal manico lungo, appoggiato a bilanciere su una spalla, reggeva il fagotto da viaggio, anch&#8217;esso intrecciato con la stessa fibra vegetale del vestito, mentre la vecchia mano color palissandro, percorsa da mille cicatrici e rughe nere, ne controbilanciava il peso.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;era ancora una parvenza di forza che emanava da quella figura anziana, quella forza che non si vede ma che lascia intuire la sua presenza. Forse proveniva dai piedi, enormi, a pianta larghissima e decisamente sproporzionati rispetto al resto del corpo. Le migliaia di chilometri percorse da quei piedi, che non avevano mai conosciuto calzature, avrebbero disintegrato qualsiasi pneumatico e, a dispetto delle gambe, nessuno che li vedesse avrebbe mai osato definirli «dolci». Quando raggiungeva la soglia di casa mia, dopo aver percorso i 24 chilometri che la separavano dalla sua capanna nel cuore della foresta, allungava la mano in religioso silenzio per dare inizio al lungo saluto che dovevamo scambiarci e celebrare sempre, nella circostanza di quegli incontri.</p>
<p style="text-align: justify;">Si trattava del «Finaritra» (parola intraducibile). Una serie di domande e risposte rituali che strutturavano questo singolare e complesso saluto, caratteristico solo della tribù degli Antaimoro. A Finaritra concluso, talvolta, mi chiedeva educatamente il permesso di potersi sedere per riposare un po&#8217;. Si scusava dicendo che ormai era diventato vecchio, quasi a lasciarmi intendere che da giovane non si sarebbe certo dovuto riposare dopo una passeggiatina del genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo nome, tradotto in lingua italiana, significa: «Il padre di Boto Misa» (Boto Misa era il primo dei suoi figli).</p>
<p style="text-align: justify;">Questo perché nella foresta del Madagascar, dove egli era nato e vissuto, ogni persona col trascorrere degli anni perde progressivamente il proprio nome di gioventù, assumendo quello dei figli più grandi. Maschi o femmine che siano. Nella tribù degli Antaimoro la vita umana è considerata un breve episodio, che può assumere valore in un contesto più grande solo nella misura in cui prosegue anche dopo di noi, attraverso ciò che abbiamo generato e lasciato in eredità a questo mondo. I figli, a pieno titolo, fanno parte di questa eredità.</p>
<p style="text-align: justify;">Iaban&#8217;i Boto Misa era considerato da tutti «Olona Masina» (uomo salato), ovvero: un santo.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un profondo conoscitore del rito ancestrale, delle usanze della tribù, ma la sua straordinaria intelligenza, già intercettata in passato da un fervido etnologo gesuita, gli aveva consentito di comprendere il significato della religione cristiana e della sua liturgia. Il suo coraggio poi, lo aveva spinto a tentare di coniugarne il valore umano con quello del rito tribale, consacrandolo catechista del villaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">La scelta di votarsi in qualche modo al cristianesimo e alla «cristianizzazione» della sua gente, gli aveva procurato diversi nemici, almeno fra gli indigeni più conservatori. Infatti, l&#8217;animismo originario di questo popolo era insito in ogni loro quotidiano gesto, dalla coltivazione delle risaie alla pesca nel mare o nel fiume, fino alle regole che governavano la convivenza sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Molte delle antiche usanze che riguardavano la coltivazione, ad esempio, erano anche alla base della deficienza alimentare e delle precarie condizioni sanitarie in cui versava la popolazione e il tentativo di cambiarle convertendole in abitudini più sane e produttive spaventava i più timorosi, così come faceva incazzare i più bellicosi.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/07/20/iaban-i-boto-misa-il-malgascio-che-%c2%abcollaboro%c2%bb-con-i-bianchi-del-trattore-un-rivoluzionario-punito-dalla-sua-gente/iabani-boto-misa_1-3/" rel="attachment wp-att-29821"><img class="aligncenter size-full wp-image-29821" title="Iaban'i Boto Misa_1" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/07/Iabani-Boto-Misa_12.jpg" alt="" width="557" height="414" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Periodicamente qualche bastardo incendiava la casa di Iaban&#8217;i Boto Misa, fatta di legno, cortecce e foglie, oppure dava alle fiamme i raccolti delle sue risaie, con gli alberi da frutto, le piante di caffè o quelle di garofano. Questi attentati gli rendevano la vita un vero calvario. Inoltre, contribuivano ad ingigantire il suo profilo, per così dire spirituale, sortendo un effetto contrario a quello per il quale venivano concepiti e portati a compimento. Ormai, per annientare Iaban&#8217;i Boto Misa e, quelle ritenute le sue velleità progressiste, non restava che ucciderlo. E questo, lui lo sapeva bene. Nonostante ciò, anche quel giorno era venuto fin da noi, alla Fondation medicale d&#8217;Ampasimajeva, per parlare di un progetto che lo riguardava molto da vicino e del quale gli avevamo già accennato tempo prima: si trattava di costruire un barrage (uno sbarramento in terra battuta) che avrebbe  racchiuso le acque piovane in un piccolo bacino, il quale si sarebbe formato a monte delle sue risaie.</p>
<p style="text-align: justify;">Un canale «deversoir» scavato a una certa quota avrebbe consentito di far defluire a valle delle risaie stesse l&#8217;acqua delle grandi piogge, salvando i raccolti dalle inondazioni, mentre qualche tubo galleggiante avrebbe attinto l&#8217;acqua dal bacino di raccolta per una irrigazione più calibrata nella stagione secca, convogliandola in un canale più basso che avrebbe alimentato direttamente i terreni coltivati.</p>
<p style="text-align: justify;">Si trattava insomma di una vera e propria innovazione tecnologica che non badava certo all&#8217;umore degli spiriti e non teneva in nessuna considerazione il loro eventuale parere. La realizzazione di questa piccola opera rurale nella foresta, doveva servire come esempio per la popolazione locale, a dimostrare la possibilità di avere qualche ragione contro le ingiurie delle stagioni che, già a quei tempi e in quel luogo così remoto della terra, non erano più quelle di una volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel contempo però, avrebbe attirato su Iaban&#8217;i Boto Misa le ire e l&#8217;invidia dei suoi nemici, pronti ad incolparlo per ogni genere di disgrazia che fosse capitata alla tribù, dai fulmini alle esondazioni del fiume, dalle malattie ai decessi, tutto causa il suo atteggiamento poco accorto al volere degli spiriti degli antenati.</p>
<p style="text-align: justify;">A dire il vero anche altre persone erano in seguito venute a chiederci di costruire qualcosa di simile sulle proprie risaie, ma noi avevamo pochissimi mezzi e ancor meno esperienza. Dovevamo provare con gente affidabile, e su risaie lontane dai villaggi. A riaccendere l&#8217;interesse per il «progetto barrage» era stato l&#8217;arrivo dall&#8217;Italia del nuovo trattore, con tanto di escavatore posteriore e pala anteriore, che io e Giorgio eravamo andati a sdoganare nel lontano porto di Tamatave. Un viaggio epico, durato 15 giorni, di cui una settimana interamente trascorsa al volante del trattore stesso, sulla via del ritorno.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/07/20/iaban-i-boto-misa-il-malgascio-che-%c2%abcollaboro%c2%bb-con-i-bianchi-del-trattore-un-rivoluzionario-punito-dalla-sua-gente/barrage1-2/" rel="attachment wp-att-29900"><br />
</a><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/07/20/iaban-i-boto-misa-il-malgascio-che-%c2%abcollaboro%c2%bb-con-i-bianchi-del-trattore-un-rivoluzionario-punito-dalla-sua-gente/barrage-2/" rel="attachment wp-att-29901"><img class="aligncenter size-large wp-image-29901" title="barrage" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/07/barrage2-580x376.jpg" alt="" width="580" height="376" /></a>Una fase della costruzione del barrage.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A bordo di questo potente prodigio dell&#8217;ingegno umano avevamo fatto un rientro trionfale al nostro ospedale nella foresta, attraversando il villaggio di Ampasimanjeva con un codazzo di gente e di bambini pericolosamente appesi ad ogni parte del mezzo agricolo che non ruotasse.</p>
<p style="text-align: justify;">Cominciammo i lavori in piena stagione secca, l&#8217;unica durante la quale era possibile raggiungere col trattore le terre di Iaban&#8217;i Boto Misa. Quattro ore di viaggio ci separavano da quelle lontane colline di «brousse»  (una sorta di savana malgascia) e le impiegavamo percorrendo prima la strada lungo il fiume e poi deviando a nord, lungo il tracciato di una vecchia e ormai invisibile pista risalente ai tempi della colonia. Il percorso e le condizioni di questa «strada» avrebbero scoraggiato anche un team del Camel Trophy.</p>
