Vigilia di magro per la festa dell’Unità d’Italia
Preparativi nella sede dell’Associazione combattenti e reduci.
La vigilia della festa è meglio della festa. Più elettrizzante perché carica di aspettative. Ma inutile spiegare un concetto che Giacomo Leopardi ha già espresso in maniera sublime e insuperabile nel Sabato del villaggio.
Oggi, vigilia del 17 marzo, celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, forse la più tormentata delle tre tappe (la prima, nel 1911, era saldamente nelle mani dei monarchici e dei liberali; la seconda nel 1961, dei democristiani; mentre questa è esposta ai venti scissionistici o, peggio ancora, menefreghisti), ebbene, in questa data così importante e controversa, ci siamo trovati a girellare, per ragioni altre, in due imponenti edifici che la Chiesa ha lasciato alla Repubblica: il collegio dei Gesuiti e il convento delle Orsoline.
Oggi, i due maestosi complessi ospitano biblioteca, museo del Risorgimento, università d’infermieri, uffici dell’Ausl e sono sedi di in numeri associazioni. In una di queste, abbiamo incontrato Gino Narseti, instancabile presidente e militante dell’Associazione nazionale combattenti e reduci, che preparava bandiere e gonfaloni per la festa di domani in teatro.
Insieme a lui, altri due volontari non più giovanissimi, battevano a macchina, sbrigavano pratiche, incollavano francobolli, compilavano elenchi e attendevano ai loro compiti con una solerzia di gran lunga superiore a quella di un dipendente stipendiato.
Che cosa li muoveva? Che cosa li rendeva così dinamici? Parenti morti nella Grande Guerra o nell’ultima? Il senso di appartenere a una nazione in grave pericolo per la sua coesione? Non lo sappiamo. E non lo sappiamo perché non lo abbiamo chiesto. E non lo abbiamo chiesto perché temiamo le risposte quando potrebbero essere retoriche. Non perché la retorica sia falsa, ma perché è spesso la copertura di maniera, il vestito di scena, di sentimenti profondi che non tutti riescono a esprimere, ma che pur si sentono e si provano nell’intimo con sintomi che somigliano alla passione e all’amore. D’altra parte, non si può essere tutti Leopardi.
Il cavalier Narseti ci ha poi pregato di dire al sindaco che il parco delle Rimembranze versa in pessime condizioni e che il monumento ai Caduti, che ne è il fulcro e sul basamento del quale sono incisi i nomi di quasi trecento «ragazzi del ‘99», ragazzi di Fidenza morti durante la prima carneficina mondiale, è gravemente danneggiato.
Lui non sapeva chi fossimo, ma gli è parso che potessimo essergli utili per affidare questa ambasciata a chi ha il potere e il dovere di fare qualcosa. Lo abbiamo fatto.
Viva l’Italia. Viva la Repubblica. Viva la Costituzione. E viva coloro che lavorano con dedizione gratis et amore Dei. Come Narseti e i suoi due collaboratori ai quali ci siamo scordati di chiedere i nomi.
Chiediamo loro scusa. Così come chiediamo scusa per queste bruttissime foto scattate con il cellulare in condizioni di luce non certo propizie.
La redazione
Il cavaliere Gino Narseti, presidente dell’Associazione nazionale combattenti e reduci, sezione di Fidenza.
Lo scalone della biblioteca comunale infiocchettato nastri e coccarde tricolori.
Anche la riconoscenza di molti italiani verso Garibaldi è fragile.
Il busto del tenente medico Sergio Malchiodi.
È veramente difficile tenere uniti gli italiani. Riportati a casa i rossi, ecco che scappano i verdi.














I sessant’anni di impegno di Gino nell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci non sono certo un dato che può far temere risposte retoriche se non si pongono domande banali. Probabilmente ci siamo tanto abituati a celebrare ignorando i fatti che solo la retorica può ormai sostenere la cerimonie scandite da un prevedibile rituale.
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Mi associo alla redazione, con la precisazione che il Gino fidentino è anche,se non mi ricordo male, un reduce della politica attiva e da buon reduce forse ha sentito negli interlocutori con cui stava parlando,cioè voi, un certo profumo della politica….La politica ha un buon odore o un cattivo odore a seconda di chi lo porta tenendo presente tutti l’abbiamo addosso.
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