I sessantottini, quegli incurabili incapaci di amare
Flower power. Parigi, maggio 1968. Una manifestante infila fiori nella bustina di un Crs. È uno storico scatto del famoso fotografo Goksin Sipahioglu.
Tu non vuoi bene a nessuno, gli ha urlato in faccia.
Lei la moglie, lui il marito.
Lui ex 68, lei ex 68. Ma percorsi diversi. Lui, la strada; lei, la televisione. Lui, la puzza di strinato; lei, il fascino dei ragazzi con le bandiere rosse. Lui, la dottrina; lei, la storia che si fa romanzo più rosa che rosso.
C’è stato modo e modo di viverlo quell’anno appiccicoso e c’è stato modo e modo di disfarsene. O di esserne impregnati. Per lui è un’impresa incompiuta, che non riuscirà a compiere. Una scheggia nel cervello. Quando pensa, gli fa male. È un chewing-gum incollato alle scarpe che gli rende i passi sempre più corti e insicuri.
Tu non vuoi bene a nessuno.
La frase gli risuona nelle orecchie come una condanna inappellabile.
Tu non vuoi bene a nessuno.
A una certa età le condanne sono insopportabili.
Ma bisogna sopportarle e iniziare il processo di rieducazione.
E allora cominci a pensare a tutte le persone cui non hai voluto bene.
E arrivi al punto in cui ti chiedi se l’anno calamitoso e tutti i suoi strascichi fossero causa generatrice o conseguenza di quell’incapacità di amare che non fu solo tua ma di un bel pezzo della generazione presa nella morsa.
Lui prova a uscire dal suo io, fa sempre molta fatica a varcare quella porta larga in entrata e stretta in uscita. E comunque esce per vedere quanti del 68 hanno sacrificato gli affetti familiari all’idea.
Scopre che il 68 non è tutto di sinistra. Il morbo contagiò tutti quelli di una certa età, diciamo dai diciotto ai trenta, costringendoli a pensare alle stesse cose, a parlare lo stesso linguaggio, a commettere gli stessi errori. Soprattutto di presunzione.
Conosceva una coppia modello, cattolica, missionaria nel Gabon, mai sventolato niente di rosso, forse un timido voto a un’imprecisa sinistra democristiana, eppure tanto impegno per gli altri, una figlia naturale partorita in Africa e uno adottato in Italia. Ora i due figli si detestano. E loro, la coppia felice, deve ricorrere a continue trasfusioni di amore perché i due non arrivino a odiarsi.
Un parente loro con due bimbi piccoli dice che si tiene alla larga dalla coppia felice, la loro felicità potrebbe infettarli. Preferisco che i miei figli crescano un po’ infelici e imperfetti piuttosto che contenti e perfetti, dice il parente della coppia perfetta. Chi è perfetto vuole che anche gli altri lo siano, mi spiega il parente della coppia perfetta.
Conosco padri che hanno lasciato i figli ai nonni per correre dietro alla rivoluzione armata. E madri che sono cresciute con i figli in carcere. Che ne è stato di tutti questi figli abbandonati ai nonni e ai secondini?
Alcuni si sono affezionati all’idea di rivoluzione. Ma è un business che non funziona più tanto bene e allora hanno ereditato amarezze, incomprensioni e debiti con la giustizia lasciati in sospeso da padri e madri.
Conosco qualcuno che li chiama compagni di qui e compagni di là, mentre dedica all’unica figlia le attenzioni che le bambine hanno per le bambole quando giocano alle bambole. Le carezzi, le butti, qualche volta le sbudelli.
Si può fare un conto di tutto l’amore sparso per il mondo dai sessantottini, quelli che amarono l’intera umanità, soprattutto la più infelice e lontana, per non essere costretti ad amare il padre e la madre, i fratelli e le sorelle, il compagno di banco e il vicino di casa?
Che ne è degli affetti del regista del film I pugni in tasca che quarantasei anni fa fece sterminare la famiglia dal suo alter ego Lou Castel? Gli sono andati a male. Il suo ultimo film, Sorelle Mai, è una zuccherosa storia di provincia con zie, sorelle e luoghi della memoria, che lui definisce affettuosamente «un piccolissimo film che io amo molto perché condensa tutta una riflessione autobiografica». Dalla distruzione della famiglia alla restaurazione della poetica del tinello il salto nel vuoto è di quelli da sfracellarsi, ma certi registi sessantottini, come Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci, hanno una leggerezza di registro, una volatilità, una volubilità, che i poveri spettatori non possono permettersi.
