La sinistra è al momento sprovvista di ideali, gli idealisti sono pregati di ripassare
Perché il 68 cattolico gode di buona salute, mentre il 68 di matrice marxista è finito in briciole? Sono pensieri che ci frullano in testa da sempre e si trasformano in domande pressanti al cospetto di certi esiti esistenziali, oltre che politici.
Andrea Riccardi, che iniziò il suo impegno nelle borgate romane nel 1968, prima ha creato la potente e benemerita Comunità di Sant’Egidio, poi è stato chiamato a far parte del governo Monti. I militanti di Comunione e Liberazione hanno fatto della Gioventù studentesca sessantottina una consorteria di potere politico, economico e finanziario e del Meeting di Rimini il banco di prova della sinistra che da sempre rincorre, blandisce e rimpinza i cattolici sperando di averne riconoscenza elettorale.
In ambito cattolico, sono migliaia le storie di successo, politico e personale, mentre i leader della contestazione e delle rivoluzioni mancate vanno a casa o in pensione. Perché tutte queste piccole ritirate, iniziate quando i capi dei movimenti erano ancora nel pieno delle forze, un tutti-a-casa che qualcuno battezzò «riflusso»? Solo perché sono crollati i regimi comunisti e quelli superstiti, dalla Cina al Vietnam passando per Cuba, non sono più modelli da additare alla pubblica ammirazione? Perché è implosa l’idea di creare un uomo nuovo che fosse al contempo un concentrato di virtù guevariane e berlingueriane, plasmato con la creta della diversità comunista? Solo perché non si può far santo chi ha imbracciato il mitra? Ipotesi fondate ma non del tutto convincenti, a cominciare dall’ultima. Solo chi è molto cieco ignora tutti quei santi che hanno fatto strada al cattolicesimo con la spada e le stragi di popoli. E allora, perché i giovani cattolici, per riportare la domanda al presente, si moltiplicano e avanzano mentre i giovani di sinistra arretrano? Perché c’è crisi di vocazioni a sinistra?
Una delle ragioni potrebbe essere che i giovani di sinistra non si pongono questa domanda. La trovano moralistica, ingenua, datata o semplicemente poco vicina ai «bisogni» dei giovani. E con ciò ammettono che la sinistra non si pone più domande ideali, e men che meno spirituali, ma si limita a rivendicazioni per così dire sindacali. Chi proprio non vuol capire, può accusare questo tipo di preoccupazioni immateriali di essere come bestemmie in un periodo in cui c’è bisogno soprattutto di beni materiali, dal salario alla casa. In tempi di crisi, il pane è tutto e le rose un lusso che non ci si può concedere. Ma il pane solo non basta, non è mai bastato, neppure nei tempi più cupi. Un giovane di sinistra non può limitarsi a fare le bucce al governo Monti dopo averle fatte a Berlusconi, non deve ambire solo a un posto di lavoro e a una pensione, non deve perseguire solo un avvenire migliore nel senso della sicurezza economica. Certo, questi sono i prerequisiti per una vita degna di questo nome, la conditio sine qua non, ma se qui si ferma qui cade. Non ci sono lussi che ci si possano permettere una volta raggiunta la stabilità economica e la la pace sociale, quasi si trattasse di problemi, per dirla in gergo cinematografico, da risolvere in fase di postproduzione. I leader della sinistra non solo in tutti questi anni non hanno detto qualcosa di sinistra, ma non lo hanno neppure fatto, una volta al governo. In Italia come in Spagna.
Per i grandi ideali della pace e della solidarietà internazionale il governo D’Alema ha fatto bombardare Belgrado e ha abolito il servizio militare, per favorire la socializzazione tra i giovani, ha sgravato le tariffe dei cellulari. Oltre i Pirenei, il decantato Zapatero, ha rilasciato diritti a certe combattive minoranze insieme alle licenze di cementificare le coste. Se questi sono i traguardi di una sinistra che voleva cambiare il mondo e l’essere umano, beh c’è da chiedersi se valga la pena di sbattersi tanto per «conquiste» destinate a essere cancellate dalla destra tornata al governo (in Spagna) o che l’oblio e i mercati si rimangeranno.
