Non voglio che i miei figli prendano le insufficienze
Obama. Se non avesse studiato, non sarebbe dov’è.
Oggi mio figlio ha preso due cinque, uno in storia e l’altro in italiano. Avendo una madre che scrive per mestiere e un padre che fa l’archeologo, come genitori siamo un totale fallimento, e adesso le professoresse ci hanno anche dato la patente.
Mi viene da chiedermi cosa diavolo ho trasmesso alla mia progenie. Niente, direi. Tutto lo spirito che anima una pagina è niente, se non si riesce a trasmetterlo, e i lettori si conquistano a uno a uno. Gli errori di mio figlio sono soprattutto di ortografia, come quelli degli altri. Dici poco. Lui e i suoi amici mi hanno significato che l’ortografia e la sintassi non contano niente, perché quello che conta sono i concetti. Mi sono cadute le braccia. No, non contano solo i concetti, conta imparare a esprimerli in maniera appropriata. E quello che si scrive va scritto nel rispetto delle sante regole della grammatica, in qualsiasi lingua il concetto venga espresso e in qualsiasi altra tradotto. La grammatica è la griglia del barbecue del pensiero, più è bella pulita più aiuta a cuocerlo meglio e a far salire un buon profumino.
Le tre i. Anche Silvio, quando ha dovuto produrre la letterina per l’Europa, ci ha pensato, rivalutando ciò che per decenni la sua ideale progenie aveva sottovalutato. Lui stesso straparlava delle tre i: internet, informatica, inglese, e non si è mai ricordato della quarta, la più santa di tutte, che è l’istruzione. Quella che non si può evitare se si vogliono imparare le cose, quella che è il passaporto per la cultura. Quella che crea le teste pensanti, perché tutti siamo nulla, da qualsiasi posto arriviamo, poi arriva lei e per alcuni accade il miracolo, perché la cultura è un miracolo, per il quale bisogna solo ringraziare. Senza l’umile istruzione non si può accedere alla cultura, perché non si impara niente senza fatica, e la cultura è il passo avanti che si fa dopo aver umilmente studiato. La cultura è studio, è silenzio, è umiltà. Richiede tempo e dedizione per decenni.
Salumiera. Io sono la povera figlia di una salumiera e la nipote di una contadina. Non ho mai saputo nemmeno cosa sia un’insufficienza, perché dal mondo da cui vengo insufficienza voleva dire andare a lavorare e non poter più studiare. Non me lo potevo permettere. La sintassi e l’ortografia sono entrate nel mio dna dai sei anni in poi, impresse in modo indelebile, perché mia nonna e mia madre mi dicevano che dovevo sfruttare la mia capacità di capire perché altrimenti sarei finita come loro. Erano il mio passaporto per la libertà, e io non ho avuto in dono dalla vita alcun talento che queste due donne non avessero, ma a loro, che avevano le stesse mie identiche facoltà, se non di più, la vita ha negato l’occasione di sfruttarle. Mia madre ha lavorato per trent’anni in un negozio senza riscaldamento ed è morta a quarant’anni, mia nonna ha fatto per dieci anni la mondina con i piedi nell’acqua e per il resto del tempo la donna delle pulizie. Mia madre mi diceva sempre che non desiderava nessuna foto sulla tomba perché non voleva più avere freddo. Entrambe sono morte due settimane prima che cominciasse la primavera.
Generazione successiva. La sintassi e l’ortografia sono la mia primavera, mia e delle donne che mi hanno preceduto. Oggi ho cercato di spiegarlo a mio figlio, ma lui ha undici anni e non comprende il senso di ciò che dico. Non ha conosciuto nonna né bisnonna, non sa da dove viene. Io lo so, invece. Non voglio che i miei figli prendano le insufficienze senza riflettere, che ritengano che tutto sia loro dovuto senza che ciò richieda alcuno sforzo da parte loro. Però non voglio che abbiano freddo. Questa dovrebbe essere la logica che spinge la mia generazione a guidare quella successiva. Perché il dovere di una generazione è di provvedere a quella successiva. Dovremmo pensarci tutti, e subito. Altrimenti non si capisce cosa stiamo qui a fare.