<p style="text-align: justify;">Provvedemmo così a sistemare alcuni guadi e a scavare qualche passaggio in costa alle colline più ripide, per non dover rischiare di lasciarci la pelle o anche solo il trattore a ogni viaggio. La capanna di Iban&#8217;i Boto Misa, in mezzo a quell&#8217;immensità selvaggia e deserta, si stagliava all&#8217;orizzonte sulla cima di un rilievo erboso, con la tipica «architettura» che contraddistingue le abitazioni Antaimoro: due costruzioni adiacenti con lo scheletro in legno, le pareti foderate di corteccia di ravinala (palma a ventaglio endemica e simbolo del Madagascar) e la copertura del tetto, a doppio spiovente, rivestita con le grandi foglie della stessa palma. Ognuna con due ingressi perfettamente orientati sull&#8217;asse est ovest, dove la porta occidentale fungeva da entrata e uscita per i vivi, mentre quella orientale era solo l&#8217;uscita per i morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le due capanne sarebbero state nei giorni a venire il nostro unico rifugio, la nostra casa. Quella costruita per noi era la più nuova, profumava ancora di rafia e di rapaka, di stuoie intrecciate da poco, di vegetazione che l&#8217;uomo aveva estratto dall&#8217;ambiente naturale che lo circondava per forgiarla ai suoi bisogni. Un prodigio di simbiosi fra l&#8217;essere umano e il creato. Imparai ben presto ad avere più considerazione degli spiriti degli antenati, che forse, avevano davvero qualcosa da insegnarci. A ogni viaggio portavamo con noi un po&#8217; di sale, dell&#8217;olio e qualche gallina, con un bel sacchetto di riso a parte.</p>
<p style="text-align: justify;">La moglie di Iban&#8217;i Boto Misa trasformava queste poche cose in piatti succulenti oltre ogni immaginazione, che divoravamo senza un minimo di educazione, incuranti del fatto che tali quantitativi di cibo, da quelle parti, avrebbero sfamato intere famiglie e non due sole persone. All&#8217;ora di pranzo ci sedevamo per terra nella nostra capanna, mentre dall&#8217;altra, dove fra i tre sassi del focolare qualcuno cucinava, arrivavano i bambini che ci portavano i piatti e le foglie di palma con il riso e il «contorno» di pollo. Furono giorni indimenticabili, di quelli che lasciano tracce nitide nella memoria, nelle viscere, e nell&#8217;anima.</p>
<p style="text-align: justify;">Il barrage cresceva lentamente. Io con l&#8217;escavatore estraevo la terra dal fianco della collina settentrionale, poi, sollevati i piedi idraulici del trattore, Giorgio la distribuiva con la pala nell&#8217;avvallamento che la divideva da quella meridionale. La piccola diga avrebbe avuto un fronte piuttosto corto, ma un&#8217;altezza tutto sommato considerevole, nel tentativo di ottenere un bacino sufficientemente capiente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/07/20/iaban-i-boto-misa-il-malgascio-che-%c2%abcollaboro%c2%bb-con-i-bianchi-del-trattore-un-rivoluzionario-punito-dalla-sua-gente/ravinala-andro/" rel="attachment wp-att-29851"><img class="aligncenter size-large wp-image-29851" title="ravinala andro" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/07/ravinala-andro-395x580.jpg" alt="" width="395" height="580" /></a>Una palma a ventaglio. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro durò circa sei mesi, durante i quali partivamo all&#8217;inizio di ogni settimana per recarci sul posto e ritornavamo a casa nostra, alla Fondation Medicale, al giovedì o al venerdì, per fare rifornimento e riposare. In quei tre giorni bisognava curasi dalle infezioni, squassarsi di dosso qualche attacco di malaria, noi non avevamo la tempra degli Antaimoro né i loro anticorpi. La vita di brousse, lontano dal nostro ospedale, se presa sottogamba avrebbe anche potuto «ricongiungerci prematuramente ai nostri antenati…».</p>
<p style="text-align: justify;">A volte, io e Giorgio, ci fermavamo a riflettere sui rischi che stavamo correndo: anche un banale incidente, là, in mezzo alla savana, avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. Un ribaltamento del trattore, una frattura, una impantanata nella palude che sfilavamo quotidianamente potevano essere fatali. Sarebbe bastato davvero poco. Il sito era quasi irraggiungibile anche con una Land Rover, che avrebbe comunque impiegato non meno di un giorno per recuperare ed evacuare un ferito. Una pioggia forte e improvvisa avrebbe trasformato in mille isolette le colline da attraversare (evento del tutto normale in quei luoghi), impedendo di fatto ogni possibilità di transito. Un giorno, per esempio, rischiammo di perdere l&#8217;intero trattore nella palude.</p>
<p style="text-align: justify;">Il baragge era già piuttosto alto sul livello dell&#8217;acqua, forse un paio di metri, tanto che avevamo già dovuto scavare il canale di drenaggio per metterci al riparo dalle possibili conseguenze di un acquazzone fuori stagione. Cosa tutt&#8217;altro che infrequente. Giorgio, nel tirare la pala, si spinse troppo sul bordo del terrapieno, ancora tenero e friabile. Perse il controllo della motrice nel tentare una frettolosa retromarcia e cominciò a sprofondare lentamente ma in modo inesorabile verso l&#8217;acquitrino fangoso, mentre le ruote giravano a vuoto scavandosi la fossa da sole. Eravamo disperati, impotenti di fronte a ciò che stava succedendo. Giorgio aveva perso le staffe e in quelle condizioni diventava difficile anche solo parlargli, cercare di calmarlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/07/20/iaban-i-boto-misa-il-malgascio-che-%c2%abcollaboro%c2%bb-con-i-bianchi-del-trattore-un-rivoluzionario-punito-dalla-sua-gente/trakotera-2/" rel="attachment wp-att-29852"><img class="aligncenter size-large wp-image-29852" title="trakotera" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/07/trakotera1-580x376.jpg" alt="" width="580" height="376" /></a>Il possente trattore Fiat 880 utilizzato per la costruzione del barrage. Alla guida, Giorgio. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Iaban&#8217;i Boto Misa era atterrito. Con il manico dell&#8217;angady (vanga malgascia) stretto fra le mani, quasi fosse l&#8217;unico appiglio per salvare la situazione, non riusciva nemmeno a immaginare l&#8217;enorme quantità di denaro che potesse valere quella macchina che si stava per essere inghiottita dalla sua terra. Avrebbe forse donato un arto pur di evitare un disastro di quelle proporzioni. Io quel trattore non lo guidavo quasi mai, la mia postazione era quella del «Parker», sul sedile dell&#8217;escavatore. Quello sapevo manovrarlo come il mio braccio destro. Merda per merda, rivolgendomi a Giorgio, dissi la mia: «Mettiti al volante, blocca i differenziali e fai andare la presa di forza. Io pianto la benna dell&#8217;escavatore sul terrapieno e cerco di trascinare sù, il culo di questo affare».</p>
<p style="text-align: justify;">Giorgio era troppo incazzato per trovare sollievo in un&#8217;idea così strampalata, ma non avendo alternative si affrettò a prendere il suo posto, pur continuando a scuotere la testa in segno di disapprovazione.</p>
<p style="text-align: justify;">«Gas! Gas! Accellera!»</p>
<p style="text-align: justify;">Il braccio idraulico dello scavatore, piantato sulla terra più solida, riusciva effettivamente a smuovere l&#8217;asse posteriore del trattore dal pantano e a trascinarlo poco a poco verso l&#8217;alto. Le ripetute zampate della benna, rovinavano in parte il lavoro portato a termine nei giorni precedenti sul terrapieno, ma, a un certo punto… I grandi pneumatici smisero di girare a vuoto, i tacchetti agricoli fecero presa su un terreo più solido e, come un rinoceronte che si rialza da una pozza di fango, la macchina risalì la china, rimettendosi in piedi. Per un attimo restammo a guardare increduli il nostro Fiat 880, grondante di melma nera e indifferente al resto del mondo, prima di abbandonarci alla gioia e alla commozione per lo scampato disastro.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando scendeva la sera sulle colline della brousse, il cielo si tingeva di un rosso infuocato e la luce del tramonto diventava densa come vernice, colorando tutto ciò che investiva con le stesse tinte fiammeggianti del cielo. Per un quarto d&#8217;ora almeno, ogni cosa, ogni persona, animale o pianta, diventava di un colore arancio intenso come in un incantesimo. Sembrava di essere immersi in un bicchiere di Aperol.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/07/20/iaban-i-boto-misa-il-malgascio-che-%c2%abcollaboro%c2%bb-con-i-bianchi-del-trattore-un-rivoluzionario-punito-dalla-sua-gente/ravinala-ariva/" rel="attachment wp-att-29853"><img class="aligncenter size-large wp-image-29853" title="ravinala ariva" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/07/ravinala-ariva-387x580.jpg" alt="" width="387" height="580" /></a>Ombre rosse. L&#8217;ora magica del tramonto. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gli Antaimoro dicevano che quello era il momento giusto per presentarsi alle persone, per andare a chiedere qualcosa a qualcuno, perché quella luce rendeva tutti più belli e metteva il buon umore anche ai più scontrosi. Era verissimo. La pelle bruna delle gente diventava dorata, i loro occhi brillavano come pietre preziose e le giovani ragazze si fermavano sorridenti, mostrando i seni, col preciso intento di farti innamorare. Io stesso, pallido al loro confronto e stinto come un cencio, diventavo bronzeo come un guerriero Sioux. Era divertente guardare il colore delle mie braccia e delle mie gambe, finalmente un po&#8217; più intonato a quell&#8217;ambiente, così lontano dalla terra e dalla gente che mi aveva generato. Poi, lento e silenzioso sopraggiungeva il buio, quello vero, rischiarato solo dalle stelle fuori dalla capanna o da una candela sotto il tetto di foglie. Non c&#8217;erano lampadine a rischiarare il cortile, né rombanti gruppi elettrogeni che le alimentassero. I fruscii della notte s&#8217;impadronivano di tutto, nel vento che alitava ancora caldo, mentre gli animali notturni lasciavano i loro rifugi per dare inizio alle scorribande di caccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando sorgeva, la luna poteva illuminare a giorno quegli spazi immensi con la sua luce fresca e argentata. Nelle notti di plenilunio si poteva leggere comodamente anche un libro, senza venir divorati dalle zanzare o da altre mille falene attratte da luci artificiali. Alla Fondation medicale, lo spegnersi del generatore sanciva ufficialmente l&#8217;inizio della notte fonda, con un buio improvviso e un «acufenico» silenzio, ma qui, lontano da tutto e da tutti, la notte arrivava da sola, senza bisogno degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/07/20/iaban-i-boto-misa-il-malgascio-che-%c2%abcollaboro%c2%bb-con-i-bianchi-del-trattore-un-rivoluzionario-punito-dalla-sua-gente/tranoni-iabanbotomisa/" rel="attachment wp-att-29854"><img class="aligncenter size-large wp-image-29854" title="tranon'i iabanbotomisa" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/07/tranoni-iabanbotomisa-580x376.jpg" alt="" width="580" height="376" /></a>La capanna dove viveva Iban&#8217;i Boto Misa. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">A volte, dopo che noi avevamo cenato (lui raramente lo faceva), Iban&#8217;i Boto Misa veniva a sedere nella nostra capanna, quella che lui stesso aveva costruito per gli ospiti importanti, come ci riteneva essere, e si concedeva alle nostre domande. Le più discrete erano quelle di Giorgio, che di solito giravano un po&#8217; intorno al nocciolo delle questioni, come si usa fare in Madagascar per essere educati. Un tantino più impertinenti erano invece le mie, che formulavo in maniera un po&#8217; troppo diretta, in un malgascio ancora stentato, alle prime armi.</p>
