Signori dei partiti, siete voi l’antipolitica che blocca la soluzione dei problemi

Pubblicato da Redazione il 30 ottobre 2011 in Opinioni, Politica, Riflessioni |

Le foto sono state scattate alla manifestazione degli indignati svoltasi a Roma il 15 ottobre scorso.

Vedo un trancio del programma di Luca Telese & Nicola Porro con Debora Serracchiani, Cirino Pomicino, alcuni del Movimento 5 Stelle, una giovane campana del Pdl e penso che ci sia qualcosa di buono in quel che dicono, ma l’ansia generata dai tempi televisivi, qualche accenno di battibecco, piccole furbizie, dialettiche e retoriche non ancora rodate lasciano un gusto amaro di incompiuto, di non detto, soprattutto di non approfondito. E poi troppi peana alla Rete che, come ricorda quella vecchia volpe di Pomicino, è un contenitore non un contenuto. Direi meglio: un veicolo, non una meta. Ma persino la più bolsa trasmissione televisiva può dare un impulso alla riflessione. Perciò ne scrivo. A caldo.

I movimenti devono restare movimenti. Se la loro analisi sulla deriva della politica è giusta, non possono trasformarsi in partiti non appena viene installata un’urna elettorale. È un assioma, ma cercherò ugualmente di spiegarlo.

Quando organizzi una lista e chiedi un voto, anche se continui a chiamarti movimento di fatto diventi un partito. O perlomeno è così che ti percepisce l’elettorato, che a quel punto non capisce più che cosa ti distingua dai partiti. I più maliziosi interpreteranno l’approdo in Parlamento (nell’assemblea, regionale o nel consiglio comunale) come una sorta di opportunismo.

Lo capiranno però i partiti, fino a quel punto tanto aborriti, che avranno buon gioco a dire: embe’? Tutta ‘sta cagnara per sedervi accanto a noi? Per concludere con cinismo: allora siete come noi. Siete dei loro, non vi temono più. Sarete considerati dei monelli sotto controllo. Non importa che non sia vero, loro riusciranno a farlo sembrare vero. Cioè a distruggere la credibilità della vostra lotta. A farvi apparire incoerenti mentre siete stati solo ingenui. Qui non si tratta infatti di coerenza, ma dell’efficacia di un’azione politica.

Un movimento di indignati che decida di entrare nelle istituzioni, per esempio i «grillini», corre lo stesso rischio di ripercorrere la parabola della Lega: una lenta discesa dopo una fulminea ascesa. La Lega s’inventò dal niente facendo proprie alcune rivendicazioni, alcune anche giuste, occupando il territorio, parlando con la gente, praticando il porta porta a porta. La televisione assestò e ampliò il successo. Roma cominciò a corroderlo.

Quando Bossi e compagnia cominciarono a essere più romani che padani, dopo che Berlusconi riuscì a coinvolgerli nella sua battaglia personale, «il popolo padano» ha cominciato a fischiare i suoi dirigenti. E ha gridato allo scandalo quando sono spuntati il Trota, la moglie di Bossi baby pensionata, il cerchio magico e tutti i cortigiani del Senatùr beneficiati in cambio del sostegno a lui e famiglia.

Il nepotismo di Casa Bossi è della stessa pasta di quello di Gheddafi e Mubarak, dinastico e cialtrone. Brianzoli e veneti si sono sentiti usati per dare una posizione a un anziano fanigottone e a tutta la sua ghenga. Imbrogliati come quei risparmiatori che mettono il loro tesoretto nelle mani dei finanzieri da bar.

