Soldati, soldatini e soldataglia
Napoli. Carabineri in attesa di una nave carica di immigrati proveniente da Lampedusa. Mentre la Lega se ne inventa un’altra: gli eserciti regionali.
Incombe l’emergenza immigrati, il ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni non sa che pesci pigliare e allora il suo partito s’inventa la manovra degli eserciti regionali.
Per quanto alleato di governo, il ministro della Difesa Ignazio La Russa insorge: «Le forze armate non si parcellizzano», che vuol dire: non si lottizzano, sono tutte mie. Le solite baruffe all’interno della cricca governativa, se non fosse che l’idea delle milizie regionali fa venire in mente tutto fuorché la Guardia nazionale americana cui il progetto di legge leghista dice di ispirarsi.
Per prima cosa è troppo simile all’iniziativa che ebbe nel 1996 Maroni quando, come ministro ombra del «Governo provvisorio della repubblica federale della Padania», istituì la Guardia nazionale padana. Un’idea nata più in riva al Po che sulle sponde del Mississippi. E destinata comunque a essere ridimensionata con la scalcagnata costituzione di caserecce ronde in camicia verde.
La spartizione dell’esercito potrebbe dunque apparire come l’ennesima boutade di Bossi, il fanfarone con le migliaia di fucili sempre caldi sul piede di guerra in Val Brembana, se un soldato vero, il generale Franco Angioni, ex comandante della Nato per il sud Europa, non ricordasse sbigottito che «un’idea del genere l’ebbe Mussolini nel 1924».
Nazionale, regionale o provinciale che sia, mi sa tanto che questa ossessiva propensione di ricorrere ai soldati ogni qualvolta si presenti un problema eccezionale sia solo fumo negli occhi. Terremoto? Partono i soldati. Eccesso di prostituzione? Mandiamo i militari. Borsaioli sugli autobus? Scoraggiamoli con lo spauracchio dei giovanotti in mimetica. Profughi al Sud? Competenza dell’esercito meridionale, ma sì neoborbonico.
Se il Vaticano ha le guardie svizzere perché la Toscana non dovrebbe avere quelle granducali? Che ognuno si arrangi con le truppe locali. E chiamiamole «a chilometro zero» per fare bella figura anche con i consumatori di parole up to date.
Insomma, si faccia un bello spezzatino e ognuno si arrangi a casa propria come può. Di questo passo, vuoi vedere che dopo le milizie regionali rinasceranno gli stati preunitari?
Altro che stato nello Stato, come teme qualcuno. Ci ritroveremmo tanti staterelli racchiusi in un’unica espressione geografica. Altro che corpi separati. Un solo corpo ma affettato. Tutti divisi e infedeli al potere centrale. Un’infedeltà alla luce del sole. Messa a punto con i crismi della legalità. Con gli articoli della legge presentata dai giureconsulti leghisti. Una proposta di legge che aspettava solo una situazione eccezionale per essere presentata. Perché sono queste le occasioni propizie ai tiri mancini. Quando la gente, spesso a ragione, non ne può più.
E allora bisogna contentarlo il popolo brontolone. Tranquillizzarlo. Prenderlo per le natiche. E così, dopo il federalismo amministrativo, di cui non tarderemo a scoprire i benefici, ecco che avremo il federalismo militare: gli alpini solo al nord, i bersaglieri solo al centro e gli artiglieri solo nella Repubblica delle due Sicilie. Per cannoneggiarli meglio. Gli invasori.
Ivano Sartori, da MicroMega
Tag:Arma dei carabinieri, Eserciti regionali, Immigrati, Lampedusa, Lega Nord
SOTTO TIRO

CREDENZE POPOLARI
Nei centri commerciali,
i consumatori credono
di risparmiare.
In democrazia, gli elettori credono di contare.
QUELLO CHE NON HA GIULIANO
«Può darsi che Saviano sia banale e scriva male, ma se non piace
a Giuliano Ferrara qualcosa
di buono ce l’avrà». (Lia Celi)
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«Giunta con metà donne», titola la Gazzetta di Parma, per significare che Bernazzoli vuole riservare il 50 per cento del suo esecutivo alle assessore. Ma detto così sembra che voglia amministratrici metà carne e metà pesce, metà umane e metà giumente. Strafalcione o lapsus?
MONTI LEI
Vista la situazione, è normale che la rabbia Monti. (Mario Mantovani)
ULTIMA CHIAMATA PER I PARTITITemo che i partiti italiani non abbiano capito il senso e lo scopo della formula adottata dal presidente della Repubblica dopo le dimissioni del governo Berlusconi. Mario Monti e i suoi tecnici avrebbero dovuto restaurare la credibilità finanziaria dell'Italia, riformare il mercato del lavoro, creare le condizioni per una economia più libera e competitiva. I partiti avrebbero dovuto assecondare il governo ma dedicarsi contemporaneamente ad altri compiti che non possono essere, in una democrazia, «tecnici». Avrebbero dovuto modificare la legge elettorale, ridurre il numero dei parlamentari, rompere l'incantesimo del bicameralismo perfetto, dare a se stessi uno statuto giuridico corrispondente alle loro responsabilità, dare al Paese un esempio di rigore finanziario riducendo drasticamente il denaro pubblico di cui si sono spensieratamente serviti dopo un referendum che diceva chiaramente quale fosse, a questo proposito, il pensiero del Paese. Ebbene, nulla di ciò che avevamo il diritto di attenderci in materia di riforme istituzionali è stato fatto. È questa una delle ragioni del malumore del Paese, che soffre la crisi e sopporta il peso delle tasse, e del successo di Grillo. Se i partiti vogliono rimediare, il tempo stringe e la porta attraverso la quale dovranno passare per avviare il cantiere delle riforme non resterà aperta più di tre o quattro settimane. Una riforma costituzionale richiede, infatti, una doppia lettura fra Camera e Senato e mancano dieci mesi alla fine della legislatura. Se non ne approfitteranno, il prossimo voto sarà peggio dell'ultimo. (Sergio Romano, Corriere della Sera, 10 maggio 2012)
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