<p style="text-align: justify;">Imperterrito il vecchio saggio rispondeva a tutti e due, non soltanto in metafore e proverbi, come si conveniva a un vero anziano e come egli avrebbe ben saputo fare, ma anche in modo esplicito, sfacciato avrebbe detto un Antaimoro, ma più chiaro e comprensibile per un occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa che faceva infuriare i «reazionari» della tribù, e anche buona parte di tutti gli altri, era proprio che qualcuno, peggio ancora un saggio, andasse a raccontare a degli stranieri &#8211; per giunta bianchi &#8211; le cose «intime» delle usanze e dei riti tribali. Iaban&#8217;i Boto Misa non lo faceva certo per soddisfare la mera curiosità di due europei ficcanaso, ma perché sapeva benissimo che proprio in quelle credenze stava il nodo cruciale del problema, e che soltanto comprendendole avremmo capito con che cosa avevamo a che fare. Il problema infatti, non era costruire uno sbarramento di terra in sé e per sé, ma piuttosto l&#8217;evidente volontà di voler sovvertire la natura delle cose. Gli antenati non costruivano barrages. Erano forse più stupidi di Iaban&#8217;i Boto Misa?</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;empietà dunque, aleggiava sulla testa di quell&#8217;uomo come una malefica aureola. Non sarebbe mai andata giù a nessuno. Il fatto che poi si facesse aiutare da dei bianchi con un trattore rombante, poteva solo peggiorare le cose. Lui rischiava per il bene dei suoi figli, della sua famiglia e di tutta la sua gente, anche quella che non lo accettava, ma noi due? Perché lo facevamo? Il sospetto e la diffidenza degli indigeni ci seguiva come le nostre ombre, ovunque andassimo. Pochissima gente ci poneva la fatidica domanda verbalmente, salvo qualche ubriaco, esautorato dalle buone maniere per effetto del suo stato d&#8217;ebrezza, ma tutti la pensavano.</p>
<p style="text-align: justify;">Iaban&#8217;i Boto Misa era uno dei pochi indigeni a comprendere lo spirito missionario che animava la vita di Giorgio (io ero solo un giovane amico che lo aiutava). Egli s&#8217;era convertito al cristianesimo da tempo, grazie all&#8217;etnologo gesuita, Père Du Buois, col quale ai tempi della legione straniera durante la colonizzazione francese, aveva condiviso parte della sua giovinezza. Père Du Buois, aveva convertito Iaban&#8217;i Boto Misa, sì, ma era inesorabilmente penetrato nei meandri della cultura ancestrale, condotto per mano dall&#8217;allora giovane amico Antaimoro. E, da quell&#8217;intricata foresta, non sarebbe mai più uscito. Suo malgrado, in quanto studioso e religioso, si «guadagnò» nell&#8217;ambiente ecclesiastico l&#8217;appellativo un po&#8217; méprisant (sprezzante, ndr) di: «l&#8217;ultimo degli Antaimoro». Ma quella di Père Du Buois è un&#8217;altra storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, i veri ostacoli da superare, i nemici da cui guardarsi, non erano le colline della brousse o le alluvioni dei cicloni tropicali e nemmeno la malaria, erano l&#8217;animismo fideista e la mentalità di molti uomini della tribù. Troppi, a dire il vero. Se Giorgio e io eravamo visti male da molti di loro, Iban&#8217;i Boto Misa sapeva per certo di essere odiato. Alle sue spalle tanti dicevano che, una volta morto, non sarebbe rimasto nella tomba del suo clan per molto tempo, anzi, qualcuno addirittura scommetteva che non vi sarebbe nemmeno entrato. Se c&#8217;è una cosa fra gli Antaimoro, ritenuta più grave della morte stessa e più grave ancora dell&#8217;omicidio, è proprio quella di non riuscire a entrare nella tomba dei propri avi una volta trapassati e lì, fra le loro anime, poter riposare per sempre. Pur di riuscire in questo intento un Antaimoro è disposto a fare qualsiasi cosa, anche a uccidere se è necessario. Per contro, la presenza di una salma «sgradita», cioè di un defunto che, seppur discendente di quel clan non è ritenuto degno di restare fra i suoi antenati, è una faccenda altrettanto ispida e pericolosa. In Madagascar, alla base di ogni diatriba che finisce nel sangue, c&#8217;è sempre una questione di morti e di tombe. Gli sgarri, gli interessi personali, l&#8217;astio verso il nemico, sono soltanto un contributo aggiunto al motivo principale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero movente di ogni omicidio, sta sempre già dentro a una tomba. Oppure nel fatto che, nella tomba, non è potuto entrare.</p>
<p style="text-align: justify;">Una modalità di assassinio che ai nostri occhi occidentali risulta forse più barbara e bestiale dell&#8217;assassinio in sé, è proprio quella che si adotta in Madagascar per ammazzare un uomo ritenuto «a tal punto ignobile»:  il cadavere viene smembrato, tagliato a colpi di machete in tanti piccoli pezzi che poi vengono sparsi e buttati in ogni dove, in luoghi lontani, in mare, dove comunque non possano essere ritrovati e ricomposti. Ebbene questa non è esattamente «selvaggia barbarie», ma un preciso &#8211; singolarmente «umano» &#8211; intento d&#8217;impedire l&#8217;inumazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse allora non capivo l&#8217;inconsolabile tristezza che si intuiva negli occhi di Iaban&#8217;i Boto Misa, ma col passare del tempo, temo di esserci riuscito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/07/20/iaban-i-boto-misa-il-malgascio-che-%c2%abcollaboro%c2%bb-con-i-bianchi-del-trattore-un-rivoluzionario-punito-dalla-sua-gente/barrage1/" rel="attachment wp-att-29855"><img class="aligncenter size-large wp-image-29855" title="barrage1" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/07/barrage1-580x376.jpg" alt="" width="580" height="376" /></a>Il barrage ormai terminato. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Venticinque anni dopo aver concluso i lavori sul nostro baragge, il Madagascar per me era diventato ormai un lontano ricordo, quando un giorno, mi arrivò una e-mail, forse dall&#8217;ufficio di Reggio Terzo Mondo, la sede italiana dell&#8217;organismo missionario. La lessi e poi mi guardai le braccia, bianche come due piedi di maiale bolliti che incorniciavano la tastiera; le gambe grasse, sotto la pancia pingue che per un attimo avevo dimenticato di avere. Tanto le cose del mio ufficio quanto gli attrezzi del mio laboratorio riapparvero improvvisamente intorno a me, come se non li avessi mai visti prima. La mail che sembrava venire dal passato remoto, da un luogo lontanissimo di questo mondo, era telegrafica: Iaban&#8217;i Boto Misa tornato alla casa del Padre.</p>
<p style="text-align: justify;">Immaginai la strada di terra rossa lungo il fiume che portava al villaggio di Vohimasina e la pista delle colline, in mezzo ai Ravinala, con le loro inconfondibili chiome a ventaglio. La gente urlante e invasata che correva da una parte all&#8217;altra, mescolando il chiassoso rito funerario animista a quello cristiano, più silenzioso e composto. Mi sembrava di vedere la portantina di legno con il «feretro» avvolto nel drappo rosso che contraddistingue i Mpanjaka (i re, le persone importanti, quelli che hanno avuto un peso), sollevata dai giovani sopra le loro teste, sopra le loro stesse grida. Un funerale Antaimoro bisogna vederlo, non si può descrivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma quello non era un funerale come gli altri, non avrebbe potuto esserlo. Le grida e i gli atteggiamenti minacciosi dei giovani nel corteo, non erano il solito formale «decoro» per enfatizzare e dare importanza alla cerimonia. Stavolta sarebbero stati cazzi amari sul serio. Durante i funerali buona parte della gente che segue il corteo è ubriaca, o comunque fortemente alterata dall’alcol, con tutte le logiche conseguenze. A questa sostanza vengono attribuite proprietà espiatorie, sia come liquido da aspersione per i sacrifici, sia per l’effetto disinibente che provoca come bevanda. Da sobri certe cose non si possono né fare né dire, ma da ubriachi è un’altra cosa. Si può tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Com’erano lontane da me quelle immagini, disgiunte dal mio computer, dalle pareti del mio ufficetto, dal portone del mio capannone, così italiano, così emiliano. Giorgio era sempre rimasto in Madagascar, fin dagli anni Settanta quando era partito missionario e lo rivedevo solo una volta ogni tre anni, quando rientrava in Italia per il consueto congé, così non sapevo a chi chiedere, chi chiamare.</p>