Va da sé che il parallelo tra Lega e Movimento 5 Stelle riguarda solo l’atteggiamento prima ostile e poi malleabile verso le istituzioni, non i contenuti. Nessuno pensa infatti che quei calvinisti di Giovanni Favia e Andrea Defranceschi, consiglieri regionali a Bologna, e Fabrizio Crinò, consigliere comunale a Salsomaggiore, per dire i «grillini» a noi più vicini, ambiscano a crearsi posizioni di potere e ricchezze personali. Il loro approccio alla politica è monastico. Versano al movimento quasi tutto quel che ricavano dai loro emolumenti istituzionali. Anzi, si battono perché parlamentari ed eletti in regione si privino di una bella fetta delle loro prebende e dei connessi privilegi con l’unico risultato, per ora, di sbattere contro il muro degli interessi trasversali che cementano Pd e Pdl. Nessuno vuole rinunciare alle grasse pensioni, alle auto blu, ai vari benefit. Come finirà? Si adegueranno? Continueranno la loro battaglia in solitudine come carmelitani scalzi in mezzo ai pretoni con le pantofole? Scompariranno? Troppo presto per dirlo, siamo nella fase ascendente.

In ogni caso, questi sono solo aspetti marginali, contorno. Il piatto forte riguarda proprio la posizione degli indignati nei riguardi della politica intesa come prerogativa dei partiti e delle istituzioni. Che fare? Aderire o sabotare? Partecipare o restarne fuori? Sono domande cui non si può rispondere in via teorica o di principio, basandosi su gusti e idee.

Non è un dubbio di tipo morettiano del tipo: mi si nota di più se entro e mi metto in un angolo in silenzio o se resto fuori a sbraitare? E non è neppure, lo ripeto, una questione di coerenza. Non si tratta di fare i duri e puri. Si vuol solo sapere quale sia la strategia più diretta per arrivare alla meta. E cioè la rimozione di questa politica paralizzata per mettere mano alla soluzione dei problemi del Paese.

Quelli che vengono da lontano (ma da molto tempo sono fermi) diranno che con questi partiti e con queste istituzioni bisogna farci i conti. Gli uni hanno bisogno di rottamatori e le altre di aria fresca. Se non ti impegni tu, dicono i dirigenti di un partito impantanato nelle sue contraddizioni interne, nostri fratelli maggiori che siedono in parlamento senza costrutto da trenta o quarant’anni, lo faranno gli altri. I temutissimi Altri.

Questa risposta, all’apparenza realistica, concreta e più affidabile, ha in realtà il fiato corto. È una risposta che si accontenta del poco e rinuncia al grande raccolto, cioè al ribaltamento della politica così come oggi viene fatta da tutti i partiti coalizzati indipendentemente dal fatto che siano etichettati Pd o Pdl, Fli o Udc. Tolto Berlusconi e il suo codazzo, che ormai inquina il suo stesso partito, le differenze tra le etichette sono minime. E poi è da oltre quarant’anni che veniamo corteggiati perché si entri nei partiti a migliorarli. Molti hanno accettato, ma con quali risultati di rinnovamento se siamo ancora a questo punto?

I superficiali, per sottolineare l’inconcludenza dei movimenti, vi faranno pure notare che nel corso di vent’anni questo malcontento ha cambiato diverse volte nome senza mai assestarsi o arrivare a un risultato. Prima i grillini, poi il popolo viola, adesso gli indignati, per citare i più noti. Tutte mareggiate destinate a rifluire. Basta aspettare che si ritraggano per poter tornare a nuotare nelle acque calme della solita politica.

Ora, a parte che i risultati, a cominciare dagli esiti dei referendum di quest’anno, li hanno portati a casa i movimenti e non i partiti, se le mareggiate continuano vuol dire che i partiti non sono riusciti a risolvere i problemi e che questi dieci o vent’anni sono passati invano anche per loro. Vuol dire che non basta insediare una Serracchiani e votarsi a Matteo Renzi e ai suoi Rottamatori perché cambi qualcosa nel Pd.