Anche io vengo da famiglia povera, nonni morti prima che nascessi, uno minatore in USA morto di silicosi, anche io prendevo insufficienze e i miei figli sono stati bocciati, e pure io! (e sono poi uscito dalle superiori con il massimo). Quindi le insufficienze a scuola non sono un tabù per me. Oggi i miei figli sono adulti “fortunati” in quanto lavorano ed hanno un mestiere, il più piccolo non ha un lavoro di tipo intellettuale ma tant’è. Insomma ho ridotto nel tempo le aspettative sui figli, più volte, ma alla fine non è andata male. Quindi consiglio, dall’alto della mia veneranda età di guardare avanti senza farla troppo tragica. Per quanto mi riguarda aggiungo che l’istruzione è soprattutto ricchezza “intrinseca” e solo secondariamente un mezzo di riscatto sociale.
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Io ero un caso strano, che cerco di definire in un aneddoto. Mio padre solo una volta è andato a colloquio coi professori, che gli hanno espresso più o meno lo stesso concetto: suo figlio va bene a scuola, peccato che venga cosi poco. Infatti trovavo insostenibile seguire le lezioni, andavo a scuola per farmi interrogare e per i compiti in classe, per il resto seguivo i miei interessi altri. Poi riuscii a farmi bocciare per la condotta e a uscire alle superiori con uno dei voti più alti. Così è la vita, ogni momento va assaporato, e l’insufficienza va presa come il lessico: con la salsica più saporitica, altrimenti è un po insipido.
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Dall’alto,-od anche dal basso, a seconda della posizione da cui si osserva e dalla propsettiva personale- della mia ex-funzione professorale,dopo aver iniziato ad insegnare, per una raffica di supplenze, a 19 anni, finendo poi a 58 anni per andare in pensione, perchè, da prof, non riuscivo più a sopportare il sistema scolastico melenso,vigente da secoli e sempre lo stesso, soprattutto nei lati negativi, posso, senza tema di scandalo, proclamare la mia massima stima per CHINA65. La scuola, di solito, è ripetitiva, stracca, pesante, triturante, sforna, per decenni, aria fritta e rifritta, nozioni e concetti antiquati ed incomrensibili, nel cncreto dell’esistenza terrena, e fotse anche ultraterrena; i prof, nella maggioranza, sono, per 35-40 anni, gli stanchi ripetitori di se stessi, di un nastro ad anello che gira e rigira su se stesso, senza fine. Non per nulla ci fu, un tempo, chi definì la scuola come “la fabbrica del deficiente”. Gli allievi hanno bisogno di stimoli culturali, non di esere ammazzati di noia, hanno una sete inestinguibile di sapere, di intervenire nel e sul mondo, bisogna aiutarli con degli input. Mi è capitato, l’anno scorso, durante una passeggiata calachili, di passare dinnanzi alla finestra del pianterreno di una scuola fidentina, in primavera. Dentro,stava svolgendo la sua lezione di storia contemporanea un mio ex-allievo di secoli fa. I ragazzi non lo cacavano per niente, poveraccio, ma lui era di una noia mortale. Io, dalla finestra, su sollecitazione del collega-allievo di un tempo, ho inziato a parlare loro, come una mitraglietta, tipo Mentana, e li ho coinvolti in una spirale gioiosa di fatti ,uomini ed eventi che loro -ed anche il prof, purtroppo- ignoravano. Io quasi trasumanavo dall’entusiasmo, loro pure; poi mi fermai di botto e mi congedai, per non pesare sul loro prof. Ma loro dalla finestra si sporgevano, chiamandomi in soccorso; mi sir stracciava il cuore ad abbandonarli. Sacro dèmone dell’insegnamento, avevi colpito ancora questo pover’uomo!
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