Basta con la guerra delle parole e le parole di guerra
Questi manifesti sono stati affissi a Milano dalla sedicente «Associazione dalla parte della democrazia». Chi c’è dietro? Nei giorni scorsi, Silvio Berlusconi aveva detto: «Le Br utilizzavano il mitra, i giudici usano il potere giudiziario, ma questo attacco è più pericoloso per la nostra democrazia». Il capo della procura milanese Edmondo Bruti Liberati ha replicato: «Rammento che a Milano le Br in procura ci sono state davvero, per assassinare magistrati».
Una banda di mascalzoni minaccia la magistratura e mina le basi della democrazia e il procuratore che fa? Si prende la briga di rispondere. Non si risponde ai delinquenti come se fossero persone rispettabili. Si denuncino, si processino e, se sono colpevoli, si condannino. Ma non a parole.
Quei vergognosi manifesti sui brigatisti in Procura
di Curzio Maltese
La scritta “Via le Br dalle procure” appesa davanti al Palazzo di Giustizia di Milano evoca alla memoria immagini che hanno segnato una generazione. Il corpo del giudice Emilio Alessandrini, massacrato dai proiettili di Prima Linea nel centro di Milano, dopo aver accompagnato il figlio a scuola.
Il sangue di Vittorio Bachelet, assassinato dalle Br, sparso sulle scalinate della Sapienza di Roma. Lo sguardo delle mogli, dei figli, dei genitori ai funerali dei tanti magistrati uccisi dal terrorismo. Il presidente del Consiglio, teorico dell’equazione fra magistrati e brigatisti, ha di sicuro l’età, ma non la decenza, per ricordare quei fatti. Per quanto, certo, all’epoca fosse già molto distratto dai propri affari.
Mentre i suoi coetanei magistrati rischiavano e a volte sacrificavano la vita nella lotta per la democrazia, contro la mafia e il terrorismo, Berlusconi infatti si portava in casa un boss mafioso e trafficava con l’assistenza del fido Marcello Dell’Utri a caccia di capitali. Ma perfino un personaggio così, che la stampa estera definisce “tragico clown”, potrebbe ogni tanto fare appello alla propria natura di uomo, quindi di padre, fratello, per capire che quella propaganda è uno schiaffo al dolore di altri padri, figli, fratelli, colpiti da un lutto terribile.
In fondo, anche i brigatisti avevano cominciato con le parole, le scritte davanti a Palazzo di Giustizia, i volantini contro i magistrati “servi della borghesia” e “boia di Stato”. Le pallottole sono arrivate dopo anni di violenza verbale. Una volta stabilito che i magistrati erano uguali ai boia, agli assassini, perché non agire di conseguenza? Ma non è nemmeno questo il punto.
La questione è che abbiamo nostalgia di una politica che ispiri sentimenti normali. Normali per la politica, dov’è contemplato la polemica, anche la più aspra, con l’avversario. Ma non la vergogna e il ribrezzo che suscitano questi spettacoli. Il presidente del Consiglio ha da molto tempo un conto aperto con la giustizia. Non potendo difendersi nei processi e avendo la fortuna (per lui) di vivere nel paese più corrotto dell’Occidente, si difende dai processi con ogni mezzo. Dispone di una maggioranza cortigiana disposta a votare qualsiasi legge ad personam e finanche a dichiarare agli atti il falso, come nel caso della “nipote di Mubarak”, pur di mantenersi al potere. A tutto questo siamo ormai abituati. Non rassegnati, ma abituati. Quello a cui non si riesce ad abituarsi è alla pretesa dei delinquenti d’infangare gli onesti, alla volontà dei ladri di mettere in galera le guardie. Al rovesciamento totale della realtà, che è la premessa di ogni regime totalitario. Gli animali che accusano di brigatismo le prime vittime del terrorismo, i magistrati, non sono moralmente tanto lontani dai razzisti che accusavano gli ebrei di tramare lo sterminio degli ariani. Sono soltanto, per fortuna, assai più ridicoli. (la Repubblica, 16 aprile 2011)
Il ringhio pazzoide
di Michele Serra
«Le Brigate Rosse usavano il mitra, i magistrati il potere giudiziario». Così disse il premier ai giornalisti stranieri, e perfino nel frastuono forsennato delle sue parole, e delle urla pro e contro che gli fanno cerchio, l’orribile paragone riesce a fare spicco per la sua sconcia stupidità. Uno sputo in faccia per chi in quegli anni vide magistrati cadere sotto il piombo brigatista (i giudici Galli e Alessandrini, il vicepresidente del Csm Bachelet), per i loro familiari, per gli italiani che di quel martirio hanno forte memoria. «La magistratura è un’associazione con finalità eversive», dice ancora: e di mestiere farebbe l’uomo di Stato, pensate un po’.
