Si respira aria di sinistra, ma quanto durerà?
di Giuseppe Licandro
Il «vento progressista» che ha ripreso a soffiare sul Belpaese nella primavera di quest’anno non è un fatto del tutto nuovo. In altre circostanze, grazie soprattutto ai movimenti di base, l’asfittica sinistra nostrana ha ripreso fiato, riuscendo a superare l’impasse in cui era stata gettata dagli errori dei suoi gruppi dirigenti. Vediamo di seguito alcuni significativi precedenti storici, per poi esporre, in conclusione, qualche considerazione sugli scenari possibili della situazione politica futura.
Nell’estate del 1960 furono «i ragazzi dalle magliette a strisce» a decretare il crollo del governo di centrodestra di Fernando Tambroni, pagando un tributo di sangue non indifferente (undici i morti tra Catania, Palermo e Reggio Emilia). Le correnti progressiste della Dc imposero una linea politica alternativa e il Psi di Nenni ebbe la possibilità di entrare a far parte di una nuova maggioranza di centrosinistra, la quale, dopo un’iniziale stagione di riforme, entrò presto in una fase di stallo, successivamente al tentato golpe del generale De Lorenzo del 1964. Nel biennio 1968-69 furono le lotte operaie e studentesche a rilanciare le riforme civili e sociali: a trarne beneficio fu soprattutto il Pci, i cui consensi elettorali si ampliarono a tal punto da far ipotizzare addirittura l’«alternativa di sinistra» alla Dc, che fallì negli anni seguenti, sia per l’acuirsi della «strategia della tensione», sia per il prevalere del «compromesso storico».
Nel 1984, la battaglia in difesa della scala mobile, voluta dalla Cgil, portò a una mobilitazione popolare che, insieme all’emozione provocata dalla prematura morte di Enrico Berlinguer, consentì al Pci di realizzare un effimero sorpasso sulla Dc alle elezioni europee, vanificato però dalle successive sconfitte alle amministrative del 1985 e alle politiche del 1987 che ne decretarono il rapido declino.
Agli inizi degli anni Novanta furono i comitati popolari spontanei, nati a sostegno dei magistrati impegnati nell’inchiesta Mani pulite, a impedire che la reazione partitocratica prendesse il sopravvento e vanificasse il lavoro dei giudici milanesi. L’Ulivo trasse enorme beneficio nel 1996 dalla voglia di rinnovamento morale che in quel periodo animò la nazione, ma le scelte infauste di alcune componenti della coalizione ulivista ne provocarono la prematura dipartita, spianando la strada all’ascesa al potere di Berlusconi nel 2001.
L’anno seguente, il movimento dei girotondi, prima, e la Cgil, poi, riuscirono a portare in piazza centinaia di migliaia di persone contro l’autoritarismo conservatore del governo di centrodestra, suscitando un moto di resistenza pacifica che, protrattosi nel tempo, permise a Prodi di prevalere nuovamente nelle elezioni politiche nel 2006. Anche questa volta, tuttavia, le beghe interne al centrosinistra e gli interessi personali di taluni suoi leader determinarono il fallimento della coalizione, consentendo alla destra di vincere le elezioni anticipate del 2008.
Tra il 2008 e il 2011 sono stati gli studenti dell’Onda anomala, gli aderenti al Popolo viola e alla rete No Ponte, le donne di «Se non ora quando?», i lavoratori della Fiom e i militanti del Movimento 5 Stelle ad assestare robuste spallate all’attuale governo, svegliando dal torpore i partiti dell’opposizione di sinistra. Le ragioni di questa esplosione di rabbia e di sdegno dell’opinione pubblica sono molteplici: il malessere economico che pervade ampi settori della popolazione; l’affacciarsi sulla scena sociale di una generazione di giovani in cerca di visibilità e di riscatto; l’emergere di nuovi leader politici che riescono a incarnare meglio i sentimenti di un elettorato deluso e sfiduciato dai vecchi tromboni dell’establishment; la diffusione di nuove forme di comunicazioni di massa, come i blog, gli sms e Facebook, che hanno soppiantato in parte l’informazione televisiva e giornalistica.
Luigi De Magistris, Beppe Grillo, Giuliano Pisapia, Nichi Vendola sono riusciti a farsi portavoce delle istanze di cambiamento presenti in settori sempre più consistenti dell’elettorato, utilizzando strumenti di comunicazione innovativi (come Internet) che coinvolgono maggiormente la gente e ne stimolano la partecipazione. Qualcuno potrebbe obiettare, a ragion veduta, che l’attuale congiuntura politica è comunque segnata dal populismo demagogico, sia pure nella sua versione progressista. La crisi dei partiti, infatti, ha lasciato spazio a forme inusitate di aggregazione politica: per ottenere voti, oggi si fa quasi esclusivamente leva sui talk-show televisivi, i blog, i social network, i siti on line, oltre che sulla devozione della gente a un leader «carismatico». Si è avverato, dunque, ciò che a suo tempo ha preconizzato Guy Debord, ossia l’avvento di una «società dello spettacolo», nella quale chi sa gestire meglio la pubblicità e l’informazione riesce a riscuotere maggiori consensi elettorali.