Ricordate quando Nanni Moretti al termine di una manifestazione dell’Ulivo in piazza Navona a Roma, salì sul palco e, indicando i Fassino, i D’Alema e i Rutelli impalati accanto a lui, ringhiò nel microfono: «Ci vorranno due o tre generazioni prima che si vinca di nuovo, con questi dirigenti non vinceremo mai». Era il febbraio 2002, quasi dieci anni fa, e che cosa è cambiato? Nulla.

Quei dirigenti sono ancora tutti lì e pretendono di imbonirci con le solite chiacchiere. E tentarono di imbonire e rabbonire lo stesso Moretti: vieni a trovarci in partito, abbiamo bisogno delle tue idee. Qualcuno minimizzò: è un artista con quella bocca può dire quel che vuole. Qualcuno sbottò: merito rispetto. Oggi il partito gli ha trovato un posto rispettabile, fa il sindaco di Torino. E sempre Moretti e sempre dieci anni fa, rivolgendosi ai partiti ribadì il concetto: l’antipolitica siete voi. Chiaroveggente? No, semplice vedente.

Da quanto tempo il Pd e i suoi predecessori (a ritroso: Ds, Pds, Pci) hanno creduto di cavarsela cooptando i birichini di papà? Da tempo immemorabile e per molti anni ci sono riusciti. Con la tecnica della cooptazione hanno fagocitato tante belle teste e le hanno lasciate sonnecchiare alla Camera o al Senato. Utilizzavano personalità come Leonardo Sciascia e il magistrato Gerardo D’Ambrosio per acchiappare voti e poi se ne dimenticavano. Al partito non serviva la coscienza critica, ma il nome. Politica di marketing e di packaging. E fine anche di questa digressione.

Se i movimenti devono continuare a combattere le loro sacrosante battaglie tenendosi alla larga da partiti destituiti di ogni credibilità e da istituzioni che conciliano il sonno e intrappolano i sogni, come possono incidere sulla politica? Non si può sempre scendere in piazza. In piazza ci si va per manifestare un disagio e per presentare un elenco di rivendicazioni, non per costruire una linea o un programma. La piazza è una vetrina, non un laboratorio. Ma il punto è proprio questo: tocca forse ai movimenti dare la linea e stilare il programma?

Scrive il sociologo spagnolo Manuel Castells, riferendosi agli indignados: «Questi movimenti hanno effetti politici spesso importanti, ma non sono politici nel senso tradizionale del termine, non conquistano il potere. I movimenti cambiano la mentalità delle persone e i valori della società, sono fonti di creazione e di cambiamento sociale». E spiega meglio: «I partiti lavorano su quello che succede per gestire le istituzioni che reggono la vita sociale. Quando le istituzioni funzionano bene, sembra che il potere sia dei partiti e che tutto dipenda dai risultati elettorali. Ma quando aumenta la distanza tra i rappresentanti e i rappresentati,m quando il modello economico, ambientale, previdenziale o di vita entra in crisi, allora i movimenti diventano una fonte di rinnovamento, l’unico antidoto contro la sclerosi di una politica sottomessa alle forse razionali del mercato e a quelle razionali dell’avidità».

E con ciò siamo arrivati all’ombelico dell’attuale situazione, che è mondiale. E vediamo che i governi, quindi la politica, sono al servizio del capitalismo finanziario anziché, come suggerirebbe la parola, governarlo. La politica dragava i nostri voti per metterli a disposizione della finanza allegra, di sedicenti imprenditori e speculatori assortiti. Complici di questo dirottamento di fiducia sono stati anche le sinistre, dal Labour del ridanciano Tony Blair al Pd interessato ad avere una banca, a cementificare le città per dare commesse alle cooperative, a svendere il pubblico, a privatizzare a man bassa come apprendisti liberisti. Un coacervo di avidità e ingenuità da far paura, dal quale il maggior partito della sinistra italiana non riesce a districarsi.

