Per molti fidentini la storia è soprattutto lessico famigliare
Fidenza è gremita di provinciali. Bella forza, mi direte voi, come si fa a non essere provinciali in provincia di una città di provincia? Macché provinciali, obbietteranno i più istruiti: nell’era del villaggio globale siamo tutti cittadini del mondo. E ritorcono l’accusa contro chi gliel’ha rivolta: provinciale sarai tu.
Vediamo di spiegarci: il provincialismo è qualcosa che ha a che fare con l’andirivieni delle mode. E le mode non riguardano solo la volubilità di pullover, tagli di capelli o calzature. Ci sono anche temi, problemi o personaggi storici di moda o passati di moda. I modaioli non vogliono sentir parlare di questi ultimi fino a quando, per imperscrutabile volontà dei signori della moda, non tornano di moda. Dopo il corso bisogna aspettare il ricorso. Dopo il ciclo, il riciclo. Con l’effetto paradossale che qualcuno ritenuto morto e sepolto da secoli, torni a rivivere come un nostro contemporaneo. Accade ai popoli orfani di padri della patria oppure orbati a lungo dei veri padri naturali.
Qualche esempio. Gengis Khan è tornato sulle banconote mongole dopo che i sovietici se ne sono andati da Ulan Bataar. Alberto da Giussano è l’eroe nazionale della Padania. Nino Denti (il combattente franchista, non il gelataio con il biroccino) entrerà nel pantheon della toponomastica borghigiana.
Ma non è di queste improbabili figure storiche, vissute tra il mito e il faceto, che si vuole qui parlare quanto delle reazioni infastidite di alcuni quando si tocca la storia recente, quella con vincitori e vinti ancora vivi e polemici. Molti ritengono che non sia bon ton parlare di fascisti e comunisti. Di chi lo è stato e di chi ancora lo è. Sostengono, costoro, che non esistano più né fascisti, né comunisti. Acqua passata, ripetono con aria annoiata, scacciando l’argomento al pari di una mosca molesta. E con aria tra l’incredulo e il sarcastico chiedono: ancora?
Sì, ancora. Perché era ieri. E chi reagisce con stizza o imbarazzo è spesso la prima gallina che canta, che in queste idee ha creduto e che nei loro nidi ha deposto l’uovo. Iscritti a partiti dove magari c’erano pure papà, mamma e zii. Famiglie con martiri giustiziati dai partigiani e martiri uccisi dalle brigate nere. Che in quel sangue continuano a intingere pane ideologico e furori ormai senili. Ma in gran segreto. Perché non si può fare outing di un odio viscerale, di un astio riducibile a vicende personali spesso inconfessabili.
Non si può essere tutti come Pasolini, comunista pur avendo avuto il fratello fucilato dai partigiani rossi nella vergognosa strage di Porzüs. Qui in provincia gli steccati sono invalicabili. E nessuno ammetterà mai di stare da una parte della barricata per il torto subito da un suo famigliare o parente. Ci si passa il testimone infilando nell’urna l’ics sul simbolo dei nonni e dei genitori o su quel che più gli somiglia. Si perpetrano nei gesti elettorali tradizioni che sanno di faida calabrese con tocchi di tragedia shakespeariana. Eppure il lapis copiativo non raddrizza i torti e non lava il sangue coagulato.
Le paure e le sofferenze patite dalle generazioni precedenti restano stampate nel cervello degli eredi, che ne portano le stimmate. Impresse nel costato molle del cervello, va da sé, dove i ricordi affondano come ippopotami nelle sabbie mobili. Diventano Dna.
Eppure questi titolari di memorie da elefante diventano smemorati cronici quando li inviti a rimuovere il passato per ragionare sul presente a prescindere da quel che è capitato in casa. Reagiscono con fastidio al passato che non passa.
Ricordano, costoro, quella definizione della mafia letta tanto tempo fa sul Novissimo dizionario della lingua italiana di Fernando Palazzi, edizione 1961: «Màfia o màffia sf (prob. dall’ar. Mahjas, vanteria) unione segreta di persone di ogni grado e di ogni specie che si danno aiuto nei reciproci interessi senza rispetto a legge né a morale: non sempre la mafia ha per fine il male, ma i mezzi che essa usa sono sempre illeciti: era diffusa un tempo in Sicilia». Già era diffusa un tempo in Sicilia, poi è passata di moda. Esiste, ma non esiste. Come gli odi incancellabili, esercitati ma non dichiarati.
Non so se il Palazzi abbia in seguito corretto tale approssimativa e affrettata definizione dovuta probabilmente al clima da struzzi vigente nell’era democristiana. Certo è che, oltre a essere pavida e sfuggente, quella definizione era provinciale. Perché rimuoveva e insabbiava. Ma proprio quell’anno, il 1961, nella provincialissima Racalmuto, provincia di Agrigento, uno scrittore ancora poco noto di nome Leonardo Sciascia, pubblicava Il giorno della civetta, un giallo a sfondo mafioso che avrebbe costretto gli italiani ad aprire gli occhi sull’immanenza del fenomeno criminale dalle radici siciliane ma dalle ramificazioni mondiali. Checché ne dicesse il Palazzi.
I fidentini di entrambe le sponde che affondano nell’odio ideologico senza ammetterne le origini private, famigliari, non sono molto diversi dai siciliani che si cuciono le labbra per paura della mafia. Forse peggio, perché i nostri si cuciono la coscienza. Per timore di ascoltarla.














…la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia
perché siam tutti uguali, siamo cattivi e buoni
e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri,
falsi, saggi, sinceri
coglioni…
F. Guccini
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Su questo blog vengono offerti spunti di riflessione sempre molto interessanti.E’ proprio di questi giorni un commento che ho letto,e che mi ha fatto accapponare la pelle:un giovane,che penso non arrivi ai 30,il quale dice di sentirsi minacciato da frange fasciste sfuggite alla vendetta di chi ha contribuito alla liberazione del nostro Bel Paese.
Avendo avuto un nonno fascista,fucilato dai partigiani dopo un rastrellamento in quel di Bardi,ho sempre trovato imbarazzante,quasi irritante,l’incappare periodicamente in un sogno (un sogno,si,proprio di quelli che il vecchio Freud amava interpretare):mi trovo,mio malgrado,a vivere nel bel mezzo di nostra Seconda Guerra Mondiale ed io,codardamente,fuggo.Dove? Sul nostro bell’Appennino,così generoso di rifugi.Protetto da chi?Azz…dai partigiani.
Penso che questo bell’articolo contribuirà a dare pace alla mia mente inquietantemente provinciale.
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