Bin Laden ucciso: giustizia o vendetta? La caccia è finita, ma non ci sentiamo in pace
«Justice has been done», «giustizia è fatta», ha detto Obama annunciando al mondo la morte di Osama bin Laden, dieci anni dopo l’attentato alle Torri gemelle e l’inizio della «guerra al terrore» che il presidente Usa ha ereditato dal suo predecessore George W. Bush con tutto il suo corollario di securitarismo, prigioni illegali (Guantanamo) e occupazioni militari (Iraq e Afghanistan). Per Obama da ieri «il mondo è migliore», ma le modalità dell’uccisione fanno sorgere più di una domanda. Su chi ha protetto il leader di Al Qaeda in tutti questi anni e chi ora l’ha consegnato agli americani, innanzitutto, ma soprattutto sul potere reale che bin Laden esercitava ancora sulle masse islamiche.
Nelle rivoluzioni democratiche nei paesi arabi il fondamentalismo islamico (e in particolare il terrorismo qaedista) è stato colto di sorpresa e non ha giocato praticamente nessun ruolo. Da qui la prima domanda: bin Laden, prima ancora di essere ucciso dalla Cia e dalle sue propaggini pakistane, non aveva già perso la sua rivoluzione integralista? E ancora, tornando a Obama e al suo «justice has been done»: si è trattato di giustizia come lui sostiene o di vendetta? (il manifesto 3 maggio 2011)
Il punto di vista della satira
Tag:Al Qaeda, Barack Obama, Osama bin Laden, Terrorismo islamico
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CREDENZE POPOLARI
Nei centri commerciali,
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In democrazia, gli elettori credono di contare.
QUELLO CHE NON HA GIULIANO
«Può darsi che Saviano sia banale e scriva male, ma se non piace
a Giuliano Ferrara qualcosa
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SIRENE E CENTAURE NELLA GIUNTA BERNAZZOLI
«Giunta con metà donne», titola la Gazzetta di Parma, per significare che Bernazzoli vuole riservare il 50 per cento del suo esecutivo alle assessore. Ma detto così sembra che voglia amministratrici metà carne e metà pesce, metà umane e metà giumente. Strafalcione o lapsus?
MONTI LEI
Vista la situazione, è normale che la rabbia Monti. (Mario Mantovani)
ULTIMA CHIAMATA PER I PARTITITemo che i partiti italiani non abbiano capito il senso e lo scopo della formula adottata dal presidente della Repubblica dopo le dimissioni del governo Berlusconi. Mario Monti e i suoi tecnici avrebbero dovuto restaurare la credibilità finanziaria dell'Italia, riformare il mercato del lavoro, creare le condizioni per una economia più libera e competitiva. I partiti avrebbero dovuto assecondare il governo ma dedicarsi contemporaneamente ad altri compiti che non possono essere, in una democrazia, «tecnici». Avrebbero dovuto modificare la legge elettorale, ridurre il numero dei parlamentari, rompere l'incantesimo del bicameralismo perfetto, dare a se stessi uno statuto giuridico corrispondente alle loro responsabilità, dare al Paese un esempio di rigore finanziario riducendo drasticamente il denaro pubblico di cui si sono spensieratamente serviti dopo un referendum che diceva chiaramente quale fosse, a questo proposito, il pensiero del Paese. Ebbene, nulla di ciò che avevamo il diritto di attenderci in materia di riforme istituzionali è stato fatto. È questa una delle ragioni del malumore del Paese, che soffre la crisi e sopporta il peso delle tasse, e del successo di Grillo. Se i partiti vogliono rimediare, il tempo stringe e la porta attraverso la quale dovranno passare per avviare il cantiere delle riforme non resterà aperta più di tre o quattro settimane. Una riforma costituzionale richiede, infatti, una doppia lettura fra Camera e Senato e mancano dieci mesi alla fine della legislatura. Se non ne approfitteranno, il prossimo voto sarà peggio dell'ultimo. (Sergio Romano, Corriere della Sera, 10 maggio 2012)
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GIUSTIZIA – VENDETTA o OPPORTUNITA’???????
