Un libro per l’estate

Pubblicato da Redazione il 10 agosto 2011 in Libri, Tempo libero |

Nello zaino o in valigia, in capo al mondo o sulla riviera romagnola, un libro non deve mai mancare nel corredo di chi va in vacanza, in villeggiatura, in viaggio o se ne sta semplicemente a casa alla ricerca del tempo perduto nel lavoro. Una panoplia di nove libri, scelti tra i migliori titoli degli ultimi sei mesi.

L’allegra odissea di Nonno Dinamite

Lo scrittore svedese Jonas Jonasson, autore del romanzo «Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve». 

Di che cosa parla il libro. Mentre tutto è pronto per celebrare il suo secolo di vita, Allan Karlsson, ospite di una casa di riposo svedese, scavalca la finestra (del piano terra, ovviamente) e se la dà a gambe. Alla stazione delle corriere, dove inizia la sua fuga, si imbatte in uno strano personaggio che gli affida una valigia misteriosa. Da lì cominciano le sue peripezie, causate dal contenuto scottante della valigia, che lo riporteranno alla gioventù, quando partecipò alla guerra civile spagnola, all’Urss in cui visse ai tempi di Stalin, nel Vietnam dove si trovava mentre gli americani sganciavano le bombe al napalm.

Perché leggerlo. Per fiducia nella comunità dei lettori: in Svezia ha venduto oltre 800 mila copie soltanto grazie al passaparola.

A chi piacerà. A chiunque abbia amato Forrest Gump, film e libro.

In una parola. Esilarante.

La curiosità. Dal romanzo sarà presto tratto un film per la regia dello svedese Felix Herngren

Lo scrittore. Giornalista e consulente media, Jonasson è nato in Svezia ma vive a Ponte Tresa (Varese). Ha esordito a 50 anni con questo romanzo.

L’autore ha detto. «Una delle cose più belle che mi hanno detto i lettori più anziani è che il mio libro ha aiutato molti di loro a non gettare la spugna, a nutrire speranza e coraggio guardando al futuro. Io sono per mia natura abituato a vedere l’aspetto comico, buffo della realtà, anche nelle situazioni più tragiche. C’è un lato umoristico e spesso addirittura surreale nella società, nella politica, nell’economia».


Jonas Jonasson, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Bompiani (traduzione di Margherita Podestà Heir, 450 p. 18,50 euro)

 

Il delitto del biliardo 

Lo scrittore belga Georges Simenon (1903-1989)

Di che cosa parla il libro. Il dottor Hans Kuperus, stimato medico di provincia, conduce una stracca vita di routine: ogni primo martedì del mese lascia il suo paesino nella Frisia per raggiungere Amsterdam dove partecipa alle noiose riunioni dell’Associazione di Biologia. Avvertito da una lettera anonima, un fatale martedì si concede uno strappo: torna suoi suoi passi e uccide la moglie e il suo amante. Due piccioni con una fava: punisce la fedifraga ed elimina il rivale che gli aveva soffiato il posto come presidente dell’Accademia del Biliardo. Poi si consola con la cameriera. Per il resto, più che con la polizia e i rimorsi, dovrà vedersela sia con i compaesani poco sensibili alla sua rispettabilità, sia con uno specchio troppo poco accondiscendente con la sua faccia.

Perché leggerlo. Per avere un’idea, senza fare ricorso alla psicoanalisi, di quanto di peggio si possa nascondere nella mente dell’essere umano. Simenon è uno speleologo che si cala nei pensieri più inconfessabili e mostra la sofferenza delle vittime con l’indifferenza del vivisettore.

A chi piacerà. A chiunque abbia già letto un suo libro. Simenon è uno scrittore che o lo rifiuti subito per l’indifferenza esibita verso il destino delle sue creature o lo ami per sempre.

In una parola. Autobiografico.

La curiosità. Simenon scrisse L’assassino nel 1935, proprio l’anno in cui constatò il fallimento del matrimonio con Tigy ma, non volendola lasciare perché incinta, si sfogò con Boule, la domestica.

