Bossi, se c’è qualcosa che va giù, questo sei tu
Da Schio (Vicenza), 19 agosto 2011.
Da Schio (Vicenza) il 19 agosto 2010.
Non trovate che il Vecchio Ragazzo si stia un po’ ripetendo? Ormai non è che una sbiadita fotocopia di se stesso.
Requiem 1. Lega, il Bossi è solo
Era abituato ad occupare la scena d’agosto. Ma quest’anno è come l’ombra di sé stesso, sempre più stanco e in fuga dai suoi elettori. Che si sentono traditi.
L’estate politica ferragostana da vent’anni a questa parte appartiene a Umberto Bossi. Era lui che approfittando della chiusura delle Camere, con una pattuglia di inviati speciali al seguito (tra i quali citiamo il compianto, bravissimo, Guido Passalacqua), si divertiva, tra una partita a calcetto e un comizio nei raduni leghisti di montagna, a «épater les bourgeois», a stupire tutto e tutti, irrompendo nella scena mediatica con battute, minacce e canottiere. Le sue sparate di barbaro della politica hanno fatto la storia della Seconda Repubblica e la gioia dei giornali.
Ma quest’anno il Senatur pare il cavaliere inesistente di Calvino. Attraversa come un’ombra la scena politica, spesso fuggendo dai suoi contestatori (come è avvenuto in Cadore), stanco, debole, disincantato, protetto dal suo «cerchio magico» di «famigli» e pretoriani, mentre il resto dei colonnelli della Lega cospira nel silenzio prefigurando il dopo-Bossi e la base del Carroccio si pone il problema se votare ancora Lega o no.
Basta ascoltare Radio Padania o leggere su Facebook i commenti dei padani arrabbiati. Al Nord infatti, come è noto, sono svelti a far di conto. I dubbi già emersi con le contraddizioni del federalismo (con le tasse che anziché diminuire aumentavano) si sono trasformati in certezze con le ultime due Manovre finanziarie, un salasso impressionante per tutte le famiglie del Nord, unito alla cancellazione di molte Province e dei piccoli Comuni, ovvero del tessuto molecolare dell’autonomismo politico.
A ben vedere, nella prospettiva dei lumbard, la Manovra di luglio e la Manovra-bis sono quanto più centralista e meridionalista possa esserci. Due colpi di maglio devastanti dello Stato centralista. Il guerriero stanco Bossi - intrappolato tra le esigenze della realpolitik che lo costringono, in quanto alleato di Governo, a fronteggiare una crisi globale senza precedenti – tutto questo lo ha capito. Ha salvato dal salasso fiscale artigiani, commercianti e pensionati (almeno finora). Ma per il resto non sa più cosa inventarsi, a parte il solito repertorio di contumelie e gestacci.
La sua canottiera non è più il simbolo orgoglioso dell’indipendenza popolana dei lumbard esibita in Costa Smeralda alla corte del Gran Visir Berlusconi, ma assomiglia a qualcosa di patetico, di donchisciottesco. Biascica battute volgari e offensive all’indirizzo dei colleghi di governo.
Prefigura una Padania che non rappresenta «il domani» ma «il dopodomani», in una visione utopistica, quasi escatologica. Un sogno di una notte di mezza estate in cui ormai crede solo la sua mente visionaria.
Quello che colpisce è questa specie di nemesi, di legge del contrappasso storico che sembra emergere nell’osservare l’autunno del movimento-partito più longevo del Parlamento. La Lega è nata con la globalizzazione che ha sostituito le ideologie con le identità e le appartenenze locali.
Ma globalizzazione significa anche irruzione delle dinamiche economiche e finanziarie mondiali nel locale. Un battito di farfalla in Cina può diventare un terremoto a Cassano Magnago. E ora la Lega, che senza il suo fondatore non può stare ma che con il suo fondatore non riesce a rimanere, rischia di morire o quantomeno di disgregarsi, proprio per effetto della globalizzazione. (FamigliaCristiana.it 20 agosto 2011)
Requiem 2. C’era una volta il Senatur
Bossi nella parte del ruggito del coniglio.
La normalizzazione della Lega e del suo leader si è completata. E il declino del Pdl ha colpito anche il Carroccio. Per diverse ragioni, a partire dalla crisi economica. Eppure difficilmente Bossi potrà essere messo da parte
di Ilvo Diamanti
Il passaggio di Bossi in Cadore, per festeggiare il compleanno dell’amico Tremonti, insieme a Calderoli, è durato poco. Qualche giorno appena. Per l’incalzare della crisi, ma soprattutto, per paura dei fischi, delle proteste e dei contestatori. Così, niente interviste e niente conferenze stampa.
Una nemesi: il contestatore contestato. Il portavoce della Protesta protestato. A casa propria (visto che il bellunese è culla del leghismo). Un tempo, invece, Bossi era costantemente (in) seguito da una comunità di giornalisti “specializzati”. Soprattutto d’estate, in attesa di una provocazione quotidiana, che desse un po’ di colore politico a una stagione altrimenti incolore.