’Oscar’ (come lo chiamava la Cia) per essere morto, è morto. Certo ci vorrà tempo per ricostruire molte fasi, la protezione palese che gli è stata offerta dall’ISI i potentissimi servizi segreti pakistani (unico caso al Mondo dove il capo dell’intelligence, Hamid Gul, controlla anche l’arsenale nucleare del suo paese). Che ‘Oscar’ fosse in Pakistan era cosa ‘nota’ da anni. Confuso e invisibile tra la popolazione di Islamabad. Una delle chiavi di comprensione dell’azione che ha portato alla morte di Osama sta nella sostituzione improvvisa di pochi giorni fa di Leon Panetta (una ‘colomba’) a capo della Cia con David Petraeus (un ‘falco’), capo delle forze armate armate Usa in Afghanistan.
Il punto, il più cruciale scabroso di tutti però riguarda i rapporti Usa-Pakistan. In funzione delle relazioni economiche, finanziarie e industriali che Obama vorrebbe aprire con l’India per cercare di smarcarsi un poco dall’incombenza della Cina. Il Pakistan è ‘alleato’ strumentale della Casa Bianca, ma Obama ha pra la chanche di accusare il governo e l’intelligence pakistana di aver coperto le milizie Taliban e lo stesso ObL. Quindi girare i 180mila soldati Usa verso le frontiere pakistane e non più verso l’Afghanistan. Facendo un favore non da poco a Nuova Delhi che nei fatti è in guerra con il Pakistan, e guadagnandosi così considerazione e riconoscenza dell’India favorendo il suo disegno penetrante. Questa è una seconda chiave di interpretazione di quanto sta accadendo in queste settimane tra Washington, Islamabad, Kabul, New Delhi e Pechino…
Obama si è guadagnato la rielezione in una notte. La Cia è tornata a ‘brillare’ come una stella di prima grandezza dell’Intelligence mondiale, in più l’operazione di stanotte spacca definitivamente il già precario equilibrio tra ‘laici’ e ‘islamici’ nel nuovo panorama del nuovo mondo arabo – Perfino il vice-presidente Biden tra un sonnellino e l’altro s’è guadagnato altri 4 anni sulle comode poltrone della Casa Bianca…
Raffaele Pizzati
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A MORTE DI BIN LADEN
Scontro aperto tra Cia e Pakistan
“Nessuna fiducia in Islamabad”
Dopo un giorno di imbarazzate ricostruzioni, esplode alla luce del sole la tensione tra gli Usa e il paese che ospitava Osama. Gli 007 di Washington rivelano: “Non abbiamo avvisato le autorità locali del blitz, temevamo che potessero avvertire lo sceicco”
di DANIELE MASTROGIACOMO
Leon Panetta, direttore uscente della Cia
L’IMBARAZZO diventa tensione e il linguaggio felpato delle diplomazie alla fine apre a delle dichiarazioni rudi che esprimono solo la verità. L’irruzione nel covo di Osama Bin Laden e la sua uccisione mettono di nuovo in crisi i rapporti tra Usa e Pakistan e la cooperazione tra i due governi nella guerra al terrore, ed esaltano l’atteggiamento contraddittorio di Islamabad nei confronti degli uomini di Al Qaeda (e dei Taliban).
Incalzati dai commentatori, dagli analisti, ma anche dalle considerazioni non del tutto lusinghiere di alcuni capi di governo, alla fine sia il Pakistan sia l’amministrazione Obama hanno rotto gli indugi e hanno confermato quello che appariva evidente a tutti: “Non siamo stati informati preventivamente dagli Stati Uniti dell’operazione lanciata domenica notte ad Abbottabad”, ammette il ministro degli Esteri di lslamabad al canale televisivo Al Jazeera. “Temevamo che il Pakistan potesse avvertire Bin Laden dell’imminente raid contro di lui”, replica il capo della Cia e futuro Segretario alla Difesa, Leon Panetta, in un’intervista al Time. “E’ stato deciso che qualunque tentativo di lavorare con loro avrebbe messo in pericolo la missione. Avrebbero potuto dare l’allarme agli obiettivi”.
