Avere 70 anni/2. Francesco Guccini si è sposato
L’uomo del monte pistoiese ha detto sì. Il Gran Selvatico della canzone d’autore italiana, l’aedo corrucciato di un paio di generazioni, ha atteso la vigilia del Venerdì Santo e quella dei 71 anni (li compierà il 14 giugno) per trasformarsi da scapolone quasi irriducibile in marito fatto e finito. Alle 19 di oggi, 21 aprile, a Mondolfo, provincia di Pesaro Urbino, si è sposato con Raffaella Zuccari, 43 anni, insegnante, la compagna con la quale divide da anni la sua vita a Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese.
Il matrimonio è stato celebrato da Pietro Cavallo, sindaco di Mondolfo, la cittadina in provincia di Pesaro Urbino di cui è originaria Raffaella. Il primo ad arrivare, come da copione, è stato lui, accompagnato dal fratello di lei, il giornalista Jacopo Zuccari: i due, dato l’assembramento di fotografi fuori dal municipio, sono entrati passando da un ingresso laterale. Guccini è parso contrariato, tanto da rispondere con un sonoro «Buona sera un paio di palle!» a un fotografo che lo ha salutato con un «Buona sera maestro!».
Lo scontroso sposo indossava pantaloni blu scuro e un giubbino grigio fumo con una camicia blu a righe sottili arancione. La sposa, scesa da una Porsche, è arrivata a braccetto del padre, il medico pediatra Gianmaria Zuccari. La cerimonia è stata solo per pochi intimi: i familiari stretti e qualche amico.
Al momento del sì i due sposi si sono scambiati le fedi, formate da cerchi intrecciati. Alla sposa è stato donato un bouquet di fiori e a Guccini una pergamena con la poesia «Sei tu» di Paolo Coelho, letta al termine della cerimonia da una funzionaria del Comune.
Guccini a quel punto si è rilassato, tanto che alla fine ha scherzato con la moglie: «Scendi da sola le scale e dì che ti ho lasciato sola all’altare!». I due hanno preso poi l’ascensore evitando di nuovo i fotografi e si sono allontanati per un’uscita secondaria a bordo di un’auto.
Guccini e signora sono riusciti a mantenere la riservatezza pressoché fino all’ultimo minuto. Questa mattina, infatti, era ancora tutto top secret. Un mese fa erano comparse le pubblicazioni a Bologna a Palazzo d’Accursio (Guccini risulta residente a Bologna, anche se da anni abita a Pavana), ma il cantautore aveva dribblato ogni domanda con l’ironia: «Se mi sposo? Chi lo sa, adesso vediamo».
Guccini è al suo secondo matrimonio dopo quello, del 1971 con la storica fidanzata Roberta Baccilieri (ritratta insieme a lui sulla copertina dell’album «Radici») che si interruppe sei anni dopo. Poi Angela, dalla quale ha avuto Teresa, la sua unica figlia, nata nel 1978. Infine, Raffaella, ricercatrice in letteratura italiana all’università di Bologna e insegnante alle scuole medie di Porretta e Gaggio, conosciuta quindici anni fa.
Teresa, la figlia di Guccini, nata nel 1978.
Francesco e Raffaella, scene da un lungo fidanzamento
Talis pater, talis filia
di Teresa Guccini
Bologna io me la ricordo com’era una volta. Ho avuto la fortuna-sfortuna di viverla in maniera tangente. La fortuna di vedere un universo oramai mitizzato che non esiste più, la sfortuna di provarne nostalgia e di non vedere un reale passaggio di testimone con i ragazzi della mia generazione.
A Bologna c’erano le osterie. Ricordo le Dame e Vito. Ricordo le serate intrise di fumo a coprire tutto come una coltre; perché allora si poteva ancora fumare. Si bighellonava fino a tarda notte, si giocava a carte e si cantava, poi erano solo vino e discussioni e politica.
