A Bersani è più caro l’interesse della «ditta» che quello del Paese
«Il nostro orizzonte sono le elezioni ma non ci sottraiamo a un governo di emergenza…». Lo ha detto Pierluigi Bersani l’altro ieri alla tempestosa riunione di direzione del Pd, partito di cui è segretario.
È una nuova versione del «ma anche» di veltroniana memoria? Forse. Però gli esegeti e i gourmet che nell’agrodolce riescono a distinguere l’agro dal dolce, ci hanno spiegato che in realtà Bersani preferirebbe il voto anticipato a un governo tecnico che scavalchi il baratro, cioè il vuoto di potere che ci separa dalle elezioni del 2013. Mentre il suo avversario Walter (già Valter) Veltroni preferirebbe un governo di transizione al di sopra delle parti.
Bersani, cui non difetta l’acume, avrebbe scoperto però che il governo di transizione altro non sarebbe che una trappola montata contro di lui. E come tale l’ha denunciata all’assise del Pd: voi volete azzoppare il partito per prendere tempo e prendervi poi il mio posto.
Sarà anche scaltro Bersani ma ha il vizio di parlare un po’ troppo e così facendo è lui che finisce per svelarci le sue vere intenzioni. Ossia che il suo orizzonte non è il bene del Paese, ma la difesa della sua segreteria. In un’organizzazione privata qual è un partito ognuno può permettersi tutti i lussi di questo mondo, dalle lotte intestine alle frizioni tra correnti fino ai regolamenti di conti.
Però, quando si tratta del secondo partito italiano, che nei sondaggi ha virtualmente superato il primo e che ambisce a sconfiggerlo nell’urna, la faccenda diventa pubblica.
Ed allora è chiaro che andare così divisi alle elezioni è un rischio, un pericolo mortale anche se il centro-sinistra dovesse vincere perché le divisioni si moltiplicherebbero con la costituzione dell’alleanza per governare il Paese.
No, per ora il Pd non sta allevando statisti, cioè persone in grado di mettere l’interesse generale al di sopra dei calcoli di bottega. Nell’attesa che maturino, meglio che sia qualcun altro a togliere le castagne dal fuoco della crisi. Le personalità, competenti e indipendenti, non mancano. Bersani si accomodi in panchina. Ministro lo è già stato, ma non ci ricordiamo, in quella veste, che cosa abbia fatto per il Paese.
Tag:Governo di transizione, Pierluigi Bersani, Walter Veltroni
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Il dubbio amletico di Bersani (o di chiunque ex PCI, PDS, DS fosse il segretario del PD) è quello di scegliere tra ciò che ti suggerisce il cuore e ciò che tiene legati ex comunisti ed ex democristiani. Le 2 cose, secondo me, restano abbastanza antitetiche.
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