<p style="text-align: justify;">Potevo solo restare davanti a quella pagina di Outlook, fissando il cursore che continuava a lampeggiare, dopo aver digitato «rispondi».</p>
<p style="text-align: justify;">Sì, ma a chi?</p>
<p style="text-align: justify;">Passarono altri due anni dalla notizia della morte del nostro amico prima che Giorgio rientrasse in Italia e gli potessi chiedere di persona notizie sull’accaduto. Scosse la testa, un po’ più mestamente di quando il trattore, tanti anni prima, stava per affondare nella palude, e poi disse: «E come volevi che andasse eh? Hanno profanato la tomba portando via il corpo. Era logico no? Nella sua famiglia sono disperati, sai bene che là queste cose non hanno mai fine: si trascinano per generazioni provocando solo disgrazie, guerre in risposta alle guerre. I figli e i nipoti non si daranno pace fino a quando non avranno riportato i suoi resti nelle tomba di clan e suoi oppositori faranno altrettanto e anche di più per tenerlo fuori. Gli Antaimoro non cambieranno mai, Iaban’i Boto Misa era uno troppo avanti, non so dove trovasse il coraggio per fare quello che faceva. Un po’ è anche colpa di noi missionari, bisogna dirlo, ma alla fin fine le scelte credo siano state solo le sue».</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque l’incubo di Iaban’i Boto Misa si era avverato. L’ultima cosa che avrebbe voluto, nella vita come nella morte, era che i suoi figli e i suoi discendenti pagassero lo scotto delle sue scelte forse troppo ardimentose. E invece era proprio quello che il destino gli aveva riservato.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto oggi, a distanza di trent’anni ho sentito il bisogno di mettere in un file, il nome di questo uomo. Il nome del più grande rivoluzionario che io abbia mai conosciuto, prima che si potesse perdere per sempre.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>* Davide Boschi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/07/19/il-naufragio-del-mahajanghe/#more-13084">Per saperne di più sull&#8217;avventura malgascia dell&#8217;autore, clicca qui per leggere «Il naufragio del Mahajanghé». </a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.navecorsara.it/wp/2011/07/20/iaban-i-boto-misa-il-malgascio-che-%c2%abcollaboro%c2%bb-con-i-bianchi-del-trattore-un-rivoluzionario-punito-dalla-sua-gente/iabani-boto-misa1-404x580/" rel="attachment wp-att-29818"><img class="aligncenter size-full wp-image-29818" title="Iabani-Boto-Misa1-404x580" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/07/Iabani-Boto-Misa1-404x5801.jpg" alt="" width="404" height="580" /></a></p>
<p><span style="font-family: 'Lucida Grande'; font-size: medium;"><br />
</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sorrisi dall&#8217;Etiopia</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 00:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Viaggi & Paesi]]></category>
		<category><![CDATA[Etiopia]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono solo alcune delle bellissime immagini scattate dal nostro amico Marco Cavallini in Etiopia. Per vederle tutte, bisognerà che ci ritroviamo venerdì 26 novembre, alle 21,15, all&#8217;ex Macello di via Mazzini. A Fidenza. Ritorno in Etiopia di Marco Cavallini Fantastica anche la seconda esperienza etiope a distanza di tre anni dalla prima. Questa volta l&#8217;itinerario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-19682" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/11/24/sorrisi-dalletiopia/etiop003/"><img class="aligncenter size-large wp-image-19682" title="etiop003" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/11/etiop003-580x385.jpg" alt="" width="580" height="385" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono solo alcune delle bellissime immagini scattate dal nostro amico Marco Cavallini in Etiopia. Per vederle tutte, bisognerà che ci ritroviamo venerdì 26 novembre, alle 21,15, all&#8217;ex Macello di via Mazzini. A Fidenza.<span id="more-19681"></span> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-19683" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/11/24/sorrisi-dalletiopia/etiop022/"><img class="aligncenter size-large wp-image-19683" title="etiop022" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/11/etiop022-580x385.jpg" alt="" width="580" height="385" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-19684" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/11/24/sorrisi-dalletiopia/etiop024/"><img class="aligncenter size-large wp-image-19684" title="etiop024" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/11/etiop024-580x385.jpg" alt="" width="580" height="385" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-19685" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/11/24/sorrisi-dalletiopia/etiop034/"><img class="aligncenter size-large wp-image-19685" title="etiop034" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/11/etiop034-580x385.jpg" alt="" width="580" height="385" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-19686" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/11/24/sorrisi-dalletiopia/etiop025/"><img class="aligncenter size-large wp-image-19686" title="etiop025" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/11/etiop025-580x385.jpg" alt="" width="580" height="385" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-19687" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/11/24/sorrisi-dalletiopia/etiop009/"><img class="aligncenter size-large wp-image-19687" title="etiop009" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/11/etiop009-385x580.jpg" alt="" width="385" height="580" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-19688" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/11/24/sorrisi-dalletiopia/etiop014/"><img class="aligncenter size-large wp-image-19688" title="etiop014" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/11/etiop014-385x580.jpg" alt="" width="385" height="580" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<h1 style="text-align: center;"><strong><span style="color: #800000;">Ritorno in Etiopia</span></strong></h1>
<p style="text-align: justify;"><strong>di Marco Cavallini</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fantastica anche la seconda esperienza etiope a distanza di tre anni dalla prima. Questa volta l&#8217;itinerario era incentrato sul sud, verde e rigoglioso, completamente diverso dal nord. L&#8217;approccio iniziale è con i laghi della Rift Valley contornati da acacie, senza dimenticare i quattro favolosi laghetti vulcanici di Debre Zeyt a soli 42 chilometri dalla caotica Addis Abeba. Caratterizzati dalla massiccia presenza di uccelli, paradiso naturale per il byrd-watching. Eccelle il lago Zyway con i suoi gruppi di pellicani, ma tutti i laghi presentano un magnifico contesto.</p>
<p style="text-align: justify;">Lungo la strada tanti asinelli e gente a piedi, folla caratteristica delle strade etiopi. Da Yabelo ci immergiamo nel cratere El Sod, ancor oggi utilizzato per estrarre sale dal fangosissimo laghetto centrale. Se la discesa nel cratere è semplice, più faticosa la salita affrontata sotto un caldissimo sole battente. Coloratissimi i vestiti della gente Borana che vive in questa zona, immancabili i tanti calcio-balilla e i tavoli da ping-pong in tutti i paesini, e come non buttarsi in qualche infuocata partitella con gli schiamazzanti bambini del luogo?</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla strada verso Konso, patia dei Karo, visitiamo un villaggio Fasha sopra la spaccatura di Gesergio, un canyon naturale dal forte colore marrone-arancione. Interessante la visita al villaggio tra i canti dei bambini ed un sollevatore di pietre subito circondato da due donne adoranti e in preda all&#8217;alcol contenuto nella tradizionale birra locale, poco paragonabile alla nostra. Nella zona, tanti i villaggi Karo ma favoloso quello sull&#8217;ansa del fiume Omo e simpatici ma molto meno aggressivi del previsto gli Arborè. Spettacolo di colori e di gente il primo approccio con i mercati a Dimeka. Come al solito ospitalità e cordialità ai massimi livelli.</p>
<p style="text-align: justify;">A Dimeka scopriamo anche la simpatia e la bellezza del popolo Hamer, nel quale ci infileremo nei giorni trascorsi a Turmi. I Domenech si presentano come il popolo più povero, vivono sull&#8217;altra sponda del fiume ad Omorate, zona di confine che pullula di militari. Le piste conducono al Turkana, ma sempre attenzione ai guadi e soprattutto all&#8217;innalzarsi delle acque dei fiumi, che dal niente possono diventare travolgenti in pochi minuti. L&#8217;appuntamento clou con gli Hamer è il salto del toro. Le ragazze cominciano a ballare, anzi a saltare con grinta sulle gambe (e che gambe!) dove portano lacci di campanelli, tutte insieme in cerchio con sorrisi eccezionali per poi avvicinarsi al capo e farsi frustare. Sì, frustare e con bastoni di rovo che fanno male e lasciano clamorose scarnificazioni sulla schiena. Resto un po’ scioccato, non me l&#8217;aspettavo! I capelli intrecciati e a scodella hanno un bellissimo colore rosso-terra. Appunto, visto che la pettinatura è rifinita con terra bagnata.</p>