Per quanto seduto sulla sua montagna di miliardi la sua voce ci arriva sempre dal basso. Non gli abbiamo mai sentito dire, in vent’anni, qualcosa di nobile o di esemplare. Solo la vanteria compulsiva del più bravo che sollecita l’applauso, o il ringhio pazzoide di chi va in tilt quando chiunque osi contraddirlo, non amarlo, non appartenergli.
Un po’ per stanchezza, un po’ per noia, abbiamo imparato a simulare, in questi anni, indifferenza o silenzioso spregio di fronte all’offesa permanente che questo signore rappresenta non per la democrazia, che è troppa cosa da scomodare, ma per la decenza. Questa è una di quelle volte che l’aplomb va messo da parte: quella frase su brigatisti e magistrati fa schifo, e basta. («L’Amaca», la Repubblica, 15 aprile 2011).
LA MORATTI AVEVA ANNUNCIATO CHE SI SAREBBE AUTOSOSPESO, MA LUI NON LO FA
«I manifesti? Responsabilità mia». Bufera sul candidato al Comune
L’ex sindaco di Turbigo, rivela di essere l’autore della scritta «Fuori le Br dalle procure»
MILANO – «Quei manifesti sulla giustizia non volevano essere offensivi verso i magistrati, né mancare di rispetto alle istituzioni. Sono stati una provocazione». Intervistato dal Giornale sulla vicenda dei manifesti con la scritta «Fuori le Br dalle procure» apparsi a Milano, Roberto Lassini spiega: «Non è mia la paternità ma sono il presidente onorario» dell’ associazione «Dalla parte della democrazia» che li ha fatti realizzare e «allora eccomi – dice – ci metto la faccia». Lassini spiega che l’associazione è «regolarmente registrata»: «L’abbiamo creata – aggiunge – apposta per dar manforte a Silvio Berlusconi» mentre, sul contenuto dei manifesti, osserva: «Credo che i militanti abbiano fatto una sintesi dell’espressione» del premier che ha parlato di brigatismo giudiziario.
Roberto Lassini non ha nessuna intenzione di autosospendersi.
MORATTI E LA SOSPENSIONE - Lassini è anche nella lista del Pdl per il consiglio comunale di Milano. Che succederà ora? Ieri il coordinatore lombardo del Pdl, Mario Mantovani, aveva confermato che Roberto Lassini resterà nella lista, lasciando agli elettori il giudizio. Ma dopo la «confessione» è arrivata anche la «sconfessione», ovvero la comunicazione ufficiale da parte della stessa candidata sindaco, Letizia Moratti, della sua autosospensione. «Ho già stigmatizzato quanto accaduto – ha la Moratti – le istituzioni vanno tutte rispettate, so che si è autosospeso».
LA VERSIONE DI LASSINI – Ma le affermazioni del sindaco di Milano non coincidono con quelle di Lassini che poi replica: «È nato un equivoco, non mi sono assolutamente autosospeso e il coordinamento regionale del partito ha ribadito la mia candidatura. Lassini resta quindi nella lista dei candidati del Pdl alle prossime elezioni comunali di Milano. Del resto una volta presentate le liste non è più possibile cancellare un nome presente nelle stesse.