Fino a che i partiti non si renderanno conto di essere un ostacolo ai cambiamenti, fino a quando non ammetteranno che non possono chiamare politica la loro ossessione per il raggiungimento o la conservazione del potere per una classe dirigente (romana o bolognese o fidentina, non importa), le cose andranno di male in peggio e aumenterà la sfiducia dei cittadini verso questo modo di intendere e di fare politica.

Fino a che questa politica non riuscirà a rendersi credibile difendendo l’ambiente, che non è un bel paesaggio ma il nostro habitat, mettendo sotto controllo le banche, tutelando la salute senza delegarla ai privati, riformando il sistema elettorale in modo da accrescere la trasparenza degli eletti e prevederne la revocabilità, fino a che non aumenteranno le risorse per l’istruzione e la casa, non c’è tregua che tenga tra partiti e movimenti. Anzi i partiti dovrebbero ringraziarli, ma davvero, per l’azione critica che esercitano. In nome della democrazia e senza guadagnarci nulla.

Ma se i tempi passano e i partiti non si ricredono, se non si sottomettono alle critiche, bisognerà che i movimenti ricorrano a metodi di insegnamento più severi. Per esempio, lo sciopero del voto. Rifiutare il ricatto: se non voti per noi è come se votassi per loro, anzi per Lui. Funzionava una volta, quando credevamo alle differenze tra i due schieramenti e forse non erano credenze infondate. Ora non possiamo andare a votare solo per buttare giù Lui. E comunque, dopo che lo avremo fatto, e se nel frattempo la politica (dei partiti) non avrà capito la lezione dei movimenti, saremo al punto di prima.

Dunque, cari signori dei partiti, con o senza di Lui, preparatevi a una lunga stagione di indignazione e di azione. Voi liberi di perdere tempo cincischiando sui programmi e sbudellandovi nei circoli pur continuando a chiamarvi compagni. Noi qui fuori ad aspettare che la smettiate. Per noi la parola compagno non è un retaggio ideologico, è un termine che indica che siamo uguali e chi fa politica professionalmente o quasi non è detto che sia più uguale degli altri.

Se siamo uguali troviamoci da qualche parte a discuterne. No, non diteci di venire in sezione, anche se adesso si chiama circolo. Ce l’avevano già detto quarant’anni fa. Possibile che non riusciate a cambiare registro? E poi abbiamo visto la fine che hanno fatto tanti di quelli che hanno accettato l’invito.  Chi è rimasto ucciso dalla frustrazione per non essere arrivato dove avrebbe voluto. Chi bruciato da un’ambizione personale che non è riuscito a nascondere. Chi sepolto in un remoto ufficio di periferia. Chi trasformato da una carriera non troppo diversa da quella di un berlusconiano. Mi piacerebbe che ognuno di loro ci confessasse se ne è valsa la pena. Ma non diranno mai la verità, ci sono dentro fino al collo in quel sistema dove hanno sepolto speranze e velleità, hanno cresciuto (e sistemato) figli e mogli. Non direbbero la verità neanche con un’iniezione di Pentotal. Duri come il compagno G, elastici come Scilipoti. (is)

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13 Commenti

  • avatar Ruggero Acque scrive:

    Vedo il miliardario in cachemire Bertinotti a manifestare, ma non si vergogna,l’uomo piu’ amato da Vespa, da Berlusconi, colui che fece cadere Prodi, ma vatti a nascondere e se puoi vergognati Fausto Bertinotti.

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    • avatar Gozzo scrive:

      Beh Ruggero, io ritengo che più che vergognarsi di aver fatto cadere Prodi e dato il via libera al governo D’Alema Bertinotti dovrebbe fare un piccolo esamino di coscienza sul suo operato con Prodi stesso, nel primo mandato avallando manovre indegne contribuendo allo sfacelo del Walfare per poi salvare la faccia davanti al suo partito in subbuglio staccandosi dal governo per una emerita cazzata. Nel secondo mandato è uscito dai giochi, andando sul seggiolone del Presidente della Camera avallando finanziamenti a guerre e altre aberrità.