Ricordo tutti questi volti che ho poi imparato a collocare tra le persone famose ma il ricordo è sfumato perché io ero bambina. Ricordo quando per la prima volta mi sono resa conto del concetto di famoso. Per me erano solo volti consueti o amici di casa, poi ho capito che erano anche qualcosa di diverso. A sera, salivo sulle ginocchia di qualcuno e si provava a cantare, oppure ascoltavo quelle voci, quei suoni, quelle atmosfere confuse e cercavo di ridere anch’io di battute e discorsi che non afferravo fino in fondo. Ma chissà perché quei grandi ridevano così tanto? E chissà per cosa.
E poi quel frate. Quell’uomo sempre sorridente che doveva stare in chiesa, mica lì con quella strana tunica a quelle serate. Che strano. Chissà cosa ci faceva un frate in osteria fino a tarda notte; chiedevo: «Babbo che ci fa un prete in osteria?». «Ci lavora», mi rispondeva mio padre tranquillo. Ma non ero mai del tutto convinta.
E poi gli scherzi e tanti. Era una Bologna goliardica e profonda. Da quelle notti nascevano canzoni, fumetti e libri. Ma lo avrei imparato solo molto più tardi, quando ho collegato che tutto il mondo che faceva parte della mia vita d’infanzia era qualcosa di più. Era un momento sociale preciso e importante, un movimento quasi, un passaggio di un’epoca culturale. Ma per me, allora, e in parte ancora oggi, erano solo voci e momenti destinati a spegnersi sempre in maniera soffusa, a poco a poco, quando gli occhi non reggevano più la stanchezza e il sonno cancellava ogni cosa.
A Bologna esisteva ancora un mondo che adesso sta morendo. I negozietti di quartiere: latteria, macellaio e panettiere ad ogni isolato, gli anziani in bicicletta con le mollette ai pantaloni e il pollaio nei giardini dietro casa. La mattina si sentiva ancora il gallo nei giardini delle case operaie di primi novecento della Cirenaica. Un mondo antico che resisteva ancora, nascosto ma non troppo, agli inizi degli anni Ottanta. Al bar Roberta, dietro casa, mi regalavano ancora la spuma. Che gioia! Quella bibita giallo fluorescente e frizzosa. Come le caramelle pillichine, come le chiamavo io. Ve le ricordate? Si mettevano in bocca e venivano i brividi dappertutto.
A Bologna si poteva arrivare in macchina in Piazza Maggiore e posso davvero giurarlo perché ho il netto ricordo di un’alba vista dalla R4 dei miei genitori. Si partiva con il pullman dalla piazza. Adesso si rischierebbe di essere arrestati.
A Bologna oggi è arrivata la primavera. E quello non è mutato. È rimasto uguale. Quell’odore inconfondibile che solo un vero bolognese riconosce. Non è un aroma definito o distinguibile, è un insieme calibrato di erba tagliata, di ozono e di fiori. Un insieme elettrico che avvolge tutto e ti obbliga a uscire di casa, a saltare in sella al motorino e ad andare sui colli a prendere il sole e a mangiare una tigella Dal Nonno o a bere un bicchiere di vino all’Osteria del Sole verso sera, con gli amici di sempre, prima che cali la luce. (questo articolo è apparso sul blog del Fatto Quotidiano il 9 aprile 2011 con il titolo «Una Bologna che muore»)


























I più attenti osservatori e i guccinologi avranno notato che il maestro è vestito solo in apparenza come tutti i giorni o quando fa i concerti. In realtà, il dì del suo matrimonio ha avuto un vezzo da vero elegantone: si è infilato la camicia nei pantaloni.
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Alla sua Dulcinea del Toboso, alias Rossana alias Raffaella, Don Chisciotte alias Cyrano alias Francesco ha dedicato ben tre canzoni: “Vorrei”, “Certo non sai” e “Canzone delle colombe e del fiore”.
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