Il chiarimento, brusco e diretto, non poteva essere evitato. Sia la Francia, con il ministro degli Esteri Alain Juppé che ha ricevuto il premier pachistano Jusuf Raza Gilani (“La posizione di Islamabad manca di chiarezza”), sia la Gran Bretagna, con il premier David Cameron (“E’ chiaro che Bin Laden aveva una vasta area di appoggio in Pakistan, non sappiamo quanto sia vasta ma è giusto porci questa domanda e noi lo faremo”) hanno messo alle strette Islamabad. Che a sua volta ha cercato di difendersi dalle critiche mosse da quasi tutti i grandi quotidiani del paese. Non c’è solo la violazione di un Stato sovrano, rimasto all’oscuro di cosa stesse accadendo sui suoi cieli e in una cittadina che pullula di militari. Ma la stessa presenza dello sceicco del terrore, l’uomo più ricercato al mondo, a meno di cento chilometri dalla capitale, in una casa anomala per dimensioni e fattura, doveva attirare per forza l’attenzione dei servizi di sicurezza considerati, a ragione, tra i più radicati e potenti di tutta la regione.
Questa volta Osama Bin Laden non è riuscito a fuggire. La rete di connivenze che gli ha garantito l’incolumità per almeno dieci anni è stata tenuta all’oscuro. E solo questo silenzio, la decisione della Casa Bianca di non avvalersi della collaborazione di uno dei suoi più stretti alleati nella zona, ha consentito il successo dell’operazione. Islamabad ha cercato fino all’ultimo di difendere le sue scelte. Ha detto di essere stata al corrente del blitz, ha spiegato che il suo esito sarebbe stato impossibile senza il suo contributo. Ha parlato di collaborazione tra le due intelligence. Ha spiegato che l’Isi, i Servizi segreti pachistani, aveva “condiviso le proprie informazioni” sul compound di Abbottabad sin dal 2009 con “la Cia e altre agenzie alleate”. Si è perfino indignata quando qualcuno ha ricordato il suo atteggiamento ambiguo nella lotta al terrorismo. “E’ una sciocchezza sostenerlo”, hanno replicato al ministero degli Interni, “il Pakistan ha pagato un contributo altissimo in termini di vite umane e di attentati, con oltre 30 mila morti”. Ma ha mantenuto, fino a quando ha potuto, un basso profilo.
La morte di Osama Bin Laden ha avuto forti ripercussioni interne. Nella città di Quetta, dove ha sede la Suprema Shura dei Taliban e poi a Peshawar, da sempre crocevia dei combattenti jihadisti, martedì ci sono stati cortei di protesta che inneggiavano al capo di Al Qaeda. Il paese vive sotto la costante minaccia dei gruppi islamici salafiti e wahabiti che hanno una forza determinante, sia politica sia militare, e godono dell’appoggio strumentale o convinto di ampi spezzoni dello stesso Isi. Qualunque dichiarazione di consenso all’operazione “Geronimo” (quella che ha ucciso bin Laden, così battezzata dalla Cia) sarebbe stata destabilizzante. Ma il Paksitan ha anche la necessità di uscire da quell’alone di ambiguità che, ora più che mai, potrebbe essere ancora più dirompente. Il fatto che alcuni agenti pachistani della stazione di Peshawar in servizio alla Cia siano stati determinanti nell’individuazione del corriere che li ha portati fino alla casa di Abbottabad è servita solo a spegnere le polemiche iniziali che sono però esplose con il passare delle ore.
I dettagli di tutta l’indagine sono ancora più imbarazzanti. Furono gli stessi servizi pachistani a prendere in mano il caso, ad arrestare il corriere di origine kwaitiana, Abu Faraj al-Libbi, ad arrivare fino al compound, a perquisirlo senza trovare nulla di sospetto. Era il 2005. E secondo la Cia, Osama Bin Laden già viveva ad Abbottabad. Il capo dell’antiterrorismo Usa John Brennan, l’uomo più vicino al presidente Barack Obama e oggi osannato pubblicamente per il clamoroso risultato ottenuto domenica notte lo ha confermato: “L’informazione più recente che abbiamo è che Bin Laden ha vissuto nell’abitazione per i passati cinque o sei anni evitando qualsiasi interazione con altre persone all’esterno dell’edificio. Ha rilasciato video e audio, era sicuramente in contatto con altri esponenti di al Qaeda”. Ma l’Isi non si era mai accorta di nulla; oppure sapeva e ha protetto, come sempre in passato, l’uomo che conduceva una guerra per procura.
Fonte: La repubblica
Raffaele Pizzati
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