Il significato storico del voto di Milano e Napoli
di Sergio Caroli
Non occorre l’occhio clinico di Manzoni o di Thomas Mann per leggere – nello sguardo carico di paura di Berlusconi mentre piatisce il soccorso di Obama («In Italia c’è la dittatura dei magistrati di sinistra») – la verità dolorosamente partecipata da Veronica Lario agli italiani: «Mio marito è malato».
La fine del mito-Berlusconi è – ancor prima che nella débâcle elettorale a Milano e a Napoli – nella sconvolgente scena al G8 di Deauville, scena degna di un trattato di psicopatologia e destinata a entrare nei libri di storia. Rivive in essa, in chiave tragicamente farsesca, la favola di Pinocchio che implora l’aiuto della Fata dai capelli turchini. Che a reggere le sorti di una delle principali democrazie del mondo ci sia un individuo del tutto privo di freni inibitori, incapace di chiedere un parere persino ai suoi più stretti collaboratori è sotto gli occhi di tutti. Avrebbe mai potuto, ad esempio, un Gianni Letta consigliargli di «incantonare» i grandi della Terra al G8 e infangare l’onore dell’Italia postulando una causa squisitamente personale? Certissimamente no. L’egoarca Berlusconi, sciolto dalle leggi, ha agito motu proprio.
«Was nun?», direbbero i tedeschi. E ora? Naturalmente Berlusconi, posseduto come non mai dal panico, farà di tutto per rimanere abbarbicato al potere. Sa di avere la maggioranza numerica in Parlamento, ma non più quella politica. Non è infatti un mistero che una situazione esplosiva regna nella maggioranza: molti hanno cominciato a «ballare nel manico»: non solo fra gli scilipotiani (a cominciare da Francesco Pionati, ancora in attesa di una poltrona nel governo), ma anche nel Pdl. Basti pensare ai «musoni» di Claudio Scajola, a un Roberto Formigoni che scalpita in panchina, Cl ispirante, ai dubbi di Amleto fra gli ex-An (Gianni Alemanno e Renata Polverini in testa), mentre il sottosegretario Daniela Melchiorre ha già preso il volo. Se è vero che quando una nave comincia ad affondare i primi a mettersi in salvo sono i topi, va pure detto che nel Pdl c’è gente ancora abbastanza giovane che un mestiere ce l’ha: costoro cercheranno prima o poi nuovi referenti. I più scaltri punteranno su un nuovo leader. Ma quale futuro può offrire un partito-azienda fondato solo ed esclusivamente sulla figura «carismatica» del Lìder Màximo? La vocetta di Tremonti non accende di certo nei cuori passioni ardenti, quanto a leadership.
Ma del loro domani debbono preoccuparsi – già da oggi – anche e soprattutto Bossi e i dirigenti della Lega. Avevano preannunciato sfracelli e invece son lì a leccarsi le ferite. Il redde rationem al loro elettorato, deluso e amareggiato, è ineluttabile. Il calcolo politico li costringerà naturalmente a procedere con gradualità nell’operazione di sganciamento dal Cavaliere; ma la traiettoria è prefissata come il moto di un corpo celeste: da oggi la Lega sa che se vuole, almeno, sopravvivere (la «conquista del Nord» si è rivelata sogno di visionari) non può continuare a spalleggiare un personaggio che somiglia non già a un politico, bensì a una formica impazzita, bramosa di mettersi in salvo. Del resto Bossi sa perfettamente che, privato dell’usbergo del «legittimo impedimento», Berlusconi ricalcherebbe le orme dell’avvocato Mills, e che a un verdetto di condanna in assise seguirebbero, come atto dovuto, le sue dimissioni da premier. Dimissioni che, d’altro canto, sarebbero automatiche qualora i «Sì» prevalessero ai referendum del 12 e 13 giugno. Se il quorum non sarà invece raggiunto (potrebbe accadere grazie alla scippata scheda sul nucleare), l’esecutivo potrebbe continuare a vegetare ma non per molto. Con la crisi in cui versa il Paese, che resta economicamente al palo, con il debito pubblico e l’evasione fiscale ai massimi storici, con il declassamento dell’Italia da parte dell’Agenzia Standard & Poor’s, con una manovra di 46 (o 60) miliardi alle porte, con i rischi di insorgenze sociali (vedi Fincantieri), con Confindustria ormai all’esasperazione, e con una politica estera pulcinellesca, il berlusconismo è ormai entrato in coma irreversibile. Questo il significato storico del voto di Milano, da Berlusconi già proclamato referendum pro o contro di lui e a Napoli dove il trionfo di Luigi De Magistris parla da sé. Resta carico d’incognite il dopo-Berlusconi. Un barlume di speranza pare offrirlo l’annuncio (se son rose fioriranno) che diversi partiti, non di governo, sarebbero in favore di una nuova legge elettorale. Restituire ai cittadini il diritto del quale sono stati proditoriamente e ignominiosamente spogliati – il diritto a scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento – infonderebbe maggior fiducia nella politica. Poi si vada a nuove elezioni. E al più presto, prima che sia troppo tardi. (Dalla Gazzetta di Parma del 1° giugno 2011)















Dal mio blog: “le tope saranno le prime a lasciare la nave”. Quindi non i topi…
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Ancora una volta Caroli pittura molto bene la situazione di Bugiardoni: il paragone di Obama con la fatina dai capelli turchini di Collodi è veramente calzante! In altro luogo mi ero espresso per un ricovero del Brevilineo in clinica psichiatrica (dopo che la ex moglie l’aveva suggerito) e gradisco leggere che altri la pensano come me. Effettivamente più di qualche neurone non può che essere scollegato sotto il trapianto dell’escortista!
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