Quel che vede un vecchio alla finestra
Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate, isteriche, nude… Beh, insomma, non vorrei esagerare. Grazie a Dio non ho visto tutti i disastri mentali ed esistenziali cui ha assistito Allen Ginsberg e che hanno provocato il suo angosciato Urlo.
Però ho visto le menti migliori della mia generazione perdersi, buttarsi via, questo sì. Ma niente droghe né altri tragici paradisi. Solo generosità, inesperienza, equivoci.
La causa di tanti malesseri e percorsi sbagliati, il Dio che è morto, tanto per citare Guccini che citava Ginsberg, si chiama Sessantotto, annus terrbilis atque mirabilis. Se sono qui a parlarne, quarantatre anni dopo, non è per fare della nostalgia ma per testimoniare del peso insopportabile che quell’anno e i suoi strascichi hanno avuto su tanti destini.
Le menti migliori della mia generazione che ho visto andare via, buttarsi via, erano i primi e le prime della classe, ragazzi e ragazze intelligenti lanciati sulle strade del futuro. I più sensibili, i più volonterosi, i più carichi di energia e di voglia di spenderla. Sì, è vero, si studiava in una scuola inadeguata, ma loro ce l’avrebbero fatta comunque a uscire indenni e premiati da quel percorso di guerra, scricchiolante sotto i loro piedi come un ponte tibetano gettato tra l’adolescenza e la vita. Erano leggeri e ce l’avrebbero fatta, se solo avessero guardato avanti, se solo non avessero gettato lo sguardo nel baratro. Se solo non si fossero fatti ipnotizzare lai gorghi del torrente in piena e non si fossero lanciati per salvare l’umanità in procinto di affogare. Senza curarsi di sé, si lanciarono per allungare una mano solidale ai dannati della Terra, per combattere al fianco dei vietnamiti, per aiutare i neri d’America a emanciparsi, per marciare a favore della pace fino a imbracciare il parabellum.
No, niente lotta armata. Posso considerarmi fortunato di non avere avuto amici brigatisti tra i miei compagni di scuola e di ventura. Nessun morto, nessun prigioniero politico. Solo prigionieri delle proprie velleità di redimere il mondo (primo e terzo, senza trascurare il secondo, cioè quello dei Paesi socialisti, dove il socialismo era tanto reale quanto brutale).
In cambio, questi miei compagni che hanno dato tanto hanno ricevuto molto poco, a volte la metà di niente. Studi interrotti, carriere bruciate o neanche iniziate in nome della rivoluzione alle porte. Alla maniera del rivoluzionario francese Evariste Galois, che interruppe i suoi studi di matematica per andare a morire in duello a vent’anni, dopo aver lasciato un biglietto con le parole «non ho tempo».
Sacrificati alla causa. Alla militanza. Al partito. Al nulla. Ed è questo che mi fa rabbia, quella politica adulta che li affascinò e li stuprò. Più plagiati che sedotti e abbandonati. Guerriglieri mandati allo sbaraglio da generali vecchi e cinici.
Non sto rimettendo in discussione il valore di quelle cause: erano tutte giuste. O quasi. Non faccio del negazionismo sessantottardo. Mi fa solo rabbia aver visto dei ragazzi mandati al macello. Strumentalizzati, si diceva allora, da qualcuno di poco più grande che li utilizzò in cortei, scontri e occupazioni per farsi un nome e una posizione. Affascinati dal carisma di adulti usciti sconfitti da qualche storica battaglia nel partito o nel sindacato. Da profeti di sventure del capitalismo che si sarebbero verificate solo molto più tardi e non nelle forme previste.
Vittime di cattivi maestri? Forse. Ma inutile accanirsi con i comandanti, anche molti di loro hanno pagato lo scotto della mancata rivoluzione. E pazienza pure per i compagni di strada che se la sono andata a cercare prima di arrivare alla maggiore età (allora a 21 anni).
La coda lunga e velenosa del Sessantotto è in quelli che lo rimpiangono e ancora oggi lo celebrano e lo invocano come unità di misura. È in quelli che dicono: guarda che bamboccioni i giovani d’oggi, mica come noi che abbiamo fatto il Sessantotto, che eravamo impegnati politicamente, che… che… che… che cosa?
Non so se i diciotto-ventenni di oggi siano meglio o peggio. Sono solo i diciotto-ventenni di oggi. Se sono pochi quelli tra di loro che cercano il riscatto della politica buttandocisi a corpo morto meglio così. Questa politica ha sì bisogno di eroi, ma non possono essere i giovani a salvarla dalle fauci della corruzione e del tribalismo di cui è ormai preda. Ha bisogno di pompieri esperti e pronti al sacrificio. Come quelli che hanno sotterrato Chernobyl e spento il focolaio delle Twin Towers. Come quelli all’opera in Giappone.
So di ventenni che interrompono gli studi per darsi alla politica, credendo che possa dar loro più di quello che gli prende. Credono che, capiti i meccanismi di funzionamento del mondo e della nostra società, basti spiegarli al popolo per riceverne gratitudine sociale e, vuoi vedere, una professione. Si sbagliano della grossa, ma i loro errori sono nell’ordine delle cose e dell’età. Non ci puoi fare niente. Né scrivendo né parlando con loro. Né con le armi della persuasione né con quelle della dissuasione. Sui loro corpi corazzati dall’ideologia parole come quelle che ho scritto qui rimbalzano come pallottole di gomma. Si credono invincibili e immortali. Igniferi e ignifughi.
Se le cose stanno così, fatto il predicozzo non ci resterà che assistere alla solita débâcle dei sogni. Ci piacerebbe però che questi ragazzi ammalati di politica concedessero almeno una moratoria al demone che li divora. Che si concedessero il tempo che ci vuole per studiare in maniera serrata e approfondita. Sì, prima lo studio, non importa di che cosa, purché sia vero e faticoso apprendimento. Studiare, studiare, studiare come equivalente di resistere, resistere, resistