È la prima volta che la Gazzetta di Parma fa un nome
È solo una fortuita coincidenza, anzi un infortunio, ma sembra la soluzione di un rebus a chiave. Si potrebbe anche dire che il diavolo ci ha messo la coda, rovinando la meticolosa cura che la Gazzetta di Parma, da molti anni a questa parte, mette nel difendere l’identità degli inquisiti, sempre taciuti, sempre innominati.
Perché la Gazzetta non fa mai i nomi di chi si macchia di un reato e viene colto con le mani nel sacco, sia che si tratti di taccheggio in un negozio come di molestie pedofile, di evasione fiscale come di stupro? Per malintesa interpretazione del diritto alla privacy? E allora perché tutti gli altri giornali li fanno, i nomi? Fatto sta che a noi questo silenzio fa l’effetto di una irritante forma di omertà.
Quando si tratta di reati di una certa gravità come l’evasione dell’Iva (definita impropriamente «contrabbando») il diritto di cronaca dovrebbe avere il sopravvento sulle esitazioni. Dunque, che cosa trattiene il cronista dal fare fino in fondo il suo dovere, cioè dire «chi?», oltre che «come», «dove», «quando» e «perché»? Lo trattengono gli ordini del direttore, è ovvio. Ma chi lega le mani a Giuliano Molossi che pure non è un tremebondo impiegato di un foglio di paese avendo egli lavorato al Giornale di Indro Montanelli?
Il risultato di questo malinteso diritto alla privacy lascia campo libero alle illazioni, alle maldicenze, ai sospetti, alle calunnie. Fornisce loro la materia prima su cui ricamare. E così a farne le spese sono spesso innocenti il cui unico guaio è quello di somigliare al presunto colpevole, di averlo come vicino o di fare il suo stesso lavoro.
Qualche volta però le cose vanno storte. E allora anche i meno informati se la ridono risolvendo il quiz della Gazzetta esposto davanti a tutte le edicole di Parma e provincia.