Lo scrittore. Tra il 1931 e il 1972 il belga Georges Simenon (Liegi 1903-Losanna 1989) ha pubblicato 76 romanzi e 26 racconti dedicati alle inchieste del commissario Maigret. Tutti divertenti. Ma è con romanzi come questo, Tre camere a Manhattan, L’uomo che guardava passare i treni, Marie del porto e molti altri che ha firmato degli strepitosi capolavori.

L’autore ha detto. «La verità non sembra mai vera».

 

Georges Simenon, L’assassino, Adelphi (traduzione di Raffaella Fontana, 153 p. 16 euro)

Il prof che si sentiva un dinosauro 

Lo scrittore norvegese Dag Solstad. 

Di che cosa parla il libro. È la storia di Elias Rukla, un insegnante che spiega in classe una delle maggior opere drammatiche della letteratura scandinava, l’Anitra selvatica, e subito dopo perde la testa. Percepisce l’inutilità del suo ruolo di educatore e, fatto a pezzi un ombrello nel cortile della scuola in uno scatto d’ira, ripercorre con un lungo monologo interiore le tappe più importanti della sua vita, sentendosi parte di un mondo sconfitto. Sarebbe ancora felice se la società intorno a lui fosse rimasta ai tempi in cui studiava. Si sente completamente annientato dalla progressiva commercializzazione del tutto. Pensa che i comportamenti e i valori che prova a trasmettere siano in via di estinzione.

Perché leggerlo. Perché la penisola scandinava non è solo patria di gialli, polizieschi e noir. Perché Oslo non è solo lo scenario di un’atroce strage. Per riscoprire Ibsen attraverso un suo successore.

A chi piacerà. Agli insegnanti costretti tra il martello della ministra Gelmini e l’incudine delle famiglie che chiedono promozioni al posto di formazione. A chiunque voglia fare i conti con il proprio passato: l’autore è stato un bambino molto povero e un giovane marxista intriso di ideali e utopie. A chi si sente un vinto o dalla parte dei vinti. A chi ha ancora la forza di dichiarasi e comportarsi da indignato.

In una parola. Struggente.

La curiosità. Il calcio è stata la grande passione di Dag Solstad fin da quando aveva sei anni. «Negli anni settanta», ha raccontato a Sebastiano Triulzi di Repubblica, «quello che sarebbe divenuto il portiere della nazionale norvegese mi faceva da riserva nella squadra juniores della mia città. Il mio eroe era Yashin. Venne a giocare con la Dinamo di Mosca una amichevole a Oslo negli anni Cinquanta. Lo chiamavano la pantera. Avrei voluto essere soprannominato così».

Lo scrittore. Dag Solstad, 70 anni, nato a Sandjeford, in Norvegia, è stato paragonato dal Times ai grandi letterati russi dell’Ottocento. Molti suoi concittadini vorrebbero candidarlo al Premio Nobel.

L’autore ha detto. «Ho scritto Timidezza e dignità quasi vent’anni fa e da allora le cose sono andate sempre peggio. Adesso non avrei la forza o la voglia di alzarmi in piedi per gridare contro tutto questo».

 

Dag Solstad, Timidezza e dignità, Iperborea (traduzione di Massimo Ciaravolo, 180 p. 15,50 euro)

 

Anche gli scimmioni hanno un’anima

Lo scrittore statunitense Benjamin Hale, classe 1983.

