Adriano Sofri, libero dopo ventidue anni, va all’Isola del Giglio

Adriano Sofri all’Isola del Giglio.

Questo articolo di Adriano Sofri è uscito oggi, 17 gennaio, sul Foglio. Sono diversi gli ex di Lotta continua che collaborano al quotidiano diretto da Giuliano Ferrara.

Fra le tante eccellenti persone che ho incontrato all’Isola del Giglio – dove ebbi indimenticati trascorsi estivi – c’è il signor Aristide, anni 82, imbarcato a 16 anni senza libretto, fino a diventare nostromo. Alla conversazione partecipa anche Giovanni Andolfi, già marittimo anche lui, con cui condivisi certi trascorsi estivi, compreso un blocco del porto del ’76 per protesta contro l’invio di Freda e Ventura, e commenta che secondo il dizionario il nostromo è l’uomo rude che guida la ciurma, ma Aristide è un tipo calmo e mite.

Aristide mi spiega come sono andate le cose, ma un po’ per il rumore dei motori un po’ per le mie carenze linguistiche non sono in grado di riferire esattamente: sostanzialmente hanno scapolato la Torricella, la prima pinna (lo stabilizzatore, cioè, ora esposto all’aria sul fianco scoperto) è scapolata, la seconda no, fra la secca grossa e la secchetta, io ci passo in mezzo col mio gozzo, ma quello; lui veniva dalla spiaggia delle Caldane, hanno toccato il timone, lo squarcio è alla pinna di poppa, ha buttato due ancore, prima una poi l’altra… Non è chiarissimo, lo so, ma è colpa della mia trascrizione.

Nel 1974 ad Aristide è capitato qualcosa del genere, ad Amsterdam, dopo cinque giorni di bonaccia, avevano rientrato le pinne ma non avevano messo lo spinotto di fermo, sono entrati nella chiusa, la pinna ha preso il pilone, è entrata l’acqua nella cambusa, dove non è stagno. I sommozzatori hanno preso tutti i guanciali delle cabine, e ce li passavano sotto per turare la falla, allo snodo della pinna. Siamo rimasti sotto parecchio. Ho 82 anni ma lavoro sempre, eh! – dice Aristide, e mi mostra le mani. E’ un gran carpentiere, precisa Giovanni. Lavoro alle barche, all’orto, non mi fermo mai, ho perso pure un occhio – e mi mostra un occhio di vetro. Peccato che il traghetto è quasi arrivato, e Aristide ormai può solo farmi un indice sommario dei fatti notevoli della sua carriera: nel ’56 prigioniero al Canale di Suez, sei mesi in Vietnam dove andavamo a portare la benzina, e sono stato in Corea al tempo della guerra.

Poi, per venirmi incontro, aggiunge che è stato anche arrestato per un paio d’ore quando era tredicenne, con i suoi amici, perché avevano fatto scoppiare un grosso carico di carburo sul porto, e se la cavarono perché il padrone era in colpa lui per omessa custodia. È una gran bella cosa stare a sentire le storie della gente. Aristide sta andando a trovare suo figlio, a Roma. Se lo incontrate, fatevi raccontare il resto.

Adriano Sofri nel suo ufficio alla Normale di Pisa, dove lavorava dal 2005. Sui suoi compiti i giornali sono stati vaghi. Di che cosa si occupava esattamente? Questa è una domanda seria, non una provocazione. Perciò, risponda chi sa. Spiritosi, provocatori e perditempo sono pregati di astenersi. 

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3 thoughts on “Adriano Sofri, libero dopo ventidue anni, va all’Isola del Giglio

  1. Ho fatto qualche ricerca, ma l’unica notizia che si trova scritta dappertutto è quella che collaborava, od era addirittura preposto, alla sistemazione degli archivi riguardanti, alla Normale di Pisa, due giganti della cultura, come Garin e Timpanaro. Ho chiesto a due figli di miei amici, che hanno terminato da poco la Normale, se lo avessero mai visto, al lavoro o negli spazi della Normale, ma mi hanno risposto che si sapeva, vagamente, di una sua presenza, più o meno assidua, ma che nessuno conosceva esattamente dove fosse collocato, per il suo lavoro, e nemmeno come e quando lo svolgesse.

  2. A proposito della tragica vicenda, avvenuta nei pressi dell’Isola del Giglio, io ci trovo molte somiglianze con gli eventi degli ultimi 17 anni di vita sociale, politica e civile italiana. Chiamerei la nave Discordia, piuttosto che Concordia, e le sue drammatiche vicende, di cui ancora non si vede la fine, nemmeno all’orizzonte più lontano, sono iniziate il 26 gennaio del ’94, con il celebre “discorso della Corona” di 9 minuti 9, in cui un aspirante comandante, inetto, bugiardo ed arrogante, comunicava ai poveri passeggeri della nave italica ed alla ciurma che si arrabattava, da decenni, a governarla per mari insidiosi, la sua “discesa in campo”; ciò a scongiurare che il naviglio si arenasse nel maligno Mar dei Sargassi del comunismo. Dopo averne provocato, con manovre maldestre, per una sorta di esibizionismo perverso, il naufragio più vergognoso ed abominevole, ha abbandonato la nave, fingendo resistenza e riottosa ritrosia, ed ha scaricato su ciurma e passeggeri ogni responsabilità. A differenza di Schettino, sta però già preparandosi ad un nuovo arrembaggio, per dare il colpo di grazia ai sopravvissuti, ai dispersi e all’equipaggio, fedifrago ed ammutinatosi. Anche sulla nostra nave Discordia ci sono stati, forse, comportamenti eroici, tra passeggeri, ciurma ed alti ufficiali; ma, anche in questo caso, nessuno si ricorderà, presto, di loro. Rimarrà, nella memoria collettiva, il coraggio ed il valore di tanti poveracci, con la loro generosità disinteressata e spontanea verso altri poveracci, anch’essi nella medesima carretta del mare di nome Italia, avvilita, svilita e vilipesa dal suo “comandante”.

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