Sciopero per la Libia il 27 settembre di cent’anni fa: tre morti e sette feriti a Langhirano
Nel cimitero di Langhirano sorge un piccolo monumento funebre che ricorda un tragico fatto accaduto nel settembre del 1911.
L’epigrafe incisa dice: Il proletariato ai suoi martiri. È un monumento modesto: la consueta fiamma di bronzo agitata dal vento, una stele da cui pende una corona di spine e un blocco di marmo sbozzato a colpi di mazza, dono dei cavatori apuani. Sotto riposano i morti: Elisa Grassi di 24 anni, Maria Montali di 22, Severino Frati di 33, Antonio Gennari di 43.
Era scoppiata la guerra di Libia… Le direzioni del Partito socialista e della Cgl proclamarono uno sciopero generale di protesta di ventiquattro ore. Era il 27 settembre. Nella provincia di Parma la decisione dello sciopero fu accolta con slancio.
Nella giornata del 27 lo sciopero fu compatto tanto in città quanto nelle campagne. Soltanto i tramvieri delle linee a vapore fecero eccezione. Era stato perciò necessario che gli scioperanti impedissero il traffico delle tramvie, bloccando la partenza dei treni nelle stazioni poste a capo delle varie linee. Ma anche questa operazione era riuscita poiché i tramvieri, controllati dalla polizia, non domandavano in fondo che un pretesto qualsiasi per unirsi agli scioperanti.
Lo sciopero però cessava a mezzogiorno dell’indomani. Il mattino del 28 quindi, verso le cinque, che il sole non si era ancora levato, un gruppo di una quarantina fra uomini e donne, s’incamminò dalle case di Langhirano verso la stazione per vedere se era possibile impedire la partenza del tram anche per quel giorno. Camminavano calmi e con intenzioni così poco aggressive che si erano portati dietro anche i bambini.
Nessuno gridava. La dimostrazione non poteva essere più pacifica e corretta. Quando però il gruppo giunse alla stazione, la trovò presidiata da una squadra di carabinieri appoggiata da alcune guardie forestali: impugnavano i moschetti con aria minacciosa. Le carrozze non erano ancora pronte e la macchina si trovava dentro al deposito. Parte dei dimostranti si dispose perciò attraverso i binari, mentre gli altri entravano nel piazzale interno della stazione.
Pareva che ogni cosa si svolgesse senza incidenti: tra qualche minuto sarebbero venuti i tramvieri, la gente avrebbe parlato con loro, il convoglio non si sarebbe formato e la manifestazione si sarebbe sciolta. Invece di colpo, i carabinieri si scagliarono violentemente contro gli operai e i contadini, gettando a terra le donne e calpestandole. Poi, quasi subito, senza intimazioni, senza squilli di tromba, senza preavviso, incominciarono a sparare furiosamente. Fu un momento d’angoscia: i carabinieri non sparavano in alto, ma contro la folla!
Le scariche durarono pochi attimi e tuttavia sembrò che non dovessero aver fine. I dimostranti colpiti dal piombo cadevano al suolo rantolando, gridando di dolore; gli altri fuggivano verso il paese inseguiti dal sibilo dei proiettili. Quando il fuoco cessò, undici corpi giacevano a terra nel piazzale. Un proiettile aveva forato la nuca d’una ragazza ventenne, Maria Montali: altri due colpi l’avevano presa alle spalle. Un’altra donna, Elisa Grassi, incinta da alcuni mesi, era stramazzata coi polmoni squarciati. Severino Frati, invece, ai primi colpi, era balzato sul piano caricatore di una vettura, ma qui l’aveva raggiunto una guardia forestale che, dal basso, sparandogli alla gola, gli aveva reciso la vena del collo: il Frati era caduto giù di schianto.
Più tardi si ebbe modo di constatare che il Frati era letteralmente crivellato di proiettili alla coscia e al braccio destro. Antonio Gennari era stato raggiunto da una palla che gli aveva asportato l’occhio e da altri due colpi alle spalle che l’avevano attraversato da parte a parte: «Fucilato alla schiena», disse poi un testimonio. Tre morti, un moribondo (il Gennari, che morirà qualche tempo dopo all’ospedale di Parma) e sette feriti, tra cui alcuni assai gravi, giacevano dunque, immersi nel loro sangue, sul piazzale di Langhirano.
Compiuto l’eccidio, col moschetto ancora fumante in pugno, il comandante della squadra omicida, chiamò il capostazione e gli disse: «Ora lei, capo, può fare attaccare la macchina che i binari sono sgombri». (Da Barricate a Parma di Mario De Micheli, Editori Riuniti, 1960
Coro dei Malfattori
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Il film di Giancarlo Bocchi su Guido Picelli sarà proiettatop il 1° ottobre al cinema teatro Aurora di Langhirano (Parma).














Qualcuno si ricorda, che un socialista di nome Benito Mussolini, assieme ad altri suoi compagni, aveva divelto delle rotaie per protestare contro la dichiarazione di guerra dell’italia alla Turchia (allora impero ottomano) per il possesso della libia?
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… i carabinieri si scagliarono violentemente contro gli operai e i contadini, gettando a terra le donne e calpestandole.
Proprio vero che: nei secoli sempre fedeli! (ai potenti di turno)
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nella prima guerra mondiale i CC seguivano le truppe si prima linea per sparare nella schiena a chi non andava a farsi ammazzare <
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è vero mio nonno che era del 1898 ha combattuto quella guerra, ( è DOVUTO PARTIRE A 17 ANNI ) nella zona di caporetto, e lo diceva sempre a mio padre oltre alle mitragliatrici austriache, c’erono pure le cannonate dell’artiglieria italiane e le fucilate dei carabinieri per chi non sopportando quell’orrore indicibile tornava indietro atterrito dalla paura.
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Senza andare a scavare nel passato, ai giorni nostri non esitano, in tenuta antisommossa con casci scudi e manganelli, a caricare cortei pacifici con donne e bambini; a massacrare di botte anche donne indifese come è successo al G8 di Genova; Non esitano a far rispettare il codice della strada dove lo possono fare senza rischiare niente come qui al nord, mentre se ne guardano bene dal farlo da Roma in giù. Credo che se potesse, Salvo D’Acquisto, si rivolterebbe nella tomba dalla vergogna.
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