      L’errore di Bertinotti è stato quello di voler seguire Prodi col solo intento di sconfiggere Berlusconi. Stesso errore se vogliamo della Lega Nord nel voler continuare a fingere ragionevoli accordi politici con il PDL.
      I governi Prodi non hanno poi frenato l’ascesa di un sistema liberista e capitalista e Bertinotti ne ha fatto parte.
      Ora lo stesso Bertinotti critica a Vendola quello che non seppe fare lui o volle fare… andare al governo con forze liberiste e centriste.

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  • avatar Puke 58 scrive:

    …… la Corte ha deliberato:i politici che hanno mancato al mandato popolare , con corruzione, associazione a delinquere, favoreggiamento della mafia,con arricchimenti personali , per alto tradimento sono condannati alla pena di morte.
    Le sentenze saranno eseguite tra 2 ore da adesso……………..poi e’ suonata la sveglia , ma il sogno era bellissimo.Provatelo.

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  • avatar Costantino V scrive:

    Sottoscrivo in toto. Lucida e completa analisi della nostra situazione. Specie il richiamo a chi comanda veramente: la finanza.
    Quando capiremo che i finanzieri sono tutti dei ladri, non sarà mai troppo tardi.
    Vedo adesso peana per Draghi, ma è il classico esempio di personaggio venduto alla finanza che è presentato come salvatore della patria.
    Il problema di oggi è che siamo sommersi da bocconiani e similia, che incapaci di tutto, salvo che giocare con i soldi degli altri, ci stanno portando alla rovina.

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  • avatar Ale scrive:

    “Un consiglio al partito, dobbiamo portare una nuova generazione al governo di questo paese, facciamolo tutti insieme. Io e Matteo siamo nati nel 1975 e quelli che litigavano allora sono gli stessi ache litigano ancora oggi”. Lo ha detto Giuseppe Civati, consigliere regionale del Pd in Lombardia, al convegno organizzato alla Leopolda di Firenze dal sindaco Matteo Renzi. “Quelli che litigavano allora” sono naturalmente gli attuali dirigenti del Pd. Che abbiano ragione i rottamatori? Che abbia ragione Renzi quando dice: “Non sono vecchio, ero all’università quando Vendola insieme a Bertinotti mandava a casa il governo Prodi”? Che ne dite? Meglio Vendola e Civati o Bersani e Vendola? E che cosa vuol dire Bersani quando ammonisce “un giovane non deve scalciare”? Che se vuoi fare carriera nel partito devi fare il bravo soldatino e dire sempre signorsì?

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  • avatar Ruggero Acque scrive:

    Gozzo, purtroppo ciò che manca alla sinistra chiamiamola antagonista e’ la cultura di governo, e Bertinotti ne e’ l’esempio lampante, aveva ragione Corrado Guzzanti quando lo rappresentava come una macchietta vestito da guerrigliero utopista che sognava di essere solo all’opposizione con tutto il mondo che governa.

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    • avatar Gozzo scrive:

      Ruggero ha ragione sulla mancanza di cultura governativa… ma è anche vero che preferirei un’opposizione coerente ad un governo di larghe intese e di svendite al miglior offerente! E vedendo come stanno andando le cose a livello sociale e politico l’unica soluzione, secondo me, è l’isolamento più totale o “l’estinzione momentanea”.

