Lecchini seppellisce Fumaroli, senza volere e senza clangori

Pubblicato da Redazione il 18 ottobre 2011 in Letterature straniere |

Marc Fumaroli, membro del College de France, in una foto del 2007. 

Il titolo è allettante: Verità e bellezza tradite. Il sommario è un invito a leggere senza frapporre indugi: «Marc Fumaroli accusa l’arte contemporanea di superficialità e mercificazione. Dotta e stringente requisitoria contro l’eccesso di immagini nella vita quotidiana».

Caspita, ma è pane per i miei denti. Lo addento. Mordo la prima colonna e subito gli incisivi avvertono la durezza del pane. Affondo e mi si incrina un premolare. Attacco la seconda colonna e mi parte un molare. Per il bene della mia dentatura, demordo. Prima di prendermela con la fragilità della mia chiostra, vorrei che provaste voi a mordere. Provate, per esempio, con questo boccone.

«Nel mondo superficializzato e globalizzato della “net-culture”, due volti di una stessa religione ateologica che avrebbe dato da riflettere a George Bataille, il simbolo, questa fonte vitale dell’umano, è stato prosciugato -sepolto sotto un assordante, illusoriamente trionfalistico clangore di superlativi. L’“iper” risuona ovunque: “ipermodernità”, “ipervelocità”, “iperdiversificazione”, “ipertecnoscienze”, “ipercapitalismo”, “iperimmaginario”, “iperrealtà” (che finisce per rimare pericolosamente con irrealtà), e c’è chi accoglie questo erompere del superlativo come la vittoria del compimento supremo, aggiungendo che solo l’enfiagione e la mescidazione a ritmo vertiginoso e senza canoni delle peculiarità identitarie (ciò che il web favorisce sconfinatamente) possono permettere la nascita delle uniche identità che oggi contano».

Ce l’avete fatta ad affondare i denti? Io, no. Perciò ho lasciato a denti più robusti la masticazione delle altre due colonne. Chi crede che a scrivere in tale dotta e ingarbugliata maniera sia un qualche Vattimo su una qualche filosofica rivista di nicchia si sbaglia della grossa. È Stefano Lecchini sulla Gazzetta di Parma di oggi 18 ottobre 2011 a pagina 5 alle prese con la recensione-promozione (chiamiamola così) del libro di Marc Fumaroli Parigi-New York e ritorno, edito da Adelphi. Sì, avete letto bene: la Gazzetta di Parma, che nella pagina di fronte pubblica le malefatte di Dell’Utri, Verdini, Penati e del contadino Messeri che avrebbe ucciso la nipote e la sventura del turista tedesco divorato dai cannibali in Polinesia. Chissà che denti acuminati avranno ancora da quelle parti. Perché non omaggiarli di un articolo di Lecchini o del Lecchini medesimo in carne, ossa e cartilagini?

Ah, vecchia Gazzetta nostra, ingiustamente vituperata dai colti e dagli intellettuali ducali, perché oltraggi noi popolo minuto di tuoi affezionati lettori, innalzandoti nell’iperuranio, e sottolineo iper, di una prosa che si contraddistingue per l’insostenibile pesantezza del leggere?

E così, alla fine, l’interesse suscitato dal titolo è svanito con la lettura dell’articolo. Considerato che il volume di Fumaroli costa 48 euro, me ne guarderò bene dall’acquistarlo dopo simile promozione. A meno che un giorno, passando in libreria e sfogliandolo, non mi renda conto che Fumaroli non è quello che Lecchini ha cercato di farci credere. E scopra che Lecchini si chiamava un tempo Becchini. Eh sì, perché sempre nella pagina di fronte della Gazzetta, leggo che «cambiare cognome si può e costa poco». Per ora in Inghilterra. Da sempre in Italia. Anche se non c’è nulla di male a chiamarsi Becchini. Perché c’è sì bisogno di libri che devono essere amati e leccati ma anche di libri che devono essere inumati. E il nostro Stefano ha sepolto Fumaroli come nessun altro avrebbe saputo fare meglio. (pf)

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1 Commento

  • Sarò “dotto e ingarbugliato”, e financo indigesto: per carità, non mi interessa neppur lontanamente entrare nel merito. Ma se voi ci mettete del vostro, il garbuglio finisce per diventare davvero più inestricabile di quanto non fosse in partenza. E non si fa: ah, proprio no.
    Mi vedo pertanto controvoglia costretto a riportare la citazione corretta, perché la vostra abbonda di strafalcioni e omissioni. Il che non mi pare vi faccia molto onore. Colpa mia, probabilmente, che vi ho ammorbato fino al letargo con la mia prosa. Ma, giuro, “senza volere”. Dovrò controllarmi di più:
    “Nel mondo superficializzato e globalizzato dalla «net-culture» e dalla «net-economy», due volti di una stessa religione ateologica che avrebbe dato da riflettere a Georges Bataille, il simbolo, questa fonte vitale dell’umano, è stato prosciugato – sepolto sotto un assordante, illusoriamente trionfalistico clangore di superlativi. L’«iper» risuona ovunque: «ipermodernità», «ipervelocità», «iperdiversificazione», «ipertecnoscienze», «ipercapitalismo», «iperimmaginario», «iperrealtà» (che finisce per rimare pericolosamente con irrealtà), e c’è chi accoglie questo erompere del superlativo come la vittoria e il compimento supremo, aggiungendo che solo l’enfiagione e la mescidazione a ritmo vertiginoso e senza canoni delle peculiarità identitarie (ciò che il web favorisce sconfinatamente) possono permettere la nascita delle uniche identità che oggi contano”.
    Amici come prima.
    Con rispettoso clangore
    sl

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