Diritti e doveri degli italiani a tempo
Approfondiamo la problematica della convivenza con gli emigrati, coraggiosamente affrontata da Claretta Ferrarini con il tema della «lotta per la panchina», proponendo un articolo del politologo e docente di Diritto Giovanni Sartori.
Il mio articolo del 26 gennaio scorso ha scatenato parecchi, anzi parecchissimi, consensi e dissensi. Il tema li merita. Al momento Lampedusa è tranquilla: i barconi carichi di disperati la cui speranza è l’Europa non arrivano più. Ma non perché d’inverno il mare è pericoloso. Non arrivano più per via della «primavera araba» dei Paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo.
Cominciamo dall’identificarli. Sono l’Egitto, la Libia, la Tunisia e — nei paraggi — lo Yemen e la Siria. Mancano a questo appello l’Algeria, anche perché ha già subito nel 1992 una terribile guerra civile tra militari e il Gruppo Islamico Armato che fece almeno 200 mila morti. Quella guerra è un ricordo che scoraggia nuove avventure insurrezionali. Manca anche il Marocco, che è una monarchia il cui sovrano è il «principe dei credenti », e cioè la suprema autorità religiosa (islamica) del Paese, il che lo rende lo Stato più solido dell’area. C’è poi ancora la Libia che finora è stato l’osso più duro. Gheddafi ha resistito a lungo, e la guerra civile (sostenuta dagli aerei Nato) che ha finito per spodestarlo — uccidendolo — è stata lunga, sanguinosa e, a quanto pare, non è ancora finita.
Passando alle periferie, lo Yemen è una sorpresa, nel senso che è ancora una società primitiva, tribale, ma ben fornita, a quanto pare, di Kalashnikov russi o sovietici. Al momento lo Yemen inquieta soprattutto perché ospita molti terroristi che da lì si diramano facilmente tutt’intorno. Resta che si tratta di una pedina minore. La Siria è invece la sorpresa importante. Dal 1970 la dittatura dei due Assad (padre e figlio) è stata ferrea. Inoltre la Siria controllava di fatto il Libano, è protetta dalla Russia, e non è certo minacciata dai suoi vicini, dalla Turchia e dall’Iran. Eppure nel momento nel quale scrivo la ribellione continua.
Fin qui le rivolte che hanno anche bloccato il traffico verso l’Italia dei clandestini. Che però riprenderà – non facciamoci illusioni – con numeri sempre crescenti. Lo garantisce la crescita demografica dell’Africa, che è davvero allucinante. Mentre in Europa la popolazione autoctona decresce (il nostro tasso di fertilità è di 1,37, meno di un figlio e mezzo per coppia di genitori), in Africa la crescita è esplosiva. È vero che in valori assoluti gli europei sono ancora in aumento (oggi siamo nell’ordine di 730 milioni), ma questa crescita è dovuta alla crescente longevità. La nostra vita, o la nostra vecchiaia, si allunga.
Resta che produciamo meno figli. Perché? Le ragioni sono parecchie, ma forse la più importante è che nelle società benestanti i figli costano (anche più del necessario, grazie al dilagante «mammismo» di genitori che li debbono ricoprire di regali), mentre nelle società povere i figli non costano quasi niente: in Africa vengono messi al lavoro sulla strada nudi o con una braghetta, e lì, sulla strada, si arrangiano; per poi essere subito messi al lavoro appena ne hanno l’età. Non dico che questa sia l’unica spiegazione dell’alta prolificità o, inversamente, del calo delle nascite; ma è quella che più ci sfugge. Ovviamente l’altro fattore è la medicina: dove arriva quasi tutti i bambini nascono sani e salvi, anche se poi la medicina non può impedire che muoiano di fame o di sete.
Le stime delle Nazioni Unite (World Population Prospects) e dell’Unione Europea dicono che le nascite sono in diminuzione (più o meno forzata) in Iran e Cina, e anche in quasi tutto il Terzo mondo: ma non in Africa. Attorno al 2050, tra meno di quarant’anni, l’Egitto dovrebbe avere 114 milioni di abitanti, lo Yemen dovrebbe passare dai 4 milioni di abitanti del 1950 a 100 milioni a fine secolo; e l’Etiopia dagli 83 di oggi a 174; infine la Nigeria dovrebbe addirittura salire, secondo una proiezione, da 150 a 700 milioni di abitanti. Secondo me, nessuna di queste previsioni è credibile. Il clima sta cambiando, l’acqua è già insufficiente, e il cibo non può bastare. Ma queste cifre suggeriscono migrazioni e disperati tentativi di fuga di miliardi di persone.
