Alberoni: il tramonto delle banalità
di Diego Marani
Fra le tante brutte notizie di questa cupa attualità ce n’è una che dovrebbe rinfrancarci e sollevarci il cuore. È finito il contratto di Francesco Alberoni con il Corriere della Sera. Ragazzi, siamo liberi!
Siamo infine assolti dai consigli da prete della madre di tutti gli psicanalisti che per trentatré anni ogni lunedì ci hanno lasciati affranti proprio sulla soglia della settimana. Dovevamo farcelo dire da lui che la vita è bella ma che può anche essere dolorosa, che non sempre fanno carriera gli intelligenti ma alle volte anche i cretini, che quando si è innamorati ci piace molto solo quella persona, che la morte va affrontata con serenità ma che più di tanto non si può pretendere, che se si dà un pugno a qualcuno c’è il rischio che ce lo dia indietro, che se ci muore il gatto possiamo prendercene un altro, che il capo non ha sempre ragione ma comunque comanda lui, che di mamme ce n’è una sola, che quando ci si ammala il meglio è guarire, che lo sport è un gioco ma perdere non piace a nessuno, che qualche volta una sculacciata ci vuole, che quando si fa un lungo viaggio capita che venga voglia di tornare a casa.
A me veniva sempre da chiedermi quando le scriveva le sue sparate. La domenica pomeriggio dopo aver rinchiuso i bambini perché non lo disturbassero? O approfittando di una pausa mentre l’amante si faceva la doccia? O forse mentre fingeva di ascoltare un paziente sdraiato sul suo lettino?
A guardarci bene, la rubrica di Alberoni valeva quanto il Calendario di Frate Indovino, con il grande limite che mancavano fortemente le dritte su come smacchiare le tovaglie, conservare le prugne sciroppate, ricaricare i pennarelli consumati o fare gonfiare bene un soufflé. Una lacuna che dopo trentatré anni ora il Corriere potrà infine colmare. (Il Fatto Quotidiano, 26 settembre 2011)














Fin da ragazzino (anzi solo da ragazzino), mi pare su Corsera, leggevo Alberoni, e ho sempre pensato dicesse ca…ate. Ma volendo essere clemente spesso mi limitavo a dire che erano “spunti di riflessione”. Recentemente mi pare che Piero Ottone su “venerdì” avesse preso la stessa piega.
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Dissento completamente dal taglio che questo giornalista ha voluto dare al suo articolo. Francesco Alberoni, sociologo, ha scritto una miriade di libri letti da milioni di persone. Rilasciare giudizi come il suo vuol dire dare degli stupidi a tutti quelli che lo hanno letto. Io l’ho letto, più in gioventù che adesso, e devo dire che ha avuto alcune intuizioni interessanti anche se sono così naturali da sembrare banali. Mi sembra inoltre difficile trovare originalità scrivendo da 33 anni un articolo settimanale.Oltre alla noia di chi lo legge c’è probabilmente anche la noia di chi lo scrive
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