<p style="text-align: justify;">Si cominciano a colorare i visi degli uomini e di alcune ragazze, si riuniscono le mucche e le ragazze saltano, saltano, saltano e danno testate ai buoi! E anche i buoi da bianchi cominciano a tendere al chiazzato rosso e intanto lei balla, salta e con grinta dà di testa verso l&#8217;animale. Resto a bocca aperta. Adesso tutte insieme ripartono accerchiando le mucche, suonando le trombette a perdifiato e via ancora con le testate finché le radunano. Gli uomini tengono fermi gli animali e il prescelto parte improvvisamente di corsa e ci corre sopra tre volte avanti e indietro. Poi abbracci e pacche, e via di corsa. Ci sono 28 chilometri da fare per tornare al villaggio. Il ragazzo è diventato grande e tra due anni potrà sposarsi con la prescelta. Io attraverso il fiume e non capisco bene a cosa ho assistito.</p>
<p style="text-align: justify;">Turmi è il posto di partenza per visitare le tribù della zona, è un piccolo paesino con un affollato mercato. Al bar lavora Mescarem, studentessa di 17 anni che sogna di raggiungere la grande città, Addis Abeba: il sogno di chi vive in campagna. Chiacchieriamo per un&#8217;oretta e come al solito l&#8217;anima di questo popolo prevale in generosità, in umanità, in quei piccoli modi di fare che ormai noi occidentali ci siamo dimenticati con la nostra maledetta frenesia! La zona dell&#8217;Omo river è ormai molto battuta dal turismo, grazie anche alle nuove strade costruite da ditte cinesi e indiane. Da qui nasce il rapporto mercanteggiante tra le tribù indigene e le tribù dei turisti, si paga un prezzo per la visita del villaggio e si contrattano i prezzi delle foto agli abitanti, al che bisogna mantenere la dignità ma prendere la cosa come un gioco, ben sapendo che il soggetto fotografato ha una sola cosa da vendervi: la sua immagine! Da casa mi sembrava una situazione penosa, poi giocata nel modo giusto diventa al contrario anche divertente.</p>
<p style="text-align: justify;">A Jimka cerco di telefonare a casa, un signore zoppo mi accompagna alle Telecomunication, per entrare devo lasciare la macchina fotografica, e il mio accompagnatore resta a guardarla mentre io telefono, per ringraziarlo gli regalo 20 birr, non sa come ringraziarmi. Dopo più di un&#8217;ora sono in un baretto a bermi una birra, mi avvicina insieme a un ragazzino, e quest&#8217;ultimo mi dice che il signore voleva ringraziarmi ma non sa l&#8217;inglese e allora ha chiamato lui come interprete. E io che so l&#8217;inglese sono rimasto senza parole.</p>
<p style="text-align: justify;">Eiland è la bottiglia di plastica vuota che tutti ti cercano. È un utilissimo contenitore. Tutto è riciclato, gli ornamenti di alcuni personaggi sono sorprendenti: usatissimi i tappetti delle bottiglie, cinturini d&#8217;orologio, pezzi di schede telefoniche, chiavi più o meno arrugginite, tubetti, penne, pelli, e non parliamo di come giocano i bambini con qualunque cosa sia tondeggiante. Sempre tanta gente che cammina per strada, soprattutto nei giorni di mercato. E che dire delle tante mandrie di mucche in mezzo alle quali bisogna zigzagare al tramonto?</p>
<p style="text-align: justify;">Il lago Chamo è veramente spettacolare, fantastico navigarci in silenzio su una barca circondati da volatili di ogni tipo e da immense macchie verdi quasi invisibili: i coccodrilli, e che bestie. Key Afar è sede di uno dei mercati più interessanti della zona dell&#8217;Omo River: Tsemay, Banna, Hamer e altre tribù coloriscono le stradine di questo paesino. Qui c&#8217;è anche un piccolo ambulatorio-ospedale molto importante, gli interventi più necessari sono per la malaria e per le ferite d&#8217;armi da fuoco. Infatti alcol e armi da fuoco sono molto diffusi in zona e costituiscono un binomio che non dà certo adito a molta sicurezza, tant&#8217;è che alla fine del mercato qualche colpo di fucile non manca mai. Se la malaria è un problema devastante per gli abitanti locali, per il turista è semplicemente un problema da affrontare per qualche settimana.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono anni che io non facevo la profilassi, e sentendo parlare così male del Lariam malgrado io non avessi mai avuto effetti negativi (alcuni ironicamente sostengono addirittura che la malaria è meglio del lariam) ho voluto provare il malarone, molto più caro (ma questo non è un grosso problema) ma soprattutto da prendere tutti i giorni e questo mi ha portato a soffrire leggermente di insonnia, quindi in futuro ci penserò bene.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia permanenza in solitaria ad Addis Abeba mi ha permesso di visitare la realtà delle missioni salesiane in Etiopia, tante e tutte con scuole molto importanti per le possibilità che creano alla gioventù etiope; molto importante l&#8217;utilizzo delle adozioni a distanza, 30 euro sono circa 600 birr e ricevendoli ogni mese servono non solo al bambino adottato ma a tutta la famiglia come una notevole boccata d&#8217;ossigeno, così come mi dimostra la visita ad alcune famiglie nei quartieri più disastrati di Addis Abeba, con case di circa 10 metri quadrati in cui vivono anche padre, madre e dieci figli. Grazie anche a interessanti ong italiane che operano attorno a Sodo si comincia a vedere l&#8217;enorme potenzialità del microcredito nella realtà rurale etiope. Economicamente l&#8217;Etiopia è in netto crescendo, tanti gli investimenti stranieri tra cui spiccano gli olandesi nel campo floreale (interminabili le file di serre coperte sulla strada per Shashamane) e i turchi nel campo tessile, ma chi la fa da padrone come in buona parte dell&#8217;Africa è la Cina che concede prezzi più che competitivi e pagamenti dilazionati.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi tutte le strade portano il marchio cinese, e tanti gli accampamenti per gli operai cinesi lungo le grandi strade in costruzione. «Un giorno un cinese in auto investì un asino, subito il padrone etiope chiese il risarcimento all&#8217;autista. Nel frattempo i tanti operai cinesi che lavoravano nelle vicinanze si avvicinarono per vedere cosa era successo. L&#8217;etiope teneva per il braccio l&#8217;autista cinese chiedendo il risarcimento e questi non capiva perchè l&#8217;etiope malgrado le sue rassicurazioni non gli mollava il braccio, al che l&#8217;etiope circondato da decine di operai cinesi, gli chiese come avrebbe fatto a riconoscerlo una volta lasciato andare». È un aneddoto che si sente in tanti bar etiopi, vero o non vero è già una leggenda.</p>
<p style="text-align: justify;">Bellissimi i Monti Bale, al Plateau Sanetti raggiungo i 4200 metri d&#8217;altezza e purtroppo le nuvole basse mi rendono difficile la visione del lupo dell&#8217;Abissinia ma alla fine almeno uno a cinque metri di distanza riesco a vederlo. Bellissimo.  Per me il muso è proprio quello del lupo, e chissenefrega se in inglese è chiamato red fox. Dal lodge di Dinisho è possibile incamminarsi in un bel bosco popolato da facoceri e dal bellissimo imponente nyala, con le sue immense corna ricurve, simbolo stesso del parco nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il monte Wenchi si trova a 170 chilometri da Addis Abeba. Si sale si sale finché dalla cima si vede lo splendido cratere con il suo bel lago, un colpo d&#8217;occhio affascinante. E poi si scende in mezzo alle immancabili mandrie di buoi e asini stracarichi, però come nella zona del monte Bale non mancano i tanti cavalli (questa sarà poi un&#8217;ottima soluzione per la risalita).</p>
<p style="text-align: justify;">Con un amico belga faccio a colazione a Dinisho, sette i clienti in totale durante l&#8217;ora di permanenza, dodici i dipendenti e spettacolare il movimento, mai fermi, tutti apparentemente indispensabili, eccezionali. Adesso mi piacerebbe andare a visitare la Dancalia, magari partendo da Addis Abeba verso Mekelle da cui entrare nella depressione, quindi passare da Gibuti e rientrare in Etiopia passando da Harar. Va beh, ci penserò. <em> </em></p>
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		<title>I parenti ritrovati</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 01:15:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La divisione della Corea in due Stati, nel 1953, provocò molte lacerazioni familiari. Fratelli, genitori e figli di una stessa famiglia separati dal filo spinato del 38° parallelo lungo il quale corre il confine. Grazie a un&#8217;iniziativa del programma umanitario per riavvicinare le famiglie, svoltasi il 3 e 4 novembre in un resort di Monte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-18864" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/11/05/i-parenti-ritrovati/north-korean-ryu-feeds-his-south-korean-father-during-their-luncheon-meeting-at-mount-kumgang-resort-in-north-korea/"><img class="aligncenter size-large wp-image-18864" title="North Korean Ryu feeds his South Korean father during their luncheon meeting at Mount Kumgang resort in North Korea" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/11/corea-580x392.jpg" alt="" width="580" height="392" /></a>La divisione della Corea in due Stati, nel 1953, provocò molte lacerazioni familiari. Fratelli, genitori e figli di una stessa famiglia separati dal filo spinato del 38° parallelo lungo il quale corre il confine. Grazie a un&#8217;iniziativa del programma umanitario per riavvicinare le famiglie, svoltasi il 3 e 4 novembre in un resort di Monte Kumgang, nella Corea del Nord, questo nordcoreano ha potuto rivedere suo padre dopo sessant’anni.</p>
