Èl martedé di gnòcch

Pubblicato da Redazione il 15 novembre 2011 in Fidenza, Racconti |

Athos e l’aiuto cuoca Claretta assaggiano prima di servire in tavola. 

di Claretta Ferrarini

«Valdo, dâm a-dré del pan vècc’ da grätèr che, Martedé ch’uên, ät fâgh i gnòcch äd pan. Töm (1) ’anca ‘d la ricòtta e di spinasi». «Sì cara… sarà fatto cara…agli ordini cara…».

Quando parla in italiano possiamo star tranquilli, infatti il Rancero ritiene che la nostra lingua nazionale non si addica alle sue sproloquiate a tinte fosche. La questión l’é ca ‘l pärla tânt äd ciär in itäliàn!

«Mi fâgh èl sofrìtt» (2) dice Athos, il bravissimo cuoco parmigiano däd-là da l’acqua.

Äl martedé mäten’na, bunura äbòtta, sum bèlla là tütt dü a spignatèr. Prima delle undici, nella sala da pranzo, gli gnocchi, di un bel colore bianco-verde (che sarebbe diventato, un patriottico rosso-bianco-verde, dopo il condimento cul sufrìtt) sono stesi sulla larga spianatoia, come tanti smeraldi posti delicatamente sopra un antico velluto crèm (3). Arriva il Buttero borghigiano dall’aver pasturato le sue bestie, si complimenta vivamente per l’efficace colpo d’occhio del tävlêr e ci abbraccia. È sempre felice di offrire agli sciagurati amici del martedì, le migliori prelibatezze, ma…parla in dialetto e, diu ‘m nin delibra (4), nin sälta föra äd cùlli ch i g’han j’öv: dagli smeraldi all’anatomia del corpo umano, per lui il passo è brevissimo, figuriamoci se il passo parte dagli gnocchi, schissè anmò cul didón äd la man. Sciorinati, che ha, i suoi due o tre minuti di inanellati, boccacceschi spropositi, torna dalle sue bestie per abbeverarle. E intânt al süffla ‘me ‘n mèrul e ‘l cänta ‘mé ‘n äšgnöl.

Claretta e Athos. 

Me e Athos quätùma èl tävlêr cum ‘na tuàja bianca šniventa (5). Frattanto il telefono del Ranch squilla. Il gracchiante amplificatore, posto all’esterno del casale, spande il suo assordante suono in tutta la valle, fino al castello di Tabiano, inti sîd äd Persegona e a Costa di Frär. Così Il carismatico Caballero, ritorna ogni volta di corsa e risponde. Quel Martedì: «Rägâs, riva ‘l veterinäri; äl va däl crävi, pò äl g’ha da scrivar èl cärti. Maré šbrätèr (6) la tävla». Facendo molta attenzione a non deformarli, passiamo con delicarezza gli gnocchi su grandi cabarè di cartone che sistemiamo sopra la lunga tomana ricoprendoli con la tovaglia candida di bucato. Me grât èl tavlêr, sensa fägh un sfriž (modestamente) e ‘l pulìss ben cum èl mänsärén (7); Athos äl la mötta in pé sùtta la porta-morta cum sura un linzö; dägh ‘na späsädlen’na par tèrra; buff un pò sura la švuladga ’d faren’na ca s’é sparpäjè (8) da par tütt e la stanza torna in ordine per ricevere dignitosamente il veterinario.