Di che cosa parla il libro. Bruno Littlemore, detenuto per omicidio, decide di dettare le proprie memorie per ammonire e divertire i posteri. Si capisce subito che è un individuo bizzarro e narciso, un pittore di una certa fama e un attore shakespeariano dilettante, con un’impressionante padronanza linguistica, qualche goffaggine e una buona dose di ironia. E si capisce che la sua vicenda è stata segnata dall’amore per una donna, Lydia, che lo ha accudito in momenti difficili, una donna con cui ha condiviso un raro tragitto, oramai tragicamente concluso. Quel che si capisce più tardi è che Bruno è – o dovremmo dire è stato? – una scimmia. Proprio così, uno scimpanzé d’intelligenza umana, uno scimpanzé che si è fatto uomo, si è innamorato a prima vista della zoologa che ne aveva scoperto l’eccezionale talento e ne è stato riamato, ha scoperto l’arte e la musica, il teatro e la letteratura, ha viaggiato per l’America con la sua compagna, si è sottoposto a chirurgia per attenuare le sue fattezze, ha vissuto nella sua esistenza unica una forma abbreviata d’evoluzione – e tuttavia gli sarà sempre impossibile essere uomo, come oramai tornare ad esser scimmia.

Perché leggerlo. Perché si ride per le gag, si palpita per il pathos, si medita a ogni pagina. Perché Bruno sfotte molti miti dei nostri tempi, dall’arte concettuale alla stupidità di certi scienziati.

A chi piacerà. A chi ama Philip Roth. All’autore l’ispirazione è venuta mentre si trovava allo zoo e stava leggendo il Lamento di Portnoy. A chi è attratto da accoppiamenti scabrosi alla Vladimir Nabokov. Ai darwiniani offesi dalle fandonie dei creazionisti.

In una parola. Carnale.

La curiosità. Bruno apprende a parlare non dalla ricercatrice ma da un ritardato mentale addetto alle pulizie.

Lo scrittore. Benjamin Hale, nato nel 1983 in California, cresciuto in Colorado e formatosi nello Iowa Writers Workshop, una delle più celebri scuole di scrittura americane, vive oggi a Brooklyn.

L’autore ha detto. «Ho cercato di disegnare la scimmia più umana possibile e per farlo ho dovuto metterci dentro i sentimenti e le perversioni dell’uomo che conosco meglio: me stesso. Non è proprio quello che tua madre si aspetterebbe di leggere. Soprattutto se è un’evangelica del Sud, come la mia».

Benjamin Hale, L’evoluzione di Bruno Littlemore, Ponte alle Grazie (traduzione di Lorenza Di Lella e Sonia Scognamiglio, 558 p. 21 euro)

 

Tra le braccia della Diva

Lo scrittore scozzese Andrew O’Hagan, classe 1968. 

Di che cosa parla il libro. «Maf è il cane della Donna che ha fatto innamorare il mondo. E glielo ha regalato la Voce che ha fatto innamorare il mondo. Lei è Marilyn, lui è Sinatra. Frank compra un barboncino bianco dalla mamma di Natalie Wood (è Hollywood, bellezza, mica si prendono le bestie al canile) per risarcirla del cane perduto con il divorzio da Arthur Miller e Marilyn, con il consueto candore, non trova nome migliore per il piccolo animale, visti i noti legami con la malavita del donatore, di chiamarlo Mafia Honey. Per gli amici, Maf». (Stefania Vitulli) Maf rimarra con Marilyn durante i suoi ultimi due anni di vita: lei lo porta con sé ovunque, alle sedute psicoanalitiche e ai corsi all’Actor’s Studio, ai party con Edmund Wilson, Carson McCullers, Allen Ginsberg e John Kennedy, e in Messico per le pratiche di divorzio da Arthur Miller. Diventa così il testimone, narratore e interprete di una deliziosa, intrigante commedia letteraria in cui si parla di arte contemporanea, di letteratura e di cultura pop, di gatti che s’intendono di poesia, di criminalità organizzata e di filosofia da boudoir. E della più tenera, luminosa e fraintesa delle star che abbia attraversato il firmamento di Hollywood.

Perché leggerlo. Per una ricapitolazione del pensiero occidentale. Maf ha infatti una cultura enciclopedica che spazia da Omero a Freud passando per Aristotele e, soprattutto, per Plutarco. Perché è piaciuto a Roddy Doyle, uno che se ne intende e di cui ci si può fidare.

