Olocausto e best seller: poco attendibile la testimonianza di Denis Avey
Denis Avey ai tempi dell’internamento nel lager.
di Luciano Orlandini
Auschwitz. Ero il numero 200543, l’opera di Denis Avey (con Bob Bromby) è da alcune settimane al vertice della classifica delle vendite (settore saggistica) in Italia, dopo aver ottenuto ottimi riscontri sul mercato britannico.
Il testimone, oggi novantaduenne, racconta di essersi arruolato nel 1939 nell’esercito britannico e di avere combattuto in Africa, nell’area compresa tra l’Egitto e la Libia, contro i nazifascisti. Catturato, venne trasferito in Italia e successivamente in un campo di prigionia nei pressi di Auschwitz.
Si tratta del campo E 715, dove furono internati prigionieri di guerra inglesi, utilizzati nella costruzione di una fabbrica, la Buna, che doveva servire alla produzione di gomma sintetica. Nel cantiere lavoravano anche prigionieri ebrei, provenienti da un vicino campo di concentramento, quello di Buna-Monowitz (Auschwitz III).
Il trattamento riservato a questi ultimi dalle SS e dai kapò era assai peggiore rispetto a quello concernente i prigionieri inglesi, sottoposti alla sorveglianza di soldati della Wehrmacht. «Noi non eravamo destinati allo sterminio, loro sì», scrive Avey. (pag. 140).
La testimonianza del prigioniero inglese non riguarda solo le difficili condizioni di lavoro nel cantiere di Buna, ma si estende anche alle condizioni di vita all’interno del campo di detenzione degli ebrei (Auschwitz III).
Avey dichiara, infatti, di avere attuato uno scambio di identità con l’ebreo olandese Hans e di essere disceso per due volte nell’inferno di Auschwitz III al fine di poter documentare «dall’interno» il processo della soluzione finale («Nella mia mente prese forma l’idea di prendere il suo posto. Solo così avrei potuto rendermi conto di persona di quanto stava accadendo», pp. 166-167).
Il successo commerciale del libro è in gran parte legato a questa testimonianza dal luogo infero, come ben evidenziato anche dalla copertina dell’edizione di lingua italiana: «Era il 1944. Sono entrato ad Auschwitz di mia volontà».
Analizziamo il valore di questa testimonianza. Nella prefazione al libro lo storico Martin Gilbert afferma che il gesto di Avey «ci permette di gettare una luce inedita su uno degli angoli più oscuri del regno delle SS» (pag. 8).
In realtà, i dati informativi forniti dal prigioniero inglese sono già noti da tempo e tutti reperibili nel libro, che Avey sembra conoscere, di Primo Levi «Se questo è un uomo»: il rientro degli ebrei dal cantiere di Buna, la scritta sopra il cancello «Arbeit macht frei», l’impiccato, l’appello, l’orchestra dei prigionieri, il Krankenbau, la Frauenhaus, la zuppa serale a base di cavolo, il fetido dormitorio, la colazione a base di pane nero, la marcia mattutina verso il cantiere.
Non c’è nulla di nuovo, nulla di inedito in ciò che Avey scrive. Si consideri, poi, che la duplice rischiosissima incursione ha richiesto la complicità di due prigionieri inglesi (Bill Hedges, Jimmy Fleet), dell’ebreo olandese Hans (il soggetto dello scambio), di un ebreo tedesco, di un ebreo polacco e del kapò del kommando di appartenenza di questi ultimi.
Sei persone in tutto: quattro rimaste anonime e i due inglesi che, essendo, a quanto pare, deceduti, non hanno potuto fornire alcuna conferma al racconto di Avey.
L’unica voce narrante è quella del militare inglese, che si offre nel segno del «prendere o lasciare». Confrontata con quella autorevolissima di Primo Levi, tale voce appare per di più assai flebile: nessun dato circostanziato, nessun nome identificativo di aguzzino o di vittima («Non sono nemmeno sicuro che Hans fosse il suo vero nome, ma io lo chiamerò così», pag. 157; «Non chiesi mai ai miei complici il loro nome», pag. 183 ; «Cercai di memorizzare i nomi dei kapò e delle SS, senza riuscirci», pag. 185).