E Bossi non deludeva mai. Sparava (verbalmente) contro l’Italia, i “vescovoni” e il Papa polacco. Contro Berlusconi, le destre e le sinistre – romane. Da qualche anno, però, nessuna sorpresa e meno giornalisti, a Ponte di Legno come in Cadore. La Lega non riserva più sorprese. Si è normalizzata. Tutti i politici, d’altronde, si sono un po’ “leghizzati”. Le sparano grosse per ottenere spazio sui media. Sul modello del Senatur nel comizio di ieri sera a Schio.
Poi, soprattutto, il declino del berlusconismo ha “colpito” anche la Lega. Che, come il Pdl e Forza Italia, è un “partito personale”. Quantomeno: altamente “personalizzato”. “Impersonato” dalla “persona” di Umberto Bossi, fin dai primi anni Novanta. Quando il Senatùr, dopo aver riunito le diverse leghe regionaliste intorno al nucleo lombardo e dopo aver “epurato” tutti gli altri leader concorrenti, è divenuto il solo, indiscusso Capo della Lega. Unico riferimento strategico e simbolico. Unica bandiera. Più della stessa Padania (che egli, d’altronde, incarna).
Oggi, quella parabola pare essersi consumata. Nonostante che la Lega, negli ultimi anni, abbia riconquistato il peso elettorale di un tempo. Nonostante che, da dieci anni stia al governo, quasi ininterrottamente. E sia divenuta il “partito forte” della maggioranza. Eppure, da qualche tempo, pare finita in un cono d’ombra. Insieme al Capo. Per diverse ragioni.
a) La crisi di consenso della maggioranza, messa in luce dalle amministrative e dal referendum degli scorsi mesi, alimentata dalla bufera dei mercati.
b) Le difficoltà provocate dalle manovre finanziarie del governo, ultima quella discussa in queste settimane. Hanno alimentato l’insoddisfazione popolare, ma, soprattutto, hanno costretto la Lega a giocare un ruolo sgradito e innaturale. A indossare una sola maschera. Quella del “partito di governo”. Che chiede sacrifici. Impone tasse. Senza contropartite, perché parlare di federalismo mentre si tagliano le risorse agli enti locali, anzi: mentre si tagliano migliaia di enti locali, è quantomeno ardito.
c) E poi c’è il problema di Bossi, la Persona intorno a cui ruota il partito Personale leghista. Non è più quello di un tempo. La malattia l’ha segnato profondamente. Anche se i segni del male e della sofferenza, esibiti apertamente e senza timidezza, hanno, per certi versi, rafforzato il carisma del Capo. Non solo tra i suoi “fedeli”. Oggi, però, la debolezza del corpo appare sempre più un limite. All’esterno, perché Bossi insiste ad atteggiarsi come un tempo. Come se nulla fosse cambiato. La stessa canotta d’antan. E poi gli sfottò, le pernacchie, il dito levato. Come se fosse lo stesso degli anni Ottanta e Novanta. Ma non lo è più. Così, però, rischia di apparire patetico. Il peggio che possa capitare a un Barbaro orgoglioso come lui.
d) Inoltre, su di lui pesano i segni, più che i sospetti, dell’omologazione ai vizi della politica politicante. L’impressione di essere sensibile ai (e condizionato dai) consigli di un circolo esclusivo e ristretto di dirigenti (e di parenti). Per non parlare del “familismo”, visto che il suo portavoce pare essere divenuto il figlio Renzo.
e) La sua debolezza “personale”, però, sembra riflettersi anche all’interno del partito. Attraversato da tensioni centrifughe. Fra territori e leader, che corrono e si rincorrono, ciascuno per proprio conto. Talora, contro gli altri. Mentre cresce l’insoddisfazione degli elettori e degli stessi militanti, espressa in modo aperto all’adunata di Pontida dello scorso giugno.
Eppure è difficile, quasi impossibile, che Bossi possa venir messo da parte. Nessuno ne ha la forza, nel partito. E se lo stesso Bossi decidesse di uscire di scena, per propria decisione, difficilmente la Lega gli potrebbe sopravvivere, così com’è ora. Perché l’unica bandiera, l’unico mito fondativo, l’unico legame biografico: resta lui. Senza di lui, tutte le mille differenze locali e personali che oggi, faticosamente, coabitano nella Lega, rischiano di esplodere. Ostaggio di se stesso e del proprio passato, il Capo non è mai sembrato tanto solo. (la Repubblica, 20 agosto 2011)














Con tutto il rispetto per Diamanti, a mio parere tra i motivi (rilevanti e non rilevati) di indebolimento di Bossi c’è la “impresentabilità” di Berlusconi per la base leghista. Han raccontato alla base leghista che che chi sbaglia deve andare in galera (RICORDIAMO I CAPPI IN PARLAMENTO AI TEMPI DI TANGENTOPOLI), che si ispirano ai nordeuropei, poi si ritrovano per vent’anni a fare da sponda ad un delinquente abituale a votare tutte le leggi per evitargli la galera. Tra l’altro il mito del “laurà” stride con la storia di un tale che corre dietro alle gonne (licenza poetica, lo so che magari la gonna l’han tolta) delle minorenni. Non saranno menti finissime questi leghisti, ma (stando alle cronache) iniziano ad avere scoperto il trucco.
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L’Italia va giù per colpa soprattutto di quelli come bossi.
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