LA STORIA - Lassini racconta anche la sua storia. Accusato di tentata concussione, «sono stato in carcere da innocente e ho perso tutto. In cella 42 giorni a San Vittore e poi 5 anni e mezzo per la sentenza di proscioglimento: risarcito con 5 mila euro» non sufficienti nemmeno per «le spese legali». Racconta anche che «la procura nemmeno fece appello. Nel frattempo però mi dimisi da sindaco» di Turbigo, in provincia di Milano; e poi si chiede: «Quanti sono i casi come il mio? Noi siamo stati dimissionati da Tangentopoli!». Lassini spiega quindi il senso del suo invito alla mobilitazione: «È il sistema giustizia che non funziona. La nostra associazione è nata per sostenere il premier nella battaglia per la riforma».
MANTOVANI - «Sceglieranno i milanesi – ha detto Mantovani – dalla convention del Pdl al Teatro Nuovo di Milano – se sia opportuno o meno votare e far eleggere Roberto Lassini. La sua mi sembra una provocazione forse eccessiva, ma leggendo le sue parole sul Giornale di questa mattina ho apprezzato il suo rispetto per la buona magistratura». «Noi condanniamo la lotta armata – ha aggiunto Mantovani – ma la lotta a colpi di avvisi di garanzia e di manette che certa magistratura utilizza non è certo da esaltare». Il coordinatore lombardo del Pdl, Mario Mantovani, ha confermato che Roberto Lassini resterà nella lista del partito per le prossime elezioni comunali di Milano, lasciando agli elettori il giudizio. (Redazione ondine Corriere della Sera 17 aprile 2011)
Tag:Associazione dalla parte della democrazia.Brigate rosse, Edmondo Bruti Liberati, Pubblicità terroristica, Silvio Berlusconi
SOTTO TIRO

CREDENZE POPOLARI
Nei centri commerciali,
i consumatori credono
di risparmiare.
In democrazia, gli elettori credono di contare.
QUELLO CHE NON HA GIULIANO
«Può darsi che Saviano sia banale e scriva male, ma se non piace
a Giuliano Ferrara qualcosa
di buono ce l’avrà». (Lia Celi)
SIRENE E CENTAURE NELLA GIUNTA BERNAZZOLI
«Giunta con metà donne», titola la Gazzetta di Parma, per significare che Bernazzoli vuole riservare il 50 per cento del suo esecutivo alle assessore. Ma detto così sembra che voglia amministratrici metà carne e metà pesce, metà umane e metà giumente. Strafalcione o lapsus?
MONTI LEI
Vista la situazione, è normale che la rabbia Monti. (Mario Mantovani)
ULTIMA CHIAMATA PER I PARTITITemo che i partiti italiani non abbiano capito il senso e lo scopo della formula adottata dal presidente della Repubblica dopo le dimissioni del governo Berlusconi. Mario Monti e i suoi tecnici avrebbero dovuto restaurare la credibilità finanziaria dell'Italia, riformare il mercato del lavoro, creare le condizioni per una economia più libera e competitiva. I partiti avrebbero dovuto assecondare il governo ma dedicarsi contemporaneamente ad altri compiti che non possono essere, in una democrazia, «tecnici». Avrebbero dovuto modificare la legge elettorale, ridurre il numero dei parlamentari, rompere l'incantesimo del bicameralismo perfetto, dare a se stessi uno statuto giuridico corrispondente alle loro responsabilità, dare al Paese un esempio di rigore finanziario riducendo drasticamente il denaro pubblico di cui si sono spensieratamente serviti dopo un referendum che diceva chiaramente quale fosse, a questo proposito, il pensiero del Paese. Ebbene, nulla di ciò che avevamo il diritto di attenderci in materia di riforme istituzionali è stato fatto. È questa una delle ragioni del malumore del Paese, che soffre la crisi e sopporta il peso delle tasse, e del successo di Grillo. Se i partiti vogliono rimediare, il tempo stringe e la porta attraverso la quale dovranno passare per avviare il cantiere delle riforme non resterà aperta più di tre o quattro settimane. Una riforma costituzionale richiede, infatti, una doppia lettura fra Camera e Senato e mancano dieci mesi alla fine della legislatura. Se non ne approfitteranno, il prossimo voto sarà peggio dell'ultimo. (Sergio Romano, Corriere della Sera, 10 maggio 2012)
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