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		<title>Andamento lento</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Nov 2010 22:02:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Altro che Salerno-Reggio Calabria. Altro che cantieri fidentini. La Sagrada Familla, iniziata nel 1882 su progetto di Anton Gaudi, è tuttora in costruzione. Questa settimana il papa visiterà e consacrerà la famosa cattedrale di Barcellona.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-18740" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/11/02/andamento-lento/sagrada_familla_wg/"><img class="aligncenter size-large wp-image-18740" title="sagrada_familla_wg" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/11/sagrada_familla_wg-580x377.jpg" alt="" width="580" height="377" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Altro che Salerno-Reggio Calabria. Altro che cantieri fidentini. La Sagrada Familla, iniziata nel 1882 su progetto di Anton Gaudi, è tuttora in costruzione. Questa settimana il papa visiterà e consacrerà la famosa cattedrale di Barcellona.<span id="more-18739"></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-18895" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/11/02/andamento-lento/sagrada_familla/"><img class="aligncenter size-large wp-image-18895" title="sagrada_familla" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/11/sagrada_familla-580x374.jpg" alt="" width="580" height="374" /></a><br />
</strong></p>
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		<title>La notte dell&#8217;umanità</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Oct 2010 16:19:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi & Paesi]]></category>
		<category><![CDATA[Ramadan]]></category>

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		<description><![CDATA[Punizione islamica. Guanti e maschera da lottatore da fiera per l&#8217;aguzzino indonesiano che si appresta a eseguire la sentenza. La donna è stata condannata alla pubblica flagellazione sulla piazza di Jantho, una borgata sulla punta nord-ovest di Sumatra. La colpa della poveretta? Alla fine del mese d&#8217;agosto, mentre era in corso il digiuno prescritto dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-17456" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/10/12/la-notte-dellumanita/boia_islamico/"><img class="aligncenter size-large wp-image-17456" title="boia_islamico" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/10/boia_islamico-580x386.jpg" alt="" width="580" height="386" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Punizione islamica.</strong> Guanti e maschera da lottatore da fiera per l&#8217;aguzzino indonesiano che si appresta a eseguire la sentenza.<span id="more-17455"></span> La donna è stata condannata alla pubblica flagellazione sulla piazza di Jantho, una borgata sulla punta nord-ovest di Sumatra. La colpa della poveretta? Alla fine del mese d&#8217;agosto, mentre era in corso il digiuno prescritto dal ramadan, la scellerata commerciante ha venduto generi alimentari ai suoi vicini. A quanti colpi di frusta è stata condannata? Non ci è dato di saperlo. Fosse anche solo uno, la punizione è un delitto imperdonabile e vergognoso per chi l&#8217;ha decisa e per chi la commina. Ci piacerebbe pensare che il fustigatore si è mascherato per la vergogna. Purtroppo non è così.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Brutalità</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Oct 2010 09:52:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Forze dell'ordine]]></category>
		<category><![CDATA[Polizia]]></category>

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		<description><![CDATA[Francia. Un poliziotto immobilizza un medico anestesista che manifesta contro la riforma del ministro della Sanità. La brutalità della polizia non è né di destra né di sinistra, è solo vergognosa in Paesi che si dicono democratici, dove categorie sociali protestano pacificamente per i loro diritti, per le condizioni di lavoro o per qualsiasi altra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a rel="attachment wp-att-17179" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/10/02/brutalita/brutalita_francia/"><img class="aligncenter size-large wp-image-17179" title="Brutalità_francia" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/10/Brutalità_francia-580x449.jpg" alt="" width="580" height="449" /></a><strong>Francia. Un poliziotto immobilizza un medico anestesista che manifesta contro la riforma del ministro della Sanità.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong> </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La brutalità della polizia non è né di destra né di sinistra, è solo vergognosa in Paesi che si dicono democratici, dove categorie sociali protestano pacificamente per i loro diritti, per le condizioni di lavoro o per qualsiasi altra legittima ragione.<span id="more-17178"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In parecchi, troppi casi, le forze dell’ordine, anziché vigilare sul regolare svolgimento delle manifestazioni, sembra cerchino a tutti i costi un pretesto per creare il disordine. Molti poliziotti non sanno tenere i nervi a posto, reagiscono con un atteggiamento mentale da bulli, forti della loro qualifica di pubblici ufficiali, del manganello, dell’armatura e di tutto l’armamentario in dotazione. Le due foto che vedete, una scattata in un Paese a guida conservatrice e l’altra in un Paese con un governo socialista, dimostrano l’assunto iniziale. Un medico atterrato e immobilizzato come un pericoloso terrorista in procinto di commettere chissà quale reato. Un manifestante preso per il collo. Che cosa stava facendo di tanto grave quest’ultino? Aveva forse alzato la voce? Aveva provocato chi gli sta mettendo le mani addosso? Ma non si è sempre detto che non bisogna  accettare le provocazioni? I pretoriani dell’ordine costituito non dovrebbero lasciarsele scivolare addosso, anche quando si tratti di ingiurie o di insulti? La forza poliziesca non dovrebbe essere l’ultima risorsa cui fare ricorso nel caso la manifestazione degeneri nella violenza?</p>
<p style="text-align: justify;">E poi il bersaglio di una manifestazione pacifica non sono mai i poliziotti, spesso sfigati alla stregua dei dimostranti, ma chi di loro si fa scudo. E allora perché mettersi in mezzo facendo propria la causa altrui? Possibile che tutti i poliziotti pensino con una testa sola? Possibile che nessuno tra di loro parteggi mai, nel foro della propria coscienza, per le ragioni dei dimostranti?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché questi uomini armati si comportano come ragazzini permalosi che non aspettano che un pretesto per menare le mani? Si sono arruolati per fare a botte o per svolgere un servizio pubblico comprensivo di tutte quelle durezze che erano loro note fin dall’inizio? Un sospetto sulle ragioni dell’eccessiva suscettibilità dei poliziotti può venire osservando l’ultima foto. Ritrae un soldato russo durante un’esercitazione (abbiamo scelto lui, ma al suo posto potrebbe esserci un cinese, un americano o un italiano). È evidente, come sappiamo bene da cinema, letteratura e servizio militare svolto, che i militari oltre a essere addestrati, sono indottrinati. Negli eserciti che hanno il compito di controllare il mondo viene fatto ai coscritti una specie di lavaggio del cervello per indurli a compiere azioni che senza questa manipolazione della psiche non commetterebbero mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Temiamo che qualche pagina del manuale per trasformare dei giovani normali in pericolose macchine da guerra sia stata letta anche dagli istruttori delle polizie di tutto il mondo. E così si spiega anche perché soldati e poliziotti si sono messi, anche dalle nostre parti, a fare le ronde insieme. Il nemico non preme più ai confini. È interno. Un lungo fronte che va dagli anarchici dei centri sociali ai medici anestesisti passando per quei malviventi dei fotografi che ci hanno permesso di fare queste ovvie ma non inutili considerazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è solo un modo per reagire alla brutalità della polizia: scattare foto altrettanto brutali che la documentino. Foto che parlino da sole. Tutto il resto è chiacchiera e distintivo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em><a rel="attachment wp-att-17180" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/10/02/brutalita/brutalita_spagna/"><img class="aligncenter size-large wp-image-17180" title="brutalità_spagna" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/10/brutalità_spagna-580x385.jpg" alt="" width="580" height="385" /></a>Madrid (Spagna). Un particolare degli scontri scoppiati durante la manifestazione contro le misure di austerità varate dal governo socialista di José Luis Rodriguez Zapatero. Per la prima volta dal 2002, la Spagna è rimasta paralizzata da uno sciopero generale. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em><a rel="attachment wp-att-17181" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/10/02/brutalita/brutalita_russia/"><img class="aligncenter size-large wp-image-17181" title="Brutalità_russia" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/10/Brutalità_russia-580x385.jpg" alt="" width="580" height="385" /></a>Iskitim (Russia). Un giovane soldato in pieno addestramento per diventare un membro dell’élite militare russa. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>I due volti dell&#8217;Afghanistan</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Sep 2010 11:40:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>

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		<description><![CDATA[Poliziotte afgane. Scrutatrici afgane.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a rel="attachment wp-att-16855" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/09/26/i-due-volti-dellafghanistan/poliziotta_afghanistan-2/"><img class="aligncenter size-large wp-image-16855" title="poliziotta_Afghanistan" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/09/poliziotta_Afghanistan1-580x386.jpg" alt="" width="580" height="386" /></a>Poliziotte afgane.<span id="more-16853"></span><br />
