Dalle Alpi al Lilibeo, uno solo è l’inno risorgimentale dell’unità italiana: Faccetta nera
All’Istituto Marcelline di Lecce succede un fatto strano. I bambini delle elementari, come da tradizione, stanno preparando un saggio di fine anno, previsto per i primi di giugno. Quelli di quinta, più grandicelli, vi reciteranno anche. Tutti gli altri faranno parte di un grande coro che spazierà dai più piccini a qualche spilungone, come fossero tante canne di organo.
Il fatto strano è che nella selezione musicale scelta per questo coro ci sono sì Sergio Caputo e Goffredo Mameli, ma anche un canto fascista, composto negli anni ‘30, che si intitola «Faccetta nera».
Ora, il programma disciplinare che anima il saggio, come previsto per obiettivo dal Provveditorato, verte sul tema dell’Unità d’Italia. Del resto, sono mesi che alle Marcelline si organizzano incontri, si fanno sventolare bandiere, si sfila e ci si traveste da risorgimentali. Il 25 aprile c’è stata una stupenda parata patriottica. I ragazzi del liceo ci hanno aggiunto, da par loro, una recita su Garibaldi, in costume storico. Nulla di più curricolarmente corretto. È il 2011: 150 dall’Unità.
Ma nel programma del coro finale, che gli scolari provano ogni mercoledì, c’è qualcosa che non quadra. Qualcosa che può sembrare pure orecchiabile, ma pesa come un macigno. Vi compaiono, fra gli altri, l’inno nazionale italiano; il «Garibaldi Innamorato» di Sergio Caputo; «Le radici ca teni» dei Sud Sound System; «Bella ciao» e, appunto, «Faccetta nera». Un genitore è andato su tutte le furie, quando lo ha saputo. È padre adottivo di una bambina di colore.
La risposta dell’Istituto pare sia stata da libro di storia alla mano. Il loro programma didattico include il periodo fascista e dunque hanno inserito una canzone che lo rievoca e che, comunque, i bambini sanno ormai a memoria e vogliono cantare come tutte le altre. Come se «Faccetta nera» fosse un’altra canzone pop che rievoca un qualunque periodo storico dall’Unità a noi (anche perché, chiediamo venia, ma il Fascismo cosa ci azzecca con i 150 anni dall’Unità?). E non, come è, la celebrazione sonora di una delle fogne assolute della nostra storia, scritta dal profondo di quella fogna stessa. Un caso di straordinaria leggerezza, una pericolosissima negligenza.
Perché è difficile credere che ci sia davvero cattiva fede dietro tante giovani maestre, tutte uscite da poco da corsi di laurea in Lettere o in Storia e Filosofia, lontanissime dalle mamme marcelliniste sussidiario e moschetto, che avremmo immaginato in altri tempi e che comunque sopravvivono sempre meno.
Eppure. Eppure qui non si scherza affatto.
L’apologia del fascismo è un reato previsto dalla legge 20 giugno 1952, n. 645 (contenente “Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione”), anche detta Legge Scelba, che all’art. 4 sancisce il reato commesso da chiunque «fa propaganda per la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità» di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure da chiunque «pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche».
È ovvio che il primo dei due casi, in nessuna aula dell’Istituto Marcelline, si sta verificando o ha intenzione di verificarsi. Sul secondo abbiamo già qualche dubbio in più. Vi rimandiamo a queste considerazioni, benissimo espresse da un sito di informazione giuridica, in merito a fattispecie simili. Per approfondire ancora, date un’occhiata a un caso analogo vicentino e a un altro trentino, in cui non sempre è finita benissimo per gli imputati.
Ma, al di là degli eventuali sviluppi legali della vicenda, il rischio che corrono i responsabili della didattica di questa scuola è quello di far associare ai bambini, magari anche molto inconsciamente, elementi di affettività positiva e bei ricordi degli ultimi attimi prima delle vacanze estive del 2011, a concetti e melodie che erano incentrate sull’esaltazione della possibilità di ridurre in «schiavitù d’amore», una volta trattele dall’Etiopia conquistata, giovani donne di colore subsahariane.
Non esattamente un tema disneyano o, visto che ci siamo, neanche tanto cristiano. La presenza, nello stesso programma musicale, di «Bella ciao» non bilancia affatto. Non è par condicio. È anzi lo scandalo maggiore che i due testi siano così candidamente affiancati.