A chi piacerà. A chi appreezza la prosa preziosa, a tratti un po’ frivola, di Cristopher Isherwood e Truman Capote. Agli orfani dei primi anni Sessanta e di un’America ancora innocente. Ai curiosi del gossip hollywoodiano d’antan. Ai cultori del chiacchiericcio da jet set. A chi ha riso e sorriso per gli aforismi, le battute taglienti e le situazioni spassose di Zia Mame. A chi ha amato la bionda più tenera, incompresa e infelice dello star system.

In una parola. Intrigante.

La curiosità. Una delle scene fondamentali del libro, sfuggita a tutti i recensori, è quella in cui Irving Howe, Lionel Trilling ed Edmund Wilson, i massimi critici americani del momento, si incontrano a un party e si mettono a discutere sulla natura del romanzo.

Lo scrittore. Andrew O’Hagan, nato in una fattoria nei dintorni di Glasgow nel 1968, è uno straordinario aspirante libero pensatore con qualche tendenza trotzkista. Questo è il suo quarto libro. La rivista Granta lo indica come uno dei migliori venti giovani scrittori inglesi.

L’autore ha detto. «Mi ha sempre interessato constatare come la realtà e l’immaginazione siano inseparabili».


Andrew O’Hagan, Vita e opinioni del cane Maf e della sua amica Marilyn Monroe, Fazi (326 p. 18 euro)

 

L’ambigua guerrigliera

La scrittrice catalana Alicia Giménez-Bartlett, nata nel 1951.  

Di che cosa parla il libro. La storia è ambientata nel 1956, anno in cui due personaggi fittizi, uno psichiatra parigino esperto di menti criminali e un giornalista spiantato di Barcellona si mettono sulle tracce della Pastora, partigiana e bandito, alla macchia dalla fine della guerra civile. Braccata dalla polizia franchista, la Pastora è accusata di ogni genere di delitto.
La ricerca segue i sentieri già percorsi dalla guerrigliera, entra in cittadine e villaggi dimenticati dal mondo ma non dall’occhiuta e feroce Guardia Civil. I due entrano in contatto con comunità chiuse e diffidenti, frugano in segreti inconfessabili e colpe imperdonabili, rischiando di essere arrestati o di restare in un fosso con un coltello conficcato nella schiena.

Perché leggerlo. Perché è attuale. Anche nella Spagna di Zapatero il franchismo non è stato del tutto estirpato e la rimozione dei suoi simboli continua a suscitare polemiche e scontri, come si addice alle tragedie storiche trasformatesi in odi stagionati.

A chi piacerà. Agli antifascisti, a chi è sensibile alle sofferenze psicologiche e al dramma di un’incerta identità sessuale. In parallelo all’indagine dello psichiatra e del giornalista, si dipana infatti il monologo della Pastora che racconta una vita di stenti e discriminazioni, oltre che di comunione con la natura e accettazione della solitudine, fino a un provvisorio riscatto nel riconoscimento della propria mascolinità nella banda partigiana, al dissolversi delle speranze con la morte dei compagni e all’accettazione di una solitaria clandestinità.

In una parola. Travolgente.

La curiosità. Personaggio realmente esistito, registrata all’anagrafe come Teresa Pia Meseguer, la Pastora era vittima di una malformazione congenita che ne rendeva incerta l’identità sessuale. Nella lotta partigiana prese il nome di Florencio, dandosi alla macchia e vivendo da allora come uomo.

La scrittrice. Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) è la creatrice dei polizieschi con Petra Delicado, tutti pubblicati da Sellerio.

L’autrice ha detto. «Un mito popolare, una leggenda vivente. Le ragazze allora cantavano “Viva la Guardia Civil, che ha arrestato la Pastora / donna orribile, cattiva, malvagia e peccatora”. La curiosità cresceva. Ho iniziato a fare ricerche ma nessuno era disposto a parlare e gli archivi restavano inaccessibili. Un personaggio incredibile, una storia brutale».