Che fare? Posto che il grosso di questi immigrati saranno islamici, in Europa l’esperienza di come accoglierli e inserirli finora non è stata felice. In Europa i Paesi più «invasi» sono l’Inghilterra e la Francia. In entrambi i Paesi vive oramai una terza generazione di immigrati (in buona parte una eredità coloniale), regolarmente accettati come cittadini ma che non si sentono tali. Anzi. Vivono in periferie ribelli che alimentano anche nuclei di terroristi. Si credeva che questa popolazione fosse oramai integrata, e invece si scopre con sorpresa, per non dire con sbigottimento, che specialmente i giovani rifiutano i valori etico-politici della civiltà occidentale. E anche le piccole democrazie nordiche che, a cominciare dall’Olanda, hanno davvero accolto questi immigrati «liberalmente», non sono riuscite a risolvere il problema, o meglio, i problemi.
Vediamoli. Nell’Europa diciamo opulenta c’è posto? Quanto posto? È vero che la natalità europea è in calo. Ma finché la disoccupazione è alta (questo è l’indicatore che più conta) stiamo stretti. E poi, volendo o occorrendo, le macchine, i robot, possono sostituire buona parte della manodopera umana.
Seconda domanda: come e dove impiegarli? Nelle campagne per le raccolte stagionali? Sì, ma in tal caso i raccoglitori delle olive o simili cosa farebbero fuori stagione? La verità è che gli africani diventano per lo più lavoratori sottocosto, mal pagati (sfruttati?) o adibiti ai lavori che i nativi considerano degradanti e che si rifiutano di fare. Non è una gran soluzione.
In realtà, a tutt’oggi il problema degli immigrati è discusso e gestito, più che altro, dai politici alla luce dei loro interessi ideologici o elettorali. E i politici si dividono così: chi è di destra non li vuole, mentre chi è di sinistra li vuole o deve volere. Si ammetterà che questi non sono argomenti seri per un problema che è invece terribilmente serio.
Nell’articolo che ha dato origine a questo dibattito la mia proposta è stata di stabilire un terzo principio di accoglienza: la residenza permanente che si trasmette anche ai figli ma che è, al tempo stesso, revocabile se si scopre che quel residente batte la strada, smercia stupefacenti, gestisce la prostituzione, e simili bellurie. La forza di questa proposta non è soltanto che ha una sua razionalità, una sua ragion d’essere razionale, ma anche che non compromette niente e ci dà tempo per vedere se funziona e come funziona.
L’unica privazione, per così dire, dello status di residente permanente è che non vota. Non mi sembra una privazione terribile, dal momento che nelle nostre democrazie il voto dei cittadini si aggira tra il 50-60 per cento (l’Italia è un caso raro di alta affluenza elettorale). Concedere o non concedere il diritto di voto è un passo decisivo. Lo dimostra con straordinaria evidenza il caso dell’India, dove l’Islam è arrivato mille anni fa, dove musulmani e indù hanno dunque convissuto spesso pacificamente per secoli e secoli, e dove alla prima prova di voto concessa dagli inglesi che si apprestavano a lasciare l’India tutti i musulmani, quasi senza eccezione, hanno votato il loro partito islamico. Dopo un millennio nessuna integrazione. Gli inglesi, controvoglia, hanno dovuto consentire la divisione del Paese tra India e Pakistan, poi seguita dalla scissione tra Pakistan e Bangladesh, anch’esso terra di abitanti musulmani.
