A Parma, aspettando Fabrizio del Dongo

Pubblicato da Redazione il 30 aprile 2011 in Cinema, Riceviamo e Pubblichiamo |

Le ragazze hanno piccoli fiori bianchi e rosa tra i capelli. Un vento grigio foriero di pioggia li stacca dagli ippocastani attorno al Centro Argonne di Parma. Nella città della certosa si cercano comparse per mettere ancora una volta in scena Stendhal. Siamo tutti lì per lo shooting, una foto, lasci il nome, l’e-mail, altezza, colore degli occhi, taglia del piede e dell’abito e via con la speranza di essere una delle mille comparse per la nuova fiction Rai.

Tra qualche settimana le ragazze con i fiori di ippocastano tra i capelli potranno essere villanelle, vivandiere o damigelle.

Gli uomini, molti i barbuti, come si addice all’Ottocento napoleonico e post cavalcheranno insieme a Fabrizio del Dongo e moriranno in battaglia sulle colline bolognesi se sanno andare a cavallo. Oppure urleranno nelle piazze brandendo i forconi o saranno folla anonima che riempie lo schermo.

I giovani, alti e bellocci, forse universitari, si tengono un po’ discosti. Forse ambiscono ai ranghi della nobiltà. Hanno capelli lunghi e la barba rasata. Volti e fisici da ussari e dragoni. Molti i fantaccini. Gli anziani hanno barbe bianche e tempo da perdere. Pensionati.

Poi ci sono i bambini con le mamme e il diritto di precedenza. «Avanti i bambini con le mamme», dice la gentile buttadentro che distribuisce numeri fatti con la biro su straccetti di carta perché attorno al trecento sono finiti quelli confezionati apposta e allora bisogna arrangiarsi.

Largo alle principessine, aria altezzosa, inghirlandate, con le scarpine di raso e vestite da bambole di bisquit, spinte avanti da mamme ritagliate sul modello di Anna Magnani in Bellissima. C’è una mamma che chiama in disparte la buttadentro, troppo gentile e paziente per non ascoltarla. Confabulano. Avrà una raccomandazione da esibire? E la scuola? Salteranno la scuola per tutto il tempo delle riprese questi paggetti e queste madamine?

Ma qui, all’ombra degli ippocastani, la legge è uguale per tutti e l’usciera dei desideri di essere stella per un giorno o villico per due mesi sa farla rispettare. Si sale in ordine di arrivo. Poi si comincia a essere troppi e qualcuno dovrà tornare domani.

Fioccano le richieste di spiegazioni: «Ma i maschi lo devono mettere il colore degli occhi?».

Dubbi sul modulo da compilare: «Non so andare a cavallo, ma so andare in vespa».

«Che cosa vuol dire collocamento Empals?» chiede uno alla vicina di ressa. «Che devi scrivere se appartieni a qualche circolo». «Circoli come?». «Come la Famija pramzana». Vero niente. L’Empals è l’Ente nazionale di previdenza e di assistenza per i lavoratori dello spettacolo.

Rovelli. «Io ho venti anni di esperienza teatrale, però dialettale, fa lo stesso?».

Giustificazioni. «Sono arrivata tardi perché mio marito mi ha chiesto: ma che cosa vuoi andare a fare? Poi si è pentito e mi ha accompagnato».

In un angolo, tre signore oltre i cinquanta se la ridono di gusto. Sono sfuggite al controllo dei figli. Non hanno detto dove andavano. Pregustano la sorpresa, se le dovessero ingaggiare.

È finita l’ondata di fiori, cadono gocce di pioggia. Tutti dentro dice la nostra gentile usciera. Una foto e via. Di corsa. Con tutta questa fretta, sarà venuta mossa? Pazienza, sarà come se ci avessero fotografati mentre cavalcavamo con Napoleone sulle colline di Waterloo, che è dalle parti di Bologna.

Sono le sei del pomeriggio, esprimo un desiderio. Che la ragazza che sta qui a rispondere con garbo e il sorriso sulle labbra a centinaia di postulanti dalle 9 di questa mattina possa trovare il migliore dei lavori possibili. Dentro o fuori il mondo dell’Empals, non importa. Purché sia fisso e ben remunerato. Se lo merita. E intanto che sia felice di quel che fa. Sembra esserlo. (is)


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