Alicia Giménez-Bartlett, Dove nessuno ti troverà, Sellerio (460 p. 16 euro)

 

Una risata ci resusciterà

Lo scrittore inglese Howard Jacobson, 68 anni. 

Di che cosa parla il libro. Libor, Samuel e Julian sono amici di vecchissima data, alle prese con i ricapitoli che si fanno quando si invecchia. Libor Sevcik è un ex docente che ha appena perso l’amata moglie. Samuel Finkler è l’incarnazione dell’Ebreo (ma anti israeliano), vedovo, impunito seduttore e filosofo pop, autore di bestseller come L’esistenzialismo in cucina. Julian Treslove, l’unico non ebreo dei tre, attratto e respinto dal mondo finkleriano, non ha una moglie da piangere e soffre del complesso di Ofelia (adora immaginare che la fanciulla amata gli muoia tra le braccia) ma lo lasciano tutte. In una girandola di situazioni sempre più bizzarre, fra ebrei pentiti della circoncisione e nostalgici del Reich, l’evento che cambia tutto è quando Treslove viene rapinato da una donna.

Perché leggerlo. Perché ridere non è un peccato. Perché è un eccellente amalgama di humour britannico e di umorismo yiddish.

A chi piacerà. A chi ama le battute di Woody Allen e i libri di Saul Bellow, Herzog in primis.

In una parola. Comico.

La curiosità. L’autore ha saputo di essere stato ammesso nella rosa dei finalisti del Man Booker Prize 2011 durante un funerale. Il che non gli ha impedito di gioirne.

Lo scrittore. Howard Jacobson (Manchester, 1942) è scrittore e giornalista. Editorialista dell’Independent, è autore di undici romanzi, molti dei quali sono una satira del mondo ebraico. Ha scritto alcuni testi sull’ebraismo e un saggio su Shakespeare. In Italia, sono già usciti Kalooki Nights, L’imbattibile walzer e Un amore perfetto, tutti editi da Cargo. Con L’enigma di Finkler, Jacobson si è aggiudicato il Man Booker Prize di quest’anno.

L’autore ha detto. «Per ingegno comico si intende ben più di un’allegria semplicemente irrefrenabile, si intende un’esuberante messa in dubbio di ogni cosa, si intende irriverenza, il ribaltamento di ogni certezza, il capovolgimento dei nostri valori abituali, il terribile effetto corroborante che deriva dal rinunciare a tutto ciò che ci è caro».


Howard Jacobson, L’enigma di Finkler, Cargo (traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, 400 p. 20 euro)

Quando gli arabi si fidavano dell’America

Lo scrittore John Roderigo Dos Passos (Chicago 1896-Baltimora 1970).

Di che cosa parla il libro. Nel 1921, a 25 anni, lo scrittore americano John Dos Passos si imbarca a Venezia per intraprendere un lungo viaggio che lo porterà in Turchia attraverso i Balcani e il Caucaso, poi in Siria, Persia e Iraq. La scrittura dei suoi reportage non è asciutta, giornalistica come quella di Hemingway, il suo stile è ampolloso, barocco, ridondante ma le sue immagini avvolgono il lettore come una ragnatela tropicale e lo stritolano come una pianta carnivora fino all’ultima pagina. Le sue annotazioni hanno a volte il sapore rétro delle cose estinte, altre volte sono di un’attualità sorprendente. L’autore spiega perché in Iran l’accattonaggio è un atto religioso; di Teheran nota l’odio crescente verso gli stranieri; denuncia le malefatte dei colonialisti e predice sventure per il futuro. A Bagdad e Damasco, incontra «patrioti arabi» che, delusi e imbrogliati da «inglizi» e «franzeui», sperano nella democrazia americana. «Bisogna che l’America dica ai suoi compatrioti che il popolo dell’Iraq continuerà a battersi per i principi proclamati dallo Sceicco Washiton e da Miister Viilson. L’ultima rivolta era fallita perché mal preparata. La prossima volta…». Già, la prossima volta.