I nostri politici non sanno assolutamente nulla di questa esperienza, e temo che anche i giornalisti ne sappiano molto poco. Esperienza che invece andrebbe meditata dai «nazionalizzatori» che credono, a torto, che l’islamico diventa italiano se e quando può votare. Che sciocchezza. La civiltà occidentale, oggi, si fonda sul principio laico che il potere deriva dal popolo. La civiltà islamica si fonda invece sull’opposto principio teocratico, che tutto il potere è di Dio, è di Allah. Questa è la posta in gioco. In attesa di come andrà a finire, che male c’è nel concedere una residenza permanente (ma revocabile) invece di una cittadinanza che è, invece, irrevocabile? Tanto più che nessuno proibisce di conferirla in un secondo tempo. (Pubblicato da La Lettura, supplemento del sabato del Corriere della Sera del 4 febbraio 2012)













Io credo che ia impossibile un’integrazione vera, concreta, salda, duratura e definitiva, e non solo apparente, fragile, modaiola, basata sull’accoglienza di alcuni prodotti alimentari o di complementi d’abbigliamento, come il kebab, il cous-cous, l’harissa sui maccheroni, la kefiah, attorcigliata al collo, che fa molto trendy e io-sto-con-i-palestinesi. Del resto, l’Europa, colonialista da 5 secoli, che cosa mai ha assimilato dai popoli asserviti, se non aspetti superficiali e formali? E’ assurdo prevedere che un islamico si acconci a vivere, in ogni settore della sua vita, pubblica e privata, secondo i nostri canoni, così come sarebbe molto difficile, per uno di noi, accettare, incondizionatamente, ogni abitudine del mondo musulmano. Ci dividono secoli di inimicizia irriducibile, millenni di cultura, concezioni di fede, di vita sociale, di impegno civico, assolutamente antitetiche. La previsione di accogliere, in Europa, una massa crescente di gente che non accetta e non assimila nulla della nostra cultura, è impensabile, pericolosa, deleteria, e non porterebbe a nulla di positivo, né per noi, né per gli immigrati. Non sono tanto i primi arrivati a rifiutare, ostinatamente, ogni integrazione, ma quelli di seconda e terza generazione. Anche la proposta di Sartori, pur ponderata e sensata, è utile solo temporaneamente, è un escamotage a vita breve. Dobbiamo convincerci che forse saremo noi, più o meno lentamente, a dover accettare l’Islam, come già prevedeva mons. Tettamanzi; egli ebbe a dire, rassegnato, che, se proprio si doveva scegliere tra un futuro, prossimo venturo, da atei ed agnostici, ed un altro, da islamici, avrebbe preferito, pur obtorto collo, il secondo. Saremmo vissuti, se non altro, seguendo una determinata fede; non c’è altra soluzione, l’alternativa sarebbe un futuro scontro di civiltà, tra di loro assolutamente impenetrabili ed inconciliabili.
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Un piccolo contributo. Come vicini ho degli indiani, che appena arrivati hanno suscitato le ire di tutti gli inquilini, io li ho difesi e , diciamo così, integrati. Di cognome fanno Singh, come l’ultimo guru del 700 che ha finito di scrivere la loro bibbia. Questa famiglia (marito, moglie , un figlio e due figlie) sono infatti di religione Sick, che è diventato popolo guerriero da quando nel 500 i musulamni hanno distrutto il loro “tempio d’oro”. La religione, in verità, era nata dall’incontro fra la religione mussulmana e quella induista con principi pacifisti, ma è stata costretta a diventare una religione guerriera. Per difesa. La religione mette sullo stesso piano tutte le caste e soprattutto l’uomo e la donna, che possono entrambi essere “sacerdoti” rispettando alcune regole poste da Gunter Singh, che ha deciso fra l’altro che tutti avessero lo stesso cognome assunto da lui (vuol dire leone). Questa storia mi è stata raccontata dal giovane Singh, che mi ha detto fra l’altro che sua mamma è una “donna col coltello” che si dedica quindi a seguire la disciplina dettata e presiede le preghiere. Posso in questo caso confermare due cose. Che è possibile l’integrazione (andiamo d’amore e d’accordo) e che siamo molto diversi, come modo di pensare, come principi, come cultura. Il rispetto reciproco è però possibile. Ho cominciato io, senza negargli aiuto e consigli. Ma ho avuto in cambio qualcosa di importante, un arricchimento importante. Inutile dire che non troverete nessuno della famiglia LEONE nei parchi o sulle panchine. Ma ogni favola ha il suo contrario: l’integrazione del giovane Singh, che va a scuola, che lavora, che ha una compagnia di amici della sua età non è per nulla semplice, anzi vive il dramma delle due culture a confronto. Ma questa è un altra storia, quella più comune e più evidente, quella di cui si parla di continuo, quella delle rabbie sopite che sovente esplodono. Che tutti raccontano e che si legge sui giornali.
