Reintrodotta in Libia la legge islamica
Domenica 23 ottobre, durante la cerimonia di proclamazione di «liberazione» della Libia, il presidente del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) Mustafa Abdel Jalil ha ripetuto nel suo discorso che la legislazione del Paese sarà fondata sulla shari’a, la legge islamica derivata dal Corano.
E, per farsi capire meglio, ha citato come esempio la legge sul divorzio e sul matrimonio, che sotto il regime di Gheddafi limitava la poligamia. «Questa legge è contraria alla shari’a e pertanto non è più in vigore», ha proclamato, su due piedi, infischiandosene dei nuovi organi legislativi e delle procedure democratiche.
Il filosofo francese Bernard-Henry Lévi (BHL), in qualità di strenuo difensore della rivolta libica fin dalla prima ora, ha dichiarato il giorno dopo che fatica a immaginarsi i libici «sottomessi a una concezione arcaica della legge». E ha aggiunto: «Un confronto democratico tra liberali e fondamentalisti, tra adepti di un islam moderno e di un islam conservatore, è normale; solo sotto Gheddafi era impossibile».
Sostenitore dei ribelli libici, negli ultimi mesi BHL si è recato a più riprese in Libia dove intrattiene rapporti regolari con i responsabili del Cnt. Nel marzo scorso aveva organizzato un incontro tra membri del Cnt e il presidente francese Nicolas Sarkozy, inoltre si era dato da fare parecchio per l’intervento militare.
BHL aspetta e spera negli sviluppi della cosiddetta rivoluzione: «Attendiamo ora l’esito di questo dibattito, ma faccio fatica a immaginare che le donne di Bengasi, le giovani rivoluzionarie internaute, i combattenti che hanno salvato Misurata, i berberi di Djebel Nefoussa, i difensori dei diritti dell’Uomo, accettino di essere bacchettati dalla shari’a».
Speranze dure a morire per il nouveau philosophe che si è formato sulle barricate del Maggio parigino, che ha trasformato lo slogan dell’immaginazione al potere nel potere della sua immaginazione. «E me li immagino ancora meno, i libici, dopo tanti sacrifici, dopo questi otto mesi di combattimento esemplare per la libertà, dopo questi quarantadue anni di dittatura da cui escono esangui ma a testa alta, rinunciare alle loro stesse conquiste».
Povero BHL, come se il filosofo, lo storico e il militante che sono in lui non sapessero che la rivoluzione, una volta stabilizzata, comincia a divorarsi i suoi figli, prima gli intransigenti, poi i dissidenti.
Ma continui pure, BHL, a sperare, perorare e affidarsi alle anime belle dell’Occidente che esporta la democrazia, così come Parigi, giusto per dare una parvenza di rispettabilità democratica all’intera operazione, ha invitato alla «vigilanza».
Per tutta risposta, lunedì 24 ottobre, Mustafa Abdel Jalil ha rassicurato la comunità internazionale ripetendo che i libici sono «musulmani moderati».
La moderazione, si sa, è un concetto cangiante. Cambia di tonalità a seconda del sole cui è esposta. E in Libia batte un sole duro.