Perché leggerlo. Per avere un resoconto onesto di come fosse il mondo prima del turismo di massa e dei voli low cost. Per capire le ragioni della inconciliabilità tra Est e Ovest ancor prima che si affacciassero sulla scena i fondamentalisti islamici.

A chi piacerà. Ai veri viaggiatori. A chi rimpiange i fasti e i rischi perduti.

In una parola. Esotico.

La curiosità. Dos Passos si spostava in nave, in treno e a volte con auto messe a disposizione da consoli americani.

Lo scrittore. Esponente della corrente «sociologica» della letteratura americana, cioè basata sull’osservazione della realtà, John Dos Passos (1896-1970) è stato uno dei grandi narratori americani del Novecento. Tra i suoi capolavori, Tre soldati, Manhattan Transfer e Il 42° parallelo.

L’autore ha detto. Colpisce la lucidità con cui si rende conto dell’inevitabile penetrazione dell’industria in Paesi rimasti fermi al medioevo e dei danni che ne deriveranno. «L’Occidente continua a conquistare. Il vangelo della produzione in serie e delle parti intercambiabili di Henry Ford conquisterà i cuori rimasti fermi a Talete e Democrito, contro Galileo e Faraday. Non esiste Dio tanto forte da resistere alla Periferia Universale».

John Dos Passos, Orient Express, Donzelli (traduzione di Maurizio Bartocci, 105 p. 18 euro)

Il padre nobile del noir italiano

Lo scrittore Giorgio Scerbanenco (1911-1969). 

Di che cosa parla il libro. In uno scompartimento del direttissimo per Boston viaggia un gruppo di intellettuali: il poeta Banner, il giornalista Dadies, il critico Svedensson con il suo cane lupo Ciannell, la scrittrice Fiorella Garrett. All’improvviso il treno si ferma in aperta campagna. Banner si affaccia al finestrino e subito crolla a terra colpito a morte da una fucilata. Lentamente, un interrogatorio dopo l’altro, Jelling scopre gelosie tra scrittori, segreti e invidie. Poi ci sono quei cani, che fanno un po’ paura per la loro intelligenza: oltre a Ciannell, c’è Paìn, il cane di Fiorella, un animale addestrato, che a modo suo «parla». Pubblicato per la prima volta il 30 settembre 1942, Il cane che parla è la quinta indagine con protagonista Arthur Jelling, «un uomo che non sapeva dire di no. A lui piaceva lavorare tranquillo in ufficio, tornare poi a casa, leggere qualche libro, risolvere un paio di problemi di scacchi e insegnare un po’ di latino a suo figlio».

Perché leggerlo. Per un sussulto di orgoglio patrio: prima del commissario Montalbano ci sono stati gli investigatori «irregolari» Arthur Jelling e Duca Lamberti creati dal milanese Scerbanenco.

A chi piacerà. A chi ama il noir francese e, in particolare, i gialli di Simenon con Maigret.

In una parola. Psicologico.

La curiosità. Scritto durante il fascismo, che proibiva la descrizione di un’Italia insanguinata dal crimine, Scerbanenco ambientò la serie di Jelling in un’improbabile America dove tutto era possibile.