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China65, l’esempio da te portato non riguarda il rapporto tra islamici e cristiani. I Sikh sono un’altra cosa; non hanno mai combattuto per una jihad da proselitismo impositivo, non considerano i seguaci di altre religioni come “cani e cagne” infedeli, non agognano ad un mondo su cui sventoli il vessillo della loro religione. Ancora, non hanno mai confuso Allah con i loro Cesari e viceversa, non hanno mai fondato teocrazie che abbinino il sacro con il profano e ad esso lo sottopongano, in un controllo ed in una subordinazione di ferro. Dell’induismo, i Sikh rifiutano assolutamente la divisione in caste e pongona la donna e l’uomo su uno stesso piano, invece di considerare la prima come un essere inferiore. Io ho visto il loro tempio a Novellara, stupendo; una mia figlia, che lì ha vissuto per alcuni anni, diceva che sono rispettosi e cortesi, come testimoni anche tu, e che non hanno mai dato fastidio a nessuno. Ho letto che c’è un altro loro tempio a Fiorenzuola. Del resto, io voglio ricordare che, da secoli, in tutta l’Europa cristiana, abbiamo convissuto, noi cristiani, con le comunità ebraiche; e siamo stati noi a perseguitarli, malignamente e tragicamente, con il consenso ed il pieno appoggio dei sacerdoti della nostra fede, senza motivo alcuno. E tanti ancora, qui da noi, li odiano e ne auspicano la scomparsa definitiva. Gesù Cristo, i suoi genitori, i discepoli erano degli ebrei, ricordiamocelo, ogni tanto. Sono gli islamici a non volere od anche a non potere integrarsi, se non rinunciando a principi, valori, usanze, alla loro stessa fede; e non posso nemmeno dargli torto, fino ad un certo punto ed entro certi limiti. Auspicare un’integrazione con l’Islam mi sembra la ricerca della pietra filosofale, che avrebbe dovuto trasformare il vil metallo in oro; ti risulta che sia mai accaduto questo miracolo?
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Confermo che non riguarda il rapporto fra Islamici e Cristiani, ma riguarda alcuni casi di immigrazione. Poi ci tengo a sottolineare che ho fatto cattive esperienze con altri immigrati, ma per una volta vogliamo parlar di cose positive ? Mai possibile che di quelle non si faccia mai menzione ? Dai Biffo, sforzati anche tu di ricordare momenti positivi vissuti con persone che vengono da un altro paese.
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China65, te pòssino…, ma nei miei confronti hai una memoria un po’ labile, mi vedi sempre come un disfattista sociopolitico, da toccarsi i cosiddetti quando mi si legge. Qui sopra ho ripetuto diecine di volte che ho stimato tantissimo l’operato di un giordano, che ha fatto, per anni, da badante amoroso, con affetto filiale, di mio suocero. Ogni tanto mi rallegra la compagnia di un ivoriano di Salso, che fa battute esilaranti sulla mia pellaccia pallida, il mio pancione, i miei capelli grigi e mi racconta cose interessantissime sul suo paese, denunciando le responsabilità dei coloni europei; ed ha ragione! L’ho scritto un sacco di volte, anche su altri blog, China! Salvati ‘sto mio commento, mi raccomando, e non accusarmi più di essere un pessimista, nero, plumbeo ed antisociale. Distinti saluti, anche affettuosi, se vuoi!
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BRAVO BIFFO, INSISTI, CHE L’OTTIMISMO è IL SALE DELLA VITA. Non prendertela, non ce l’ho certo con te, hai un “pacchetto d’esperienza” prezioso e una cultura che ti invidio. Ma te la invidio rincorrendola, non cercando di negartela o disprezzandola. Per via dei mussulmani …. la guerra dura dal medio evo, ma non è mica la mia guerra. Io cerco la pace (impossibile), la tregua (improbabile) o la fuga (ma gli immigrati corron più forte). Per cui dovrò cercare una altra soluzione, per me vale tutto meno che la guerra.