I politici di sinistra, anche gli apprendisti, risponderanno che di questioni morali e simili ubbie devono occuparsi le religioni e le rispettive chiese. E dopo averlo detto si recheranno nella chiesa di riferimento a farsi benedire le loro piccole crociate «sindacali». Un cappellano, si tratti del cardinale Martini o del cardinale Tettamanzi, di cui sfruttare e strumentalizzare le dichiarazioni a proprio uso e consumo, lo trovano sempre. Qualcuno ne trae benefici personali. Un amministratore di sinistra che dà un po’ di soldini agli oratori può sperare di ricevere in cambio un po’ di pubblicità elettorale. A loro i veti a noi i voti, è l’astuto piano dei segretari dei partiti di sinistra.
E così i codici per distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, continuano a essere nella mani della casta sacerdotale. Oggi più che mai. A tanti anni dalla predicazione del verbo marxista, la tremebonda sinistra non è stata in grado di elaborare una morale autonoma, pur nel rispetto dei dieci comandamenti di Mosé e del condivisibile slogan crociano «non possiamo non dirci cristiani», che allude però a una matrice culturale, non a un corpus dottrinario.
Per questa arrendevolezza dei comunisti all’articolo 7 della Costituzione e per questo appoggiarsi alla Chiesa quando si tratti di questioni morali, certi orfani del partito liberale accusano certa sinistra di «moralismo». Un accusa che la sinistra, anche la più coraggiosa, non sa trasformare in un vanto. Va di moda essere trasgressivi (non si sa bene di che cosa), non moralisti. E così i campioni del libero pensiero, i radicali liberi riciclati nel popolo delle libertà, volenti o nolenti, sono diventati fornitori della Real Casa Pontificia. Ma con quel che di trasgressivo che è come una scorzetta di limone nel martini, un goccio di angostura prima di shakerare. (Da domani.arcoiris.tv)















La crisi della sinistra nasce, in primo luogo, dal crollo di un tipo di società alternativa nell’Europa dell’ Est; ma non bisogna dimenticare che nell’ Europa dell’Ovest le sinistre dei vari paesi avevano contribuito in modo determinante alla creazione dello stato sociale.
Negli ultimi anni la grande finanza internazionale è riuscita a imporre a tutto il mondo un modello di sviluppo ultraliberista che ha come obiettivo lo smantellamento dei vari stati sociali, visti come fonti di spreco e come perturbatori dei mercati.
La sinistra oggi ha due possibilità: difendere lo stato sociale e scontrarsi con la grande finanza, la cui forza di persuasione abbiamo visto all’opera in questi giorni, oppure andare dietro all’andazzo generale, cioè appoggiare politiche liberiste e perdere il proprio ruolo di difensore dei più deboli.
Il dramma della sinistra, degli intellettuali di quell’area e dello stesso PD nasce da questo dilemma quasi irrisolvibile.
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Di quale sinistra parlano Andrea e C. visto che ce ne sono una infinità? Tra l’altro se non mi ricordo male la Mutua(stato sociale) in Italia è stata introdotta da Mussolini, ovviamente un uomo di sinistra.Il partito di maggior peso politico nei primi anni del dopoguerra che quindi ha avviato lo stato sociale è stata la DC che ovviamente era di sinistra.Ed erano ovviamente di sinistra,sindacati compresi, anche quelli tanto per fare un esempio, che hanno mandato in pensione maestre o professori dopo 15 anni di contributi.Se esiste il partito di sinistra (o di destra) perchè non lo fanno? Che senso ha parlare di una cosa che non esiste? Lo schema destra sinistra è servito storicamente per giustificare una concezione partitocratica della democrazia che invece è di nome ed i fatto cosa diversa dalla partitocrazia essendo basata sulla persona e non sui partiti.Ora la questione del liberalismo senza regole è di competenza dei nostri sistemi politici tutti (anche se con graduazioni diverse) partitocratici che sono lenti macchinosi e soprattutto vanno in paralisi.Ma lo sapete o no che il sistema USA uno dei meno partitocratici del mondo è in questo momento in paralisi? I mercati richiedono decisionalità certa,cioè che quando si vota si decide, (cosa che nessun sistema partitocratico può garantire) e rapidità decisionale.Le discussioni all’infinito non servono ad altro che a far venire i beghi nel catrame oltre a permettere il trionfo della speculazione.
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