A questo punto, tenendo conto sia dei corposi impedimenti alla realizzazione della duplice incursione sia del contenuto scontato e generico del racconto, risulta difficile, per non dire impossibile, dare credito a tale testimonianza.
Del resto, l’autore appare inaffidabile anche in relazione ad un altro passaggio drammatico della sua esperienza militare: quello dell’inabissamento nel 1941 della nave Sebastiano Venier che trasportò da Bengasi verso l’Italia Avey e altri prigionieri: colpita da un siluro, la nave «colò a picco con tutto il suo carico di uomini intrappolati dentro» (pag. 114).
In realtà, come accertato anche dal coautore Bob Bromby, la nave raggiunse la costa greca e tutti i prigionieri si salvarono (pp. 301-304).
La vicenda della Shoah con i suoi milioni di morti è una cosa terribilmente seria, che è stata documentata con circostanziati racconti da aguzzini e da vittime superstiti.
I confusi (inverosimili) ricordi di un ex-militare novantaduenne, ancorché ricevuto con tutti gli onori il 10 gennaio 2010 dal premier Gordon Brown al n. 10 di Downing Street e inserito nell’elenco dei ventisette inglesi «eroi dell’Olocausto», non servono alla causa (nobilissima) dell’accertamento della verità storica.
P. S. In quanto convergente con il contenuto di questo intervento, segnalo il contributo dello storico e giornalista Mario Avagliano.
«Auschwitz. Ero il numero 200543», Editrice Newton Compton, 9,90 euro














Il nazismo, nel perpetrare l’Olocausto, non ha fatto che portare alle sue estreme conseguenze l’essenza criminale omicida e genocida che è insita nella natura umana da quando le si accesero in capo i primi barlumi di raziocinio e quindi la conoscenza del Bene e del Male, con corsia preferenziale per la seconda soluzione. La condanna unanime del genocidio nazista ha avuto una funzione catartica globale di comoda Pietra Nera, assorbente tutto il Male del mondo, di capro espiatorio per eccellenza, su cui scaricare tutti i precedenti e susseguenti genocidii della Storia. L’Olocausto ha avuto sommi maestri in antecedenza ed alunni zelanti anche in seguito.Tra i 18 milioni di sterminati, ci furono zingari, Testimoni di Geova, omosessuali, disabili fisici e psichici, massoni, pentecostali, dissidenti politici e prigionieri di guerra. Inoltre, non si dimentichi che, da decenni, esistono biechi negazionisti, specialisti nel destrutturare e decostruire le testimonianze storiche sull’Olocausto, dirette ed indirette, così da insinuare il dubbio nei meno acculturati. Tra gli Olocausti di un tempo e di ora, volutamente o distrattamente dimenticati, non omettiamo lo sterminio delle popolazioni delle Americhe, dell’Asia, dell’Africa, dell’Australia e della Nuova Zelanda, dovunque i coloni europei arrivarono ad imporre la loro democrazia e la loro fede, in nome del capitalismo e dell’imperialismo.
E non fingiamo di ignorare anche quelli che si stanno, lentamente e silenziosamente, perpetrando in tante parti del mondo, contro i cristiani, in un assordante ed abominevole oblio di chi potrebbe e dovrebbe intervenire a far sentire, se non altro, la sua voce: il silenzio degli innocenti!
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Caro Moderatore,
visto che vengo normalmente bannato, perché questo è un vero sito democratico che rispetta la libera opinione altrui, mi faccia il piacere di dire a ” Biffo ” (un altro che non ha il coraggio di mettere nome cognome) che i “18 milioni” di sterminati è una novità assoluta. Perciò, se così è, il Biffo dovrebbe sapere indicare come sono stati distribuiti geograficamente e cronologicamente questi 18 milioni di sterminati e da quale documentazione questa cifra sarebbe supportata. Mi sembra il minimo!
Grazie in anticipo (e se non lo vorrà fare mi basta che lei lo abbia letto).