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China, io invece amo la battaglia, con armi dialettiche, non bianche né da fuoco, la pace è noiosa, paciosa, appunto; la tregua e la fuga sono inutili. La guerra con i musulmani, anche se preferirei chiamarla “confronto”, coinvolge tutti noi, anche te, volente o nolente. Il mio pacchetto di cultura, essenzialmente classica e letteraria, China, non è certo incommensurabile, non copre tutto lo scibile umano, per carità; e poi tu hai, in tanti settori, sicurament una cultura ben superiore alla mia, che, dal punto di vista pratico, non vale una cippa. Non so tu, ma io, a confronto con un nero, special,ente, mi sento addosso un disagio terribile, non so bene che dire, ho sempre paura di strabordare, di poterlo offendere, involontariamente; è il fardello, pesantissiomo, dell’uomo bianco, il senso di colpa di avere disprezzato, per secoli, noi, di etnia europea, i discendenti dei nostri progenitori, Gente a cui dobbiamo tutto, in scoperte, invenzioni, cultura, persino nel fatto di essere qui, ora,io e te, a scriverci, figli di quell’Eva e di quell’Adamo centro-africani di più di 200mila anni fa. Io ricordo che nei films USA anni ’40-’50, i neri erano sempre figure di domestici rimbecilliti, tonti, beoti e babbei, che parlavano invariabilmente con i verbi all’infinito e come se avessero un forte raffreddore. E tutti quelli della mia età erano convinti che tutti i neri fossero così, veramente!
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Ovviamente devo dire la mia quando si parla di voto e Giovanni Sartori,uno che mi ha insegnato molte cose,sembra dimenticarsi del mondo anglosassone che lui conosce bene visto che vi è vissuto per tanti anni.
Lui dice : “Concedere o non concedere il diritto di voto è un passo decisivo. Lo dimostra con straordinaria evidenza il caso dell’India, dove l’Islam è arrivato mille anni fa, dove musulmani e indù hanno dunque convissuto spesso pacificamente per secoli e secoli, e dove alla prima prova di voto concessa dagli inglesi che si apprestavano a lasciare l’India tutti i musulmani, quasi senza eccezione, hanno votato il loro partito islamico.” Osservazione : cosa hanno fatto gli Sciti ed i Sunniti in Iraq dopo la caduta di Saddam? Ciascuna religione ,noi non abbiamo avuto lo stesso problema per la presenza dominante del Cattolicesimo, si è fatto il partito e ovviamente se l’è votato.Se voti i partiti,finisci per votare le religioni, i clan ,le famiglie,le lobby,i gruppi d’interesse,le appartenenze etniche,ecct,e per finire il partito del territorio come succede da noi con la Lega Nord.Se invece devi votare “la persona” ,dove è possibile, anche se poco praticato, nel mondo anglosassone per il link ammesso,anche se facoltativo, da quel sistema con i partiti,un cittadino deve evidentemente modificare il suo approccio alla politica attraverso la sua responsabilizzazione.IL concetto di individuo che sceglie l’individuo è il meccanismo che annulla ogni legame con il gruppo e mette la persona di fronte alle sue responsabilità.Con questo rispondo al pessimismo di Biffo per il superamento della cultura ,pre democratica,dell’islam.La differenza tra noi e l’Islam sta proprio dentro una parola che si chiama democrazia che di nome e di fatto è cosa diversa dalla parola partitocrazia di cui le nostre “democrazie”,anche se con graduazioni diverse,sono tutte infarcite.Sul principio di una certa gradualità sulla cittadinza degli stranieri, poichè di questo in fondo si tratta,sono ovviamente d’accordo.
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Caro Biffo, spesso sono d’accordo con ciò che lei dice. Questa volta un pò meno. Se non le rubo troppo tempo, vuol essere così gentile da delucidarmi sul punto che mi ha colpita? Cosa intende per “Gente a cui dobbiamo TUTTO”, specificando: in scoperte, invenzioni, cultura. Se così fosse, io, cammin facendo, mi sarei persa qualche cosina a farsi dagli antichi Romani. Vuol scendere in qualche dettaglio, ragguagliandomi? La ringrazio.
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Gnacra, tutte le più grandi civiltà protostoriche e storiche non hanno fatto che sviluppare ciò che i nostri più antichi progenitori del tipo Homo sapiens, nato in Etiopia 200mila anni fa, avevano inventato e scoperto, come utensili e strumenti per la caccia e la pesca più evoluti e l’uso del fuoco, ad es. Senza le basi e le fondamenta di quanto ci hanno tramandato questi nostri antichissimi antenati, non ci saremmo noi e la nostra civiltà. Gli edifici più alti e saldi di oggi hanno pur delle fondamenta ed un pianterreno, no?
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