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  • avatar Davide Boschi scrive:

    Bellissima arringa. Soltanto non c’è niente di strano, né di turpe, nel fatto che i cittadini prendano a votare per “se stessi”, per rappresentanti fra loro che hanno finalmente scelto al di fuori dei comitati di partito. Come altrimenti dovrebbero entrarci nelle istituzioni? con un piede di porco? Il fatto che si trovino fianco a fianco dei soggetti che stanno contestando è quantomeno fisiologico, anzi, è cronologicamente uno dei primi obbiettivi che si sono posti. Sarà soltanto quello che faranno in seguito a decretare o meno la differenza. Il controllo diretto sui rappresentanti eletti, a quel punto, diventa imperativo e determinante, e toccherà agli elettori esercitarlo, non ad altri. Se sei stato eletto dai tuoi concittadini per contrastare il fenomeno dei megastipendi, dovrai rinunciare per primo al tuo. E’ semplicissimo. Poi farai del tuo meglio affinché che nessun altro debba beneficiarne. Se ti hanno votato per controllare che nessuno faccia mannelli con la cosa pubblica, tu per primo non ne dovrai fare. E dovrai denunciare alla cittadinanza coloro i quali ne fanno o tentano di farne. Non c’è assolutamente nulla di idealistico o complicato. E’ senz’altro endemico il vizio di voltare gabbana una volta accomodatisi, ma anche a questo si può porre rimedio, sempre che i cittadini tengano d’occhio il proprio dipendente e non gli consentano di nascondersi al dovere del proprio mandato. L’egemonia dei partiti e dei loro finanziatori può finire, dipende solo dalla nostra consapevolezza della semplicità delle cose. Non mi preoccuperei della perdita di questa classe politica, come se si trattasse di una disgrazia incombente da evitare, ma piuttosto della sua possibile sopravvivenza.

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  • avatar CHINA65 scrive:

    Bello il discorso, lucido nei tempi storici. Non so, ci devo pensare. Però da sempre mi dico: non si può fare la rivoluzione e non si può rottamare all’improvviso la vecchia classe dirigente, che difende con le unghie la sua posizione. Non lo so, ci penso un attimo, poi magari riscrivo.

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  • avatar carlo fetonti scrive:

    Ovviamente non posso non essere d’accordo con l’articolo di (is).
    Non voglio certamente rivendicare un diritto di primogenitura, ma l’affermazione
    “Quando organizzi una lista e chiedi un voto, anche se continui a chiamarti movimento di fatto diventi un partito” mi ricorda l’insistenza con la quale,da quando sono apparso su questo blog, ho sostenuto su queste colonne il fatto dell’equivalenza tra lista e partito in nome dell’ art.49 della Cost.”i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente nei partiti (e quindi politicamente),per far politica”.Ovviamente se c’è il diritto di associarsi non ci può essere l’obbligo di associarsi e pertanto l’obbligo di lista è anticostituzionale
    A Ruggero ed ALE.
    Ale si chiede ” Che se vuoi fare carriera nel partito devi fare il bravo soldatino e dire sempre signorsì?” Questa è purtroppo la cultura di governo con la quale si decide nei partiti ,cioè il voto di squadra come disse Bersani(feb.2003) a Fidenza e come ha recentemente affermato Berlusconi, ma la cosa vale anche per gli altri ovviamente.Certo sempre meglio che la paralisi politica che è la caratteristica della partitocrazia ,basta vedere il caos del parlamento italiano.E’ un pò come scegliere tra la padella e le brace,notando però che quella libertà che Bertinotti volle rivendicare per sè facendo cadere Prodi, poi lui la negava nel suo partito imponendo la coesione del voto di gruppo per la sfiducia.Comunque, vi sembra il voto di gruppo un metodo democratico che permette a chi va in assemblea di esprimere la propria individualità? Ecco quindi la necessità del VOTO a BALLOTTAGGIO a due tra le proposte.
    A Boschi
    concordo ovviamente con la libera scelta dei candidati e con la libera candidatura
    delle persone che sono l’architrave della democrazia e guarda caso della razionalizzazzione del sistema.Non si può razionalizzare una società se non si riconduce la responsbillità alla responsabilità dell’individuo.Ogni riferimento alla partitocrazia, cioè il mondo della responsabilità di gruppo, è puramente casuale.
    Per concludere,ho seguito anch’io il dibattito, ma ho cambiato canale quando Favia si è rifiutato di rispondere alle domande di Plateroti affermando che lui rispondeva solo alla gente.Non si fa politica con i comizi.