Saluti
Gian Franco Spotti
Soragna (PR)
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Signor Spotti,
lei viene regolarmente bannato, cioè censurato, perché i suoi commenti sono sempre apologetici del fascismo e del nazismo, ideologie (e pratiche) che non ci vanno a genio. L’ultimo che ci ha inviato, non più tardi di tre giorni fa, era negazionista. Negava cioè lo sterminio programmato degli ebrei da parte dei carnefici hitleriani. Vede, un sito è una «proprietà» privata dove si pubblica quello che i proprietari vogliono, non quello che il primo che passa pretende. Perciò non faccia il furbo appellandosi a quella democrazia che i suoi idoli non hanno mai rispettato. In nome della democrazia, sempre che le leggi vigenti glielo permettano, lei può tenere conferenze in pubblico o comizi in piazza. Inoltre, può manifestare le sue opinioni sui tanti giornali conformi alle sue idee che escono in Italia. Oppure può aprire un sito, chiamarlo Casapound, Heimathitler o come diavolo vuole. Però non pretenda di fare il parassita nazista a nostre spese. Per gente come lei non vogliamo spendere neanche mezzo secondo per fare clic. Perché fare clic sulla parola «approvare» (per autorizzare la pubblicazione del commento) sa già di complicità. Ci scusi, ma siamo fatti così. Non siamo equanimi. Le sue idee ci ripugnano. E ora se la veda con Biffo, che crediamo non esiterà a risponderle a tono nonché a declinare le sue generalità. Ciò detto, non ci scriva più. Noi le sue opinioni non le vogliamo proprio rispettare. Le sue sono opinioni che hanno distrutto a suo tempo mezzo mondo. Vogliamo ricominciare da capo? No, grazie.
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Mi chiamo Franco Bifani, di Fidenza; Lei, pardòn, tu, camerata Spotti -sempre presente, purtroppo!-, mi conosci benissimo, perchè, sulle pagine de L’Informazione di Parma, ci siamo scambiati opinioni contrastanti parecchie volte, anni fa. Io qui sopra mi firmo con un nick, caro il mio eroe nazifascista, come fanno tutti, così come tutti, qui sopra, sanno benissimo chi io sia. Non ti rispondo minimamente su quanto mi hai chiesto, non ne hai bisogno; come tutti i negazionisti, sai tutto tu, quanto a fonti storiche, non hai la necessità di leggere le notizie riportate da un coniglio disinformato, come me, che non sa mettere assieme nome e cognome. Tu, invece,segui sempre, da bravo adoratore di Mattogno&Co, il solito copione di cercare di destrutturare e decostruire i discorsi, le testimonianze, le notizie riportati dai biechi filosionisti, come me. Ringrazia di poter vivere in un Paese, che, seppur prono e schiavo del potere delle solite, bieche lobbies reazionarie e conservatrici ebraiche e yankee, ti permette di scrivere le tue tesi abominevoli, a destra e a manca. Io, povero amico e difensore di Assalonne Mordivò, starò qui, ad attendermi il tuo intervento da Balillino troppo cresciuto, armato di olio di ricino e manganello. O Jahvè, mi tremano le mutande per la paura!
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Sul concetto privatistico di sito Internet pochi sono i dubbi. Io lo definirei un appartamento con la porta aperta. Se la porta si chiude per volontà del proprietario andrebbe spiegato almeno il regolamento condominiale. Ovvero chi entra? Quali idee varcano la porta? Scontato il fascismo, il nazismo ma i fini pensatori delle “foibe hanno fatto bene”, “uccidere un fascista non e’ reato” entrano o stanno sulla porta? Ho visto in passato su questo sito, tra cose intelligenti,una idiotissima vignetta anticattolica di un idiotissimo vignettista tedesco, ho sentito definire farabutto un sant’uomo come Giovanni Papini dopo avere forse letto e maldigerito una pagina al massimo di questo scrittore ma mi inchino al concetto privatistico di sito che sommerge tutto e tutti e preventivamente decide cosa può urtare o meno la sensibilità altrui.
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