Se avete dubbi sull’opportunità dell’inserimento di «Faccetta nera» all’interno di un recital musicale performato da scolari dai 6 ai 10 anni, vi lasciamo con il testo integrale della canzone scritta da Giuseppe Micheli e musicata da Mario Ruccione nel 1935.
Che, ricordiamo, fu composta per la propaganda fascista relativa alla necessità di una conquista dell’Etiopia. D’accordo, con particolare attenzione a sottolineare due elementi: che la schiavitù lì fosse ancora vigente (appunto, su parte della popolazione abissina) e che l’Italia potesse rappresentare per tante «morette» una forza di liberazione. Ma i doppi e tripli sensi dietro la maggior parte delle metafore incluse nel testo saranno anche una delizia per i nostalgici del Ventennio di una certa età. Cionondimeno non lo sono di certo per alcuno dei bimbi chiamati a cantarli a gran voce davanti ai loro genitori, magari genitori abbastanza giovani da non essersi mai posti il problema concreto di una spiega antifascista ai loro pargoli.
Se tu dall’altipiano guardi il mare,
Moretta che sei schiava fra gli schiavi,
Vedrai come in un sogno tante navi
E un tricolore sventolar per te.
Faccetta nera, bell’abissina
Aspetta e spera che già l’ora si avvicina!
Quando saremo insieme a te,
noi ti daremo un’altra legge e un altro Re.
La legge nostra è schiavitù d’amore,
il nostro motto è libertà e dovere,
vendicheremo noi camicie nere,
Gli eroi caduti liberando te!
Faccetta nera, bell’abissina
Aspetta e spera che già l’ora si avvicina!
Quando saremo insieme a te,
noi ti daremo un’altra legge e un altro Re.
Faccetta nera, piccola abissina,
ti porteremo a Roma, liberata.
Dal sole nostro tu sarai baciata,
Sarai in Camicia Nera pure tu.
Faccetta nera, sarai Romana
La tua bandiera sarà sol quella italiana!
Noi marceremo insieme a te
E sfileremo avanti al Duce e avanti al Re!
Aggiornamento
Abbiamo contattato l’Istituto Marcelline per dare ai responsabili della didattica per le scuole elementari la possibilità di replicare al nostro articolo e di spiegare il perché della scelta di “Faccetta nera” accanto alle altre canzoni.
La risposta che abbiamo ricevuto è stata la seguente: “Solo la superiora può rispondere a queste domande, ma si trova fuori sede. Provate a telefonare di nuovo lunedì”. (dal blog www.20centesimi.it)
Nuovi sviluppi su questa notizia sono disponibili IN QUESTO POST
Tag:150° anniversario Unità d'Italia, Faccetta nera, Istituto Marcelline, Lecce
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Oh finalmente qualcosa di buono! Certo è che avere paura di una canzone è il colmo, un pò come temere i fantasmi! Almeno Faccetta Nera è di di italica origine, ma bella ciao pare proprio non lo sia e quindi esulerebbe dalla nostra competenza. In quanto all’apologia del Fascismo, beh, mi sto sganisciando dal ridere!
Ossequi
Gian Franco Spotti
Soragna (Parma)
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Caro Spotti, “o bella ciao” non è nemmeno un canto partigiano.
E’ noto infatti che nel periodo bellico, la famosa canzonetta non era conosciuta tra le bande ribelli, venne composta più tardi, e adottata come slogan antifascista nell’immediato dopo guerra.
Gli si attribuì dopo la paternità partigiana, più che altro per dare una “storicità” al fenomeno resistenziale, che non fosse l’immediato dopo 8 settembre del ’43.
Comunque io avrei scelto Giovinezza, canzone che ha di fatto accompagnato tutto il ventetrennio, e che era cantata da tutti gli italiani, o almeno da una buonissima maggioranza di essi.
O bella ciao l’hanno cantata sempre e solo nelle sezioni del PCI.
Cordiali saluti.
Francesco, Salsomaggiore Terme.
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Editor: le pulizie di primavera non erano gia’ state fatte ?
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E lascia che si «sganisci» dal ridere, no? A ognuno le sue idee e, soprattutto, la sua lingua.
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Caro Spotti, Radio Malvisi la suona tutti i sabato pomeriggio, è la colonna sonora del camerata Galeazzo Saltalfosso, ascolta la trasmissione, ti piacerà. Sia ben chiaro che ogni riferimento a cose o a persone realmente esistenti è puramente casuale. Come vedi nessuno ha paura di una canzone, anzi …. a me mi piace molto.
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