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  • avatar jackbacc scrive:

    Ciao a tutti, ciao corsari.
    Il Movimento 5 Stelle ha deciso di entrare nelle istituzioni perché è l’unico modo di cambiarle. Al di fuori di esse si può fare ben poco perché proteste e proposte non vengono ascoltate. Un esempio è il v-day in cui sono state raccolte 336.144 firme, (superando abbondantemente il tetto di 50.000 necessario per far iniziare alla proposta di legge il suo iter parlamentare) che giacciono da 4 anni in un cassetto al Senato e le proposte per la modifica della legge elettorale non sono mai state considerate.
    I movimenti molte volte si logorano perché non vengono ascoltati ma boicottati dal sistema: ne è un esempio la manifestazione degli indignati a Roma in cui i disordini hanno rovinato l’evento ( complice l’inadeguatezza delle forze dell’ordine ) così sia la casta che i media al loro servizio hanno potuto dare risalto alle violenze e agli atti di vandalismo facendo passare in secondo piano le giuste rivendicazioni della piazza.
    Alberto Bacchini

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  • avatar jackbacc scrive:

    Cari corsari, in questo articolo indicate delle similitudini tra Lega prima maniera e 5 Stelle.
    Se i leghisti sono nati per cambiare la casta e ora invece ne sono parte integrante non succederà lo stesso anche al Movimento 5 Stelle?…….
    Questo non si sa, chi lo può dire?
    Io credo che il Movimento 5 Stelle offra ora una speranza di cambiamento e che sia un dovere per gli attivisti e i simpatizzanti contribuire per restare sempre coerenti.
    Noi vogliamo concorrere alle prossime elezioni politiche e per questo dobbiamo confrontarci e organizzarci, il Movimento si evolverà e assumerà una forma più definita allora probabilmente si avrà una risposta.
    Non so se continueremo ad essere come carmelitani scalzi in mezzo ai pretoni, per adesso penso alle buone idee e alle persone motivate che formano il Movimento, cittadini prestati alla politica per cambiare il paese.

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  • avatar CHINA65 scrive:

    Ancora non lo so come ma voglio tornare alla normalità. La normalità di un paese civile dove si possa vivere mantenendo quei diritti basilari per non compromettere la dignità dell’individuo. Leggo che il 22 % degli Italiani ha fiducia nel governo attuale e il 66 % lo vuol manda via, leggo che la Lega ha quasi dimezzato gli elettori, che l’inflazione è salita a livelli record, che i sacrifici che dovremo fare serviranno solo per pagare interessi al 7% del debito pubblico. Questi interessi che derivano dalla mancanza di fiducia DI TUTTO IL MONDO a comprare i titoli del debito italiano gestiti da questo governo. Finchè se ne fà questione di politica (ergo tifo politico) mi sta bene tutto, ma adesso che un terzo dei giovani italiani son senza lavoro e chi ce l’ha può essere facilmente licenziato, adesso che l’Italia sta andando in malora, adesso capisco che non è tempo di tifo ma di realismo. Chi scende in Piazza pensa che gli amministratori attuali sono incapaci (qualcuno pensa anche disonesti) e che giocano con le loro vite. Non ci si attacchi a congiuntura e globalizzazione. Se l’ometto, intanto che precipita insieme all’Italia continua a guardar dei culi e a far lo spiritoso non fà altro che esasperare la rabbia di chi sta in difficoltà economiche ed esistenziali. Prevedo un grande movimento popolare (Sacconi, ci hai paura che la gente che non ha più nulla da perdere diventi violenta ? Continua a togliergli il pane di bocca, vedrai che si incazza), perchè il qualunquismo sta finendo dove inizia la lotta per la sopravvivenza .

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