Egli arriva; äl fà cul ca’l g’ha da fèr cul crävi, pò: «Ca’l véna siûr dutûr… ca’l sè séda siûr dutûr… mägnäl ‘na bucäda ‘d roba bon’na (9)? Beväl quèll? Ägh faghia un cäfé? Ga stüria ‘na butiglia äd cul bon?» dice il cow-boy nostrano con la consueta cortese ospitalità, intânt che me e Athos siguitùma a cunžübièr (10) in cüšen’na. Però, tra ‘na bala e cl’ätra, la fulciötta (11) del veterinäri, la dventa un pò longa e me, trâgh un òcc’ in säla, parché l’é vünž-e-tri; gh’é anmò da mänîr (12) la tävla e la ghenga äd j’äfämè la riva prìma ca son’na mèždé. Tütt d’un picc’… un urlo disumano scuote le mura del casale lacerando la quiete del Ranch e di tutta la valle. Gli animali, si spaventano e cominciano a scorrazzare per il cortile; si scontrano l’un l’altro, scòrnano, còzzano lanciando per l’aria nuvole di penne, piume variamente colorate ed emettendo parossisticamente i loro versi: i pît (13) äüsträliàn i pärän di tämbür, i pävón i siguitn a ciämèr la «mäjón», èll’ j’ochi, da la päüra i schibbiän (14) pü änmò e starnazzano assordando cavalli, cani, gugnén filipén e èl vachi intla stala (15). Chi nitrisce, chi grugnisce, chi muggisce, chi frinisce, chi squittisce, chi gloglotta, chi gracchia, chi ulula, chi bela. I pesci boccheggiano nel laghetto tanme s’i fössn-a-dré tirèr j’ültim (16) e is näscöndän sùtta la pansa di nadar mütt, ch j’en mütt, sì, mo mîa sûrd; donca j’han sintì èl sîgh e i šbätaciän èll j’äli, i s’ciaträn (17) äd l’acqua da par tütt e i fan fürlèr èl tròti däd ché e däd là fin sura ‘l pianti. Il veterinario, allibito guarda la sottoscritta che, con le mani nei capelli, gli sta davanti, immobile come una statua di sale; il Rancero, per la prima volta in vita sua, non riesce a favellare; Athos arriva dalla cucina, con gli occhialini un tantinino fuori asse, la cravatta pena-pena da šgäidón (18) (cucina sempre in camicia, giacca e cravatta ) e ‘l cüciär äd legn in man. Tutto ciò succede nel giro di pochi secondi durante i quali nessuno dei tre uomini capisce alcunchè. Poi, chi ha lanciato l’urlo, riesce a proferire, rauca: «Gli gnocchi!!! Dottore… gli gnocchi !!». Ancora niente. Tutti immobili… gli occhi fissi su di lei che, finalmente: «Dutûr äl m’ha spargnäclè (19) tütt i gnòcch!». 

Claretta e Athos nella cucina di Valdo. 

Sguardi più increduli che mai esprimono chiaramente un pensiero: «Mo che lé éla nurmäla?». Così lei, affranta, cul mäs’cén (20) da la vöja ‘d cridèr: «Dutûûûr! Äl s’é sidì insìma i gnòòòcch!!!». Athos capisce, il dottore non ancora. Come potrebbe poveretto… «Ca’l sè séda siûr dutûr… ca ‘l faga cônt d’essr a ca’ sua siûr dutûr… ca ‘l sè comuda siûr dutûr…» e lö äl s’é cumudè. E pensare che, in tanti anni, si era sempre seduto sulla seggiola accanto alla tavola per stendere i suoi referti, ma quel giorno la tomana era così allettante, rivestita del candido telo. Era talmente morbida ed accogliente, soffice-soffice come piuma e lui era tanto stanco, dopo aver lottato, per quasi un’ora, con le recalcitranti e briccose capre.

Intânt i gnòcch j’ern a-dvintè tanme tanti burtlen’ni (21) pena frìtti. Li abbiamo forgiati di nuovo uno per uno, ma ci siamo ben guardati dal raccontare l’accaduto alla variegata masnada di commensali del martedì. Un quäldón äl l’j’aréss gnàn tästè (22).

«T’zè», dževa me nôn, «èl cül l’é sempar cül, ahn».

Pü tärdi, par trärla in rìdar (23), ho stighè èl Caballero: «Valdo cunùsät ‘na riciötta par fèr di gnócch dür inspunciunênt, ch ‘i pòssän furèr pena von äs ga séda sura?». Ädiu Rušina! L’allevatore di pît äüsträliàn l’é partì e non vi dirò quante e quali ricette mi abbia fornito.