</em></strong></p>
<p><strong><em><a rel="attachment wp-att-16856" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/09/26/i-due-volti-dellafghanistan/scrutatrici_afgane/"><img class="aligncenter size-large wp-image-16856" title="scrutatrici_afgane" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/09/scrutatrici_afgane-580x385.jpg" alt="" width="580" height="385" /></a>Scrutatrici afgane. </em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ungheria, sacra e profana</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 23:18:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Foto]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi & Paesi]]></category>
		<category><![CDATA[Dalai Lama]]></category>
		<category><![CDATA[Prostitute ungheresi]]></category>

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		<description><![CDATA[Guida spirituale. Il Dalai Lama  ha concluso la sua visita a Budapest, dove ha ricevuto la cittadinanza onoraria. Ha tenuto conferenza e incontrato deputati ungheresi. Sollievo corporale. Prostitute ungheresi hanno celebrato ieri a Budapest il decimo anniversario della legalizzazione del loro mestiere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-16570" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/09/21/ungheria-sacra-e-profana/dalai_lama-2/"><img class="aligncenter size-large wp-image-16570" title="Dalai_Lama" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/09/Dalai_Lama-580x403.jpg" alt="" width="580" height="403" /></a><span style="color: #cf0612;">Guida spirituale.</span></strong><strong><span style="color: #cf0612;"> </span>Il Dalai Lama  ha concluso la sua visita a Budapest, dove ha ricevuto la cittadinanza onoraria. Ha tenuto conferenza e incontrato deputati ungheresi.<span id="more-16569"></span><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-16571" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/09/21/ungheria-sacra-e-profana/prostitute-2/"><img class="aligncenter size-large wp-image-16571" title="Prostitute" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/09/Prostitute-580x424.jpg" alt="" width="580" height="424" /></a><span style="color: #cf0612;">Sollievo corporale.</span></strong><strong><span style="color: #cf0612;"> </span>Prostitute ungheresi hanno celebrato ieri a Budapest il decimo anniversario della legalizzazione del loro mestiere.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Reduce dalle vacanze in Grecia. Sedicenne  forzata del ballo a Ios: niente mare, solo disco, alcol e ragazzi che vomitano</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 21:25:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tempo libero]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi & Paesi]]></category>
		<category><![CDATA[Ios (Grecia)]]></category>
		<category><![CDATA[Isole Cicladi]]></category>

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		<description><![CDATA[Una delle più frequentate discoteche di Ios. A Ios, si va per star fuori fino a tardissimo e per conoscere nuova gente. Io sono tornata a casa con gli amici con cui ero partita e l’indirizzo facebook di un australiano che faceva il butta dentro al My Way, uno dei bar dell’isola. E basta. Fuori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-15857" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/09/07/reduce-dalle-vacanze-in-grecia-sedicenne-forzata-del-ballo-a-ios-niente-mare-solo-disco-alcol-e-ragazzi-che-vomitano/ios_disco/"><img class="aligncenter size-large wp-image-15857" title="ios_disco" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/09/ios_disco-580x435.jpg" alt="" width="580" height="435" /></a><strong><em>Una delle più frequentate discoteche di Ios. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">A Ios, si va per star fuori fino a tardissimo e per conoscere nuova gente. Io sono tornata a casa con gli amici con cui ero partita e l’indirizzo facebook di un australiano che faceva il butta dentro al My Way, uno dei bar dell’isola. E basta. <span id="more-15856"></span>Fuori fino a tardissimo, però, è stata la regola. La spiaggia l’ho vista il primo e l’ultimo giorno. Dieci giorni a ballare o ad aspettare che si iniziasse a ballare. Alla fine odiavo quell’isola. Ho 16 anni e con tre amici avevamo scelto la vacanza a Ios perché tutti dicono che è il paradiso dei ragazzi. Casette bianche e azzurre, zone desertiche e aride, e un centro città pieno zeppo di localini. Il bello di Ios, dicono, sta proprio nei locali che attirano ragazzi da tutto il mondo. Molti dai paesi anglosassoni, dal Nord Europa, dall’Australia e dalla Nuova Zelanda. E tantissimi italiani. Ios è frequentata da 16-20enni. I grandi non ci sono, quelli vanno a Mikonos. Le discoteche, due in realtà, lo Scorpion e l’Irish, aprono alle 3 del mattino e stanno aperte fino alle 8. Alle 8 si va a dormire. A Ios, non si dorme. Si balla. Si dorme fino alle 4 del pomeriggio. E non c’è tempo di fare niente perché bisogna ballare. Divertirsi. Qualche volta non ne potevo più. Mio cugino era il leader. Impossibile non seguirlo. Lui organizzava, decideva gli spostamenti. E noi lo seguivamo. Non è che non mi divertissi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il ritmo che tutti inseguono all’isola di Ios è un inferno. Le giornate funzionavano, più o meno così: sveglia alle 4 del pomeriggio. Un panino alle 5 perché per mangiare non c’è tempo, appunto. Un incubo. Si passa un’oretta in spiaggia. Quella vicino al Far Out, bar e piscina dove alle 6 comincia la musica e si balla fino alle 9. Poi in albergo. Doccia, ci si prepara per uscire. Si aspetta. Tutta la giornata è un aspettare che inizi la serata. Alle 11 a cena, per aspettare mezzanotte, quando aprono i disco pub. E si balla. Si balla ore. È lo stesso ritmo che non ti fa smettere. La musica è bella, anche se è quasi sempre la stessa. Tutti i giorni e in tutti i locali. Tornavamo in albergo alle 8 di mattina con le orecchie tappate e le gambe doloranti. Le strade sono un fiume di ragazzi e di disco club con la musica a palla.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevamo affittato i motorini per muoverci meglio, molti li affittano ma per molti altri è un su e giù a cambiar locali, ballare per aspettare che aprano le discoteche per continuare a ballare. Noi, in realtà andavano sempre nello stesso disco club, il My Way, dove c’era l’australiano. Ci eravamo affezionati a lui. Un ventenne che aveva finito gli studi ed era da un mese e mezzo nell’isola. Una spugna. Lavorava tre ore al bar. Con la sua simpatia invitava i ragazzi a entrare: 2 cocktail 5 euro. C’era meno bolgia che dalle altre parti. Almeno per un po’, si ballava ma si stava nella calma. Qualche volta si passava pure dal Lemos. Stessa cosa ma più incasinata. Giri per i posti perché ci sono quelli frequentati da italiani e quelli frequentati da stranieri, che poi sono più divertenti, più strani sia come gente che come abbigliamento. E poi gli stranieri, e le straniere a differenza delle italiane che snobbano le altre italiane, quando entri in un locale ti vengono incontro, ti salutano. Per fare amicizia. Li conosci. Ma di parlare proprio non se ne parla. Fai nuove amicizie ogni sera. Ma le saluti lì. E sempre così frenetico perché devi correre a divertirti da un’altra parte. Davanti a ogni locale ci sono ragazzi che urlano le offerte, e i locali si fanno così concorrenza. Per 5 euro due cocktail ti danno una cosa leggerina. Se lo vuoi più forte sono 7 euro. Non ho visto offrire altro che non fosse alcol. Ma lo sballo musicale e alcolico è già devastante. Io non bevo molto, perché l’ho fatto una volta, sono stata male. E mi è bastato.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em><a rel="attachment wp-att-15858" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/09/07/reduce-dalle-vacanze-in-grecia-sedicenne-forzata-del-ballo-a-ios-niente-mare-solo-disco-alcol-e-ragazzi-che-vomitano/ios_mare/"><img class="aligncenter size-large wp-image-15858" title="Ios_mare" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/09/Ios_mare-580x435.jpg" alt="" width="580" height="435" /></a>Il mare di Ios. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chi arriva a Ios, arriva per bere. I vicoletti ai lati della strada sono pieni di gente che vomita. O vomitano o stanno sdraiati per terra. Una sera un inglese era così ciucco che ha preso per le gambe una ragazza svizzera che ballava sul bancone. Lei è caduta ed è rimasta ammaccata per il resto della vacanza. A me è andata bene. Non ho dovuto tenere la testa a nessuno dei miei amici. Cosa che invece mi capita con le mie amiche a Ginevra, dove abitavo. Lì i fine settimana sono organizzati all’insegna della sbronza. Comperano gli alcolici al supermercato, e poi organizzano feste in casa. Abbiamo 16 anni, siamo minorenni e non possiamo entrare in discoteca. Per questo avevo voluto andare a Ios: provare a stare in discoteca fino a tardi. L’ho provato. Basta così. Sarebbe stato meglio andare a lavorare. Mi sarebbe piaciuto di più: capire che significa e mettermi in tasca un po’di soldi per non dover chiedere sempre ai miei. Ma il prossimo anno farò così. Mio padre dice che potrei andare tutta l’estate da uno stilista a New York, così sto in negozio e imparo meglio l’inglese. Ma due mesi mi sembrano tanti. Io lavorerei un mesetto. Di giorno lavoro, la sera esco. E poi ho i soldi per pagarmi una vacanza. I miei amici in campagna lavorano tutti. E li vedo più felici. Io quest’anno non vedo l’ora di andare a scuola. Mi sono trasferita in Italia, a Genova. Magari potrei lavorare facendo un po’ di volontariato al Gaslini. <em>(Bianca Maria Guala, studentessa, dal Corriere della Sera on line 7 settembre 2010)</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em><strong> </strong></em></p>
