Primo giorno di scuola 2. Tempo pieno e aule stracolme
di Mario Mantovani
Prima di addentrarci nella cronologia del libro Il primo giorno di scuola, mi pare il caso di soffermarmi sulla premessa-testimonianza di Fiorenzo Alfieri, che ci racconta come la sua carriera iniziò a 19 anni in una scuola della periferia torinese, in una struttura che aveva ospitato profughi greci, libici e jugoslavi, nell’anno scolastico 1962/63.
Qui iniziò con altri colleghi una sperimentazione del tempo pieno, esclusivamente su base volontaristica e per alcuni anni consecutivi. Nell’anno 69/70 invece il comune di Torino mise a disposizione una ottantina di insegnanti su quattro scuole, per mettere in atto una sperimentazione innovativa che portò l’anno dopo al varo della legge 820 sul tempo pieno. Il nostro, alla data del primo ottobre 1970, in un contesto sociale che in pochi anni portò gli abitanti della città di Torino da 600mila a 1 milione 200mila (ovviamente parliamo di massiccia immigrazione verso le fabbriche del nord), si trovò ad annunciare a genitori ed alunni che gli sicritti alla prima elementare venivano ripartiti su quattro classi in numero di 56 per ognuna.
La conseguenza, ad appena due anni dal «’68», fu l’occupazione della scuola da parte dei genitori e a stretto giro di posta arrivarono a scuola sindaco e provveditore ad annunciare l’arruolamento di nuovi insegnanti, e i rappresentanti delle varie istituzioni si attivarono per trovare spazi in cui ospitare gli alunni. Questa è un po’ la storia di chi ha creduto nel tempo pieno e oggi si sente più che mai frustrato dalle sedicenti riforme in atto.
Di mio posso dire, per esperienza non solo indiretta essendo comunque un istruttore di scacchi nelle scuole, che stare più ore in classe per bambini svegli è senz’altro utile, perché avere più insegnanti significa avere maggiori stimoli alla conoscenza e quindi un arricchimento. Purtroppo oggi la scuola pubblica si trova in uno sorta di eutanasia, mancando l’ossigeno delle risorse economiche ed umane.