God Save Valdo, Athos, èl veterinäri, i gnòcch e tütt cul ca gh va dré.

 

Note per i non borghigiani

 

  1. Comprami.
  2. In parmigiano e in borghigiano significa preparare un sugo di burro, cipolla e triplo concentrato.
  3. Color crema (dal francese che ha dettato legge nei termini della moda).
  4. Dio me ne scampi e liberi.
  5. Bianca come la neve.
  6. Sgomberare.
  7. Scopino di saggina di forma cilindrica per pulire spianatoie e madie dalla farina.
  8. Spolvero di farina che si sparge ovunque durante l’esecuzione degli gnocchi.
  9. M.d.d. = vuol mangiare una fetta di ottimo salume.
  10. Trafficare, combinare.
  11. La lunga storia.
  12. Apparecchiare.
  13. Tacchini, ironico per struzzi.
  14. Scacazzano spruzzando.
  15. Maiali asiatici.
  16. Come se stessero esalando l’ultimo respiro.
  17. Schizzano l’acqua.
  18. Leggermente di traverso.
  19. Spiaccicato.
  20. Allegoria = incurvare all’insù il mento, prima di scoppiare a piangere.
  21. Sorta di pastella senza lievito, fritta a cucchiaiate che si spandono in padella.
  22. Non li avrebbe neppure assaggiati.
  23. Per buttarla in ridere.
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15 Commenti

  • avatar eleonora scrive:

    Finalmente leggiamo qualcosa di divertente e ben scritto…..sempre scorrevole e chi,come me, che parla poco il dialetto,prova un soddisfazione incredibile nel leggerlo e nel capirlo benissimo.questo non perchè io sono brava ma perchè è CLARETTA che scrive bene….Aspettiamo il prossimo racconto così almeno per un pò usciamo da questo lavaggio del cervello,che ci viene propinato giorno e notte dall TV…..CONTINUA COSì……..

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  • avatar Libera65 scrive:

    Che bello sentire e vedere dei “borgzani” d’hoc!!
    Non ce ne sono più….che tristezza!!!!
    Proponiamo qualche ora di lezione di borghigiano nelle nostre scuole o se no tra 20 anni nessuno saprà più nemmeno una parola……

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  • avatar Davide Boschi scrive:

    Un particolare encomio alla legenda, anche se in formato “rotolone” è poco fruibile e ricorda vagamente la carta igienica…
    Ad ogni modo,,, bello!

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  • avatar Valeriano scrive:

    Bravissima Claretta finalmente ti rileggiamo di nuovo,con un bellissimo reportage nel nostro dialetto borghigiano complimenti ancora,e mi associo a Eleonora e Libera 65 Ciao

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  • avatar detta "Samantha" scrive:

    “Dottorrre, dottorrre, si è seduto soprrra gli gnocchi!!! ( erre ovulare, rotacistica)” Secondo voi questa frase avrebbe avuto lo stesso effetto se fosse stata pronunciata come sopra descritto? No, no, proprio no! Detta così, sembra una battuta comica da avanspettacolo, detta in dialetto, fa sentire la disperazione del momento non certo ridicolo. Il dialetto è una lingua viva, passionale, sanguigna che non deve farsi sopraffare, tantomeno da neologismi esterofili. Brava Claretta, il tuo impegno alla conservazione e all’insegnamento del dialetto è meritorio di ogni lode e ringraziamento. Continua così ( se te gle fà….)