<p><em><strong> </strong></em></p>
<p><em><strong> </strong></em></p>
<p style="text-align: center;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/2AzpHvLWFUM?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/2AzpHvLWFUM?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><strong><em>Anthony Quinn balla il sirtaki nel film «Zorba il greco».</em></strong></p>
<p><a rel="attachment wp-att-15861" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/09/07/reduce-dalle-vacanze-in-grecia-sedicenne-forzata-del-ballo-a-ios-niente-mare-solo-disco-alcol-e-ragazzi-che-vomitano/bianca-180x140/"><img class="aligncenter size-full wp-image-15861" title="bianca--180x140" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/09/bianca-180x140.jpg" alt="" width="180" height="140" /></a><em><strong>Bianca Maria, autrice della lettera inviata al Corriere. </strong></em></p>
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		<title>Mar Rosso</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 00:02:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti animali]]></category>
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		<description><![CDATA[Pesca di delfini nelle acque di  Taiji, in Giappone.  Una mattanza che dura da un centinaio d&#8217;anni ed è stata più volte denunciata dalla Sea Shepherd Conservation Society (SSCS), organizzazione internazionale senza fini di lucro la cui missione é quella di fermare la distruzione dell&#8217;habitat naturale e il massacro delle specie selvatiche negli oceani del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-15579" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/09/03/mar-rosso/delfini/"><img class="aligncenter size-large wp-image-15579" title="delfini" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/09/delfini-580x433.jpg" alt="" width="580" height="433" /></a>Pesca di delfini nelle acque di  Taiji, in Giappone.  <span id="more-15578"></span>Una mattanza che dura da un centinaio d&#8217;anni ed è stata più volte denunciata dalla Sea Shepherd Conservation Society (SSCS), organizzazione internazionale senza fini di lucro la cui missione é quella di fermare la distruzione dell&#8217;habitat naturale e il massacro delle specie selvatiche negli oceani del mondo intero al fine di conservare e proteggere l&#8217;ecosistema e le biodiversità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per altre informazioni, <a href="http://www.elicriso.it/it/stragi_compiute_uomo/taiji_delfini/">clicca qui</a></strong><strong>. </strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il riposo del guerriero</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 22:33:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tempo libero]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi & Paesi]]></category>
		<category><![CDATA[Folclore]]></category>

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		<description><![CDATA[Stanco morto dopo aver partecipato  alla tradizionale Tomatina, battaglia a base di pomodori che si combatte ogni anno nel villaggio di Buñol, in Spagna.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-15268" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/08/28/il-riposo-del-guerriero/tomatina/"><img class="aligncenter size-large wp-image-15268" title="tomatina" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/08/tomatina-580x393.jpg" alt="" width="580" height="393" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #bb061f;">Stanco morto dopo aver partecipato  alla tradizionale Tomatina, battaglia a base di pomodori che si combatte ogni anno nel villaggio di Buñol, in Spagna. </span></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Piove solo per lui</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 00:29:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienze & tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi & Paesi]]></category>
		<category><![CDATA[Corea del Nord]]></category>
		<category><![CDATA[Kim Jong-Il]]></category>

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		<description><![CDATA[Kim Jong-Il, impagabile dittatore della Corea del Nord, sta assistendo a un&#8217;imprecisata cerimonia pubblica al riparo di un ombrello. I tre in secondo piano, intenti a scrivere, probabilmente usano calepini con una carta speciale, impermeabile e lavabile, e pure l&#8217;inchiostro delle loro penne deve essere speciale. Oppure, più verosimilmente, mentre sul loro radioso leader ristagna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-15225" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/08/27/piove-solo-per-lui/kim/"><img class="aligncenter size-large wp-image-15225" title="Kim" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/08/Kim-425x580.jpg" alt="" width="425" height="580" /></a>Kim Jong-Il, impagabile dittatore della Corea del Nord, sta assistendo a un&#8217;imprecisata cerimonia pubblica al riparo di un ombrello.<span id="more-15224"></span> I tre in secondo piano, intenti a scrivere, probabilmente usano calepini con una carta speciale, impermeabile e lavabile, e pure l&#8217;inchiostro delle loro penne deve essere speciale. Oppure, più verosimilmente, mentre sul loro radioso leader ristagna la dispettosa nuvoletta di Fantozzi, su di loro brilla il sole. </strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>A New York ci si gratta come a Fidenza</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 00:08:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi & Paesi]]></category>
		<category><![CDATA[Abercrombie & Fitch]]></category>
		<category><![CDATA[Bergdof Goodman]]></category>
		<category><![CDATA[Elle]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>
		<category><![CDATA[Victoria’s Secret]]></category>

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		<description><![CDATA[Chiusi per cimici. I negozi più trendy ed eleganti di New York stanno affrontando una singolare invasione. Gli sgradevoli insetti dalla corazza rossa si infilano nei costosissimi modelli delle boutique Victoria&#8217;s Secret, Abercrombie &#38; Fitch, nei locali della rivista femminile Elle. In luglio la catena di indumenti casual Victoria’s Secret ha dovuto chiudere per cinque [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-15216" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/08/27/a-new-york-ci-si-gratta-come-a-fidenza/cimice_0/"><img class="aligncenter size-full wp-image-15216" title="cimice_0" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/08/cimice_0.jpg" alt="" width="500" height="374" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Chiusi per cimici. I negozi più trendy ed eleganti di New York stanno affrontando una singolare invasione. Gli sgradevoli insetti dalla corazza rossa si infilano nei costosissimi modelli delle boutique Victoria&#8217;s Secret, Abercrombie &amp; Fitch, nei locali della rivista femminile Elle.<span id="more-15215"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In luglio la catena di indumenti casual Victoria’s Secret ha dovuto chiudere per cinque giorni uno dei suoi punti vendita e per qualche ora ha chiuso la sua boutique di Lexington per permettere ai disinfestatori di fare il loro lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">In agosto, è stata attaccata la redazione del magazine Elle. Il direttore ha chiesto alle giornaliste di tornarsene a casa e di continuare a lavorare da lì. Il grande magazzino Bergdof Goodman ha optato per una soluzione ecologica impiegando i cani Beagles che pare siano eccezionali nello scovare le cimici.</p>
<p style="text-align: justify;">Per i media americani, due sono i fattori all’origine dell’invasione: la resistenza agli insetticidi, facilitata dalla proibizione di usare prodotti tossici, e il boom dei viaggi all&#8217;estero.</p>
<p style="text-align: justify;">Urge l’invio di una missione borghigiana nella Grande Mela per capire come si fa a debellare gli insetti molesti in men che non si dica. La vecchia giunta lo avrebbe già fatto e a quest&#8217;ora non staremmo tutti qui a grattarci.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-15217" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/08/27/a-new-york-ci-si-gratta-come-a-fidenza/cimice_4/"><img class="aligncenter size-large wp-image-15217" title="cimice_4" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/08/cimice_4-580x386.jpg" alt="" width="580" height="386" /></a><strong>Sullo striscione: «Benvenute cimici». Una cimice: «Quel che preferisco di New York? La gente». </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-15218" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/08/27/a-new-york-ci-si-gratta-come-a-fidenza/cimice_1/"><img class="aligncenter size-large wp-image-15218" title="cimice_1" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/08/cimice_1-580x435.jpg" alt="" width="580" height="435" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-15219" href="http://www.navecorsara.it/wp/2010/08/27/a-new-york-ci-si-gratta-come-a-fidenza/cimice_2/"><img class="aligncenter size-full wp-image-15219" title="cimice_2" src="http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2010/08/cimice_2.jpg" alt="" width="300" height="404" /></a><br />
</strong></p>
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