Il moto d’indignazione, che ha portato una parte assai consistente del popolo italiano a votare «sì» ai quattro quesiti referendari di giugno, non basta di per sé a garantire la svolta che potrebbe far trionfare in futuro il centrosinistra. L’esperienza c’insegna che ci vuole poco a stroncare gli entusiasmi della gente e, in mancanza di una chiara prospettiva politica, non sarà facile gestire la fase delicata che si preannuncia. L’era berlusconiana, in effetti, sembra avviarsi al tramonto e il leader del Pdl pare ormai destinato a farsi da parte, anche perché è avversato, sul piano internazionale, dall’attuale amministrazione statunitense (che non ha mandato giù le sue intese economico-politiche con Gheddafi e Putin) e da altri importanti governi europei, stanchi delle sue intemperanze e delle sue reiterate gaffe. Non è detto, tuttavia, che a prendere il sopravvento, alla fine, saranno le forze progressiste: nel Paese degli inciuci e delle continue ingerenze clericali, non ci sorprenderemmo se il Pd scegliesse, alla fine, di accordarsi col Terzo Polo, anziché con i suoi alleati naturali (Federazione della sinistra, Idv, Psi, Sel).
L’auspicio è che, in ogni caso, prevalga tra tutte le forze di opposizione un’intesa di massima per rimediare ai disastri prodotti da un decennio quasi ininterrotto di dominio del Cavaliere. L’obiettivo dovrebbe essere quello di rifondare la vita politica su basi democratiche e legalitarie, modificando l’attuale legge elettorale e ponendo fine allo strapotere delle cricche, agli innumerevoli conflitti d’interesse e alle palesi violazioni del dettame costituzionale che hanno segnato l’ultimo periodo della nostra storia. Prima, però, bisogna mandare via l’ingombrante inquilino che ancora soggiorna nelle stanze di Palazzo Chigi. (LM MAGAZINE n. 17, 20 giugno 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 66, giugno 2011)
Tag:Beppe Grillo, Enrico Berlinguer, Girotondi, Giuliano Pisapia, Luigi De Magistris, Mani pulite, Movimenti politici, Movimento 5 Stelle, Nichi Vendola, Onda anomala, Pd, Popolo viola, Silvio Berlusconi, Terzo Polo, Ulivo
SOTTO TIRO

CREDENZE POPOLARI
Nei centri commerciali,
i consumatori credono
di risparmiare.
In democrazia, gli elettori credono di contare.
QUELLO CHE NON HA GIULIANO
«Può darsi che Saviano sia banale e scriva male, ma se non piace
a Giuliano Ferrara qualcosa
di buono ce l’avrà». (Lia Celi)
SIRENE E CENTAURE NELLA GIUNTA BERNAZZOLI
«Giunta con metà donne», titola la Gazzetta di Parma, per significare che Bernazzoli vuole riservare il 50 per cento del suo esecutivo alle assessore. Ma detto così sembra che voglia amministratrici metà carne e metà pesce, metà umane e metà giumente. Strafalcione o lapsus?
MONTI LEI
Vista la situazione, è normale che la rabbia Monti. (Mario Mantovani)
ULTIMA CHIAMATA PER I PARTITITemo che i partiti italiani non abbiano capito il senso e lo scopo della formula adottata dal presidente della Repubblica dopo le dimissioni del governo Berlusconi. Mario Monti e i suoi tecnici avrebbero dovuto restaurare la credibilità finanziaria dell'Italia, riformare il mercato del lavoro, creare le condizioni per una economia più libera e competitiva. I partiti avrebbero dovuto assecondare il governo ma dedicarsi contemporaneamente ad altri compiti che non possono essere, in una democrazia, «tecnici». Avrebbero dovuto modificare la legge elettorale, ridurre il numero dei parlamentari, rompere l'incantesimo del bicameralismo perfetto, dare a se stessi uno statuto giuridico corrispondente alle loro responsabilità, dare al Paese un esempio di rigore finanziario riducendo drasticamente il denaro pubblico di cui si sono spensieratamente serviti dopo un referendum che diceva chiaramente quale fosse, a questo proposito, il pensiero del Paese. Ebbene, nulla di ciò che avevamo il diritto di attenderci in materia di riforme istituzionali è stato fatto. È questa una delle ragioni del malumore del Paese, che soffre la crisi e sopporta il peso delle tasse, e del successo di Grillo. Se i partiti vogliono rimediare, il tempo stringe e la porta attraverso la quale dovranno passare per avviare il cantiere delle riforme non resterà aperta più di tre o quattro settimane. Una riforma costituzionale richiede, infatti, una doppia lettura fra Camera e Senato e mancano dieci mesi alla fine della legislatura. Se non ne approfitteranno, il prossimo voto sarà peggio dell'ultimo. (Sergio Romano, Corriere della Sera, 10 maggio 2012)
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