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  • avatar Enrica scrive:

    So di ripetermi, ma ancora ritengo straordinariamente d’effetto l’intercalare. Devo, peraltro, ammettere che, personalmente, apprezzo molto, e mi diverte anche, ascoltare le persone che, discorrendo, integrano italiano e dialetto. Ci sono, poi, ( come già altri hanno sottolineato ) talune espressioni della lingua italiana ( se pur bellissima .. ) che non arrivano a toccare “le corde ” del cuore, dell’anima, della mente, dei ricordi come l’equivalente dialettale, in particolare quando è parlato e scritto con la maestria di Claretta. Quanto all’episodio, non solo è divertente, ma così realistico da lasciare ” fisicamente vedere ” Claretta, in un primo tempo, urlante e poi ” con le tonsille sul tavolo ” ( come noi sappiamo.. ) per le risate. Un tocco di buonumore, genuino e …di classe, fa bene a tutti noi e soprattutto alla NAVE CORSARA che sovente deve, per giusta informativa e dovere di cronaca, riferirci fattoni e fattacci.
    Ottima Claretta!!!!! …..alla prossima.

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  • avatar eleonora scrive:

    Marianna,seduta davanti al PC con aria soddisfatta,legge e sorridendo,scandlassando,con due grassi lacrimoni che le scendono sulle guance…dice..ma che bel,mu le scrit ben,che belle giornate che passa,e intenerendosi ancora di più..dice..non perderò più neanche uno scritto…verrò a casa tua e riaffioriranno nella mia mente le chiacchiere che facevo in dialetto con i miei cari anni e anni fa……sum proprie sudisfate….BRAVA CLARETTA

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  • avatar lorenza scrive:

    E brava Claretta “Zia”!!!! Ad man co fet? I galegiant? Ad mandi Miky a sedorg sora…

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  • avatar lorenza scrive:

    I gobèt lu nin magna sent al pic!! Chi bò parò…

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  • avatar Manlio Baleani scrive:

    Ho fatto una gran fatica a capire il dialetto, sono di Ancona, ma ho degli amici emiliani e son abituato ad ascoltarli. In compenso ha potuto vedere i visi radiosi di Claretta e Athos. peccato che il mezzo informatico non riesce a trasmettere odori e sapori ma penso che saranno stati buonissimi gli “gnòcch ad pan e ‘anca ‘d la ricòtta e spinasi. Complimenti per la vostra nave corsara. Manlio

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  • avatar spartano76 scrive:

    io non ho capito cosa vuol dire “spinasi”…

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  • avatar fausto scrive:

    D’accordo con i commenti lusinghieri di tanti.
    Il dialetto è una lingua vera e propria, e con la sua originaria freschezza riesce quasi a visualizzare cose e persone.
    Per tutto questo, però, occorre una persona che, come la Claretta, il vernacolo “l’abbia interiorizzato” (e non che pensi in italiano per tradurre in dialetto, come purtroppo succede ad alcuni “vernacolisti” nostrani).

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  • avatar J. V. Borghese scrive:

    Adessa però abasta Claretta a contèr dal foli in salsa Ventennio, a ghe’ mia dal cosi, sempar nostrani, pü da ventenni… abasta con la saga mangereccia in t’là ca’ dal fascio…

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  • avatar Agata scrive:

    Ho impiegato mezz’ora a leggerlo!
    Ho capito quasi tutto però…e mi ha fatto proprio ridere!
    Non è stato difficile immaginare la scena, sapendo quanta passione mette mia nonna nel cucinare e ricordando subito una delle sue più usuali espressioni del venerdì(pranzo tra cugini): ‘ …magna mèèèèl ! ‘.
    P.S. – credo sia meglio far studiare ai ragazzi prima di tutto la lingua italiana(che non sembra nemmeno più essere la loro lingua) poi una che gli possa essere utile ovunque vadano…l’inglese ad esempio.
    E’ bello che il dialetto resti una tradizione, parlata e sentita dai nonni (la usano così spesso che è come se noi giovani l’avessimo studiata!).
    Ancora complimenti Nonna!

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  • avatar claudia scrive:

    Bellissima foto di una raggiante Claretta!!!!!!!! Mi sono spanciata dalle risate leggendo questo articolo………troppo forte!!! Con il suo modo di esprimersi in dialetto mi rende partecipe come se in quel momento fossi lì con lei. Complimenti…… ” mi piace”

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