Valeva la pena che costoro trasformassero in presunte opere d’arte e in trambusto generazionale certi loro problemi privati? Bertolucci e Bellocchio si sono fatti un nome, molti loro spettatori non sono riusciti a volare al di sopra del baratro. Il nome ce l’hanno sulla lapide. E dopo la trincea sono precipitati da una rupe di Bobbio. Qualcuno si è salvato arrampicandosi per sentieri difficili.
Uno cinefilo di Lotta continua che quarant’anni fa proiettava I pugni in tasca a certi ragazzi di provincia sedicenti sessantottini, molti anni dopo si è fatto prete. Chi osa chiedergli che cosa ne penserebbe oggi di quel film? E poi quelle che gli uscirebbero dalla bocca sarebbero parole dettate dall’amore o dal Libro?
Così erano quelli del 68 e poco dopo: incapaci d’amore, ma disposti a insegnarlo e imporlo a chiunque capitasse loro a tiro, anche se non ne voleva sapere. Il Libro in una mano e la spada nell’altra.
Elia Bonfanti













Belle tempre di reazionari che ospitate !!!!
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Elia Bonfanti scrive divinamente. Mi piacerebbe conoscerlo.
Però mi pare che stia male. Mi dispiace. Forse dovrebbe smettere di guardare al passato. Non credo che sia così vecchio.
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Grazie soave Dulcinea, ma io non sono don Chisciotte. In realtà sono molto più vecchio, anche se batto le tastiere di un Mac. A lei tessere la tela del futuro, a me disfare la trama del passato. Unicuique suum. Mi lusinga che lei si preoccupi per la mia salute, ma non sono io a star male. Sono gli altri, e purtroppo non lo sanno. Sono talmente morti che non sentono più dolore.
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“Sono talmente morti che non sentono più dolore” lo trovo cinicamente meraviglioso. Ci aggiungerei il commento di Scalfari sui fatti di Roma, quando dice che ai giovani han rubato il futuro, ma a noi han rubato il presente e tutto ciò che avevamo costruito nel passato. Vero che sento ancora dolore, probabilmente non son morto. Vero che sento che mi han rubato qualcosa di importante, e questo mi provoca dolore. Ma anche è vero che voglio impedire che mi rubino tutto ed insieme non voglio che i giovani muoiano pur di non sentire dolore. La mia lotta non fu e non sarà mai violenza, ma vorrei, detto ad Elia e a Eugenio che ne han fatto una missione, trasmettere i valori del passato che si fà presente. Perchè anche nell’oscurantismo mediatico e civile (col politico che lo impone) ci sia sempre la consapevolezza del valore dell’uomo, si continui a lottare per i diritti che qualcuno vorrebbe sottrarci ulteriormente, perchè i ragazzi percepiscano la speranza e producano l’energia esplosiva (costruttiva se non mal confluita) dell’entusiasmo che solo loro hanno. Non c’è da distruggere ma da costruire, e i cattivi modelli della società odierna non possono incantare. Il desiderio e le aspirazioni illusorie prodotte dai venditori di fumo (neanche buono per addormentarsi, sa di lucido da scarpe) sono illusorie, servono per aspirare a un futuro irrealizzabile, servono per far perdere il contatto con la realtà e con il presente. Confondere le origini, distruggere gli ideali produce un popolo allo sbando facilmente inregimabile. Ecco qual è dunque il nostro compito, smascherare il fasullo e proporre la realtà, raccontare il passato per produrre appartenenza, costrire insomma consapevolezza. Proveranno dolore, perchè il mondo illusorio di un futuro irrealizzabile ma bellissimo è un ottimo anestetico mentre la realtà quotidiana è dura e difficile, ma non esiste altro modo per costruire il futuro. Lottando tutti i giorni per piccoli traguardi realizzabili, essendo gli eroi del proprio destino, costruendo intorno alla persona altre persone. La coscienza dell’individuo è l’unica cosa che spaventa veramente il sistema: non la può governare (e nemmeno ricattare) e quindi diventa il nemico. Per questo il sistema non esce più dai palazzi, per non incontrare le coscienze libere. Per questo il sistema non è individuo ma gruppo, per sostenere sè stesso. Per questo il sistema deve produrre nemici, per deviare la rabbia. Per questo infine, cari Bonfanti e Scalfari che mi avete indotto questa crisi retorica, c’è bisogno di voi: per riprodurre coscienze libere, per un doloroso quanto necessario attaccamento al PASSATO CHE SI FA PRESENTE.
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…MORTI SIAM SOL PER CHI NON HA FEDE!
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