Lo scrittore. Figlio di un principe russo e di una borghese romana, nato a Kiev (Ucraina) nel 1911 e morto a Milano nel 1969, Giorgio Scerbanenco, rimase presto orfano di entrambi i genitori e si trasferì da piccolo in Italia, prima a Roma, poi a Milano. Costretto a lavorare già a 16 anni, fece il tornitore, il magazziniere, l’autista di ambulanze, il tipografo, il correttore di bozze, finché non diventò giornalista e direttore di giornali femminili. È considerato il padre del noir italiano. I suoi romanzi raccontano con un ritmo da thriller cinematografico storie efferate e crudissime dove dominano ladri, assassini e traditori, o carabinieri «innaffiati di proiettili», ma al lettore si rivolge con un garbo inconsueto per questo tipo di narrativa. La stessa eleganza con cui, firmandosi Adrian rispondeva alla posta delle lettrici sui settimanali Annabella, Novella e Bella per i quali scrisse molti racconti. I suoi noir più famosi sono quelli che hanno come protagonista Duca Lamberti, medico radiato dall’ordine per aver praticato l’eutanasia: Venere privata (1966), Traditori di tutti (1966), I ragazzi del massacro (1968) e I milanesi ammazzano al sabato (1969).

L’autore ha detto. «Avevo già passato i trent’anni e avrei dovuto imparare qualcosa da quello che mi era successo. Ma solo più tardi imparai che non s’impara quasi mai niente. Noi rimaniamo sempre gli stessi. Le esperienze della vita, gli insegnamenti delle persone più sagge, ci impolverano un poco, come quando camminiamo per una vecchia strada di campagna, ma basta soffiare su quel po’ di polvere perché noi ritorniamo tali e quali come eravamo prima di ogni insegnamento. Così continuai a commettere gli stessi errori».

Giorgio Scerbanenco, Il cane che parla, Sellerio, 216 p. 13 euro

Bonus. Clicca qui se vuoi leggere che cosa ha scritto Carlo Lucarelli su Scerbanenco.


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11 Commenti

  • avatar Jonas scrive:

    La cosa triste e curiosa è notare che se si parla di libri e cultura i commenti diminuiscono o spariscono completamente.
    Condivido la premessa della Redazione

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    • avatar Ermanno Venturini scrive:

      Ma che cosa vuoi commentare? Prima uno si compra il libro, poi se lo legge, poi dice la sua, che può essere anche in contrasto con chi gli ha consigliato il libro. Lasciami leggere quello del capellone norvegese che ho appena acquistato, poi ti saprò dire. Tu quale hai preso?

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      • avatar Violetta scrive:

        Giusto! Io leggeró quello dello scozzese “che sono sicura che se guardasse dentro l’obbiettivo non sarebbe male”, perché la presentazione mi incuriosisce.
        A presto!

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    • avatar Puke58 scrive:

      Hai ragione, da parte mia difficilmente mi lascio suggerire un titolo.
      Se devo prendermi un mattone preferisco darmi del fesso da solo che inviperirmi con chi me lo ha proposto.

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  • avatar Mirella A. scrive:

    Sì, penso anch’io che i lettori di nc siano più rissosi che pensosi… la rubrica però a me ha fatto venir voglia di comprarmeli tutti questi libri, spero che anche Jonas scenda in libreria dopo essere sceso in lizza con la sua temibile durlindana… buona lettura a tutti e datevi una calmata: i libri restano, i politici passano (anche quelli buoni)

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  • avatar Wilma scrive:

    neanche una donna ? niente quote rosa ?

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  • avatar Astrid scrive:

    la donna adesso c’è , ma solo una : le mettete con il contagocce?

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  • avatar Annagiulia scrive:

    Grazie per le preziose indicazioni. Non sapevo che Alicia Gimenez-Bartlett avesse scritto altri libri oltre alle inchieste di Petra Delicado di cui sono un’affezionata lettrice. Comprerò senz’altro anche questo.

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  • avatar l.cenci scrive:

    sarò presuntuoso,misoneista e anche un pò ingnorante e demodé,ma per me la buona letteratura si è fermata con la morte di Calvino,i moderni scrivono tutti allo stesso modo,a parte qualche rarissima eccezione….

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  • avatar carlo fetonti scrive:

    A Mirella
    ricordo che a parte gli eccessi di rissosità con cui concordo,la politica non la si deve fare per politici ma per le istituzioni poichè quelle belle o brutte rimangono.
    Ovviamente un buon libro è quello che ci fa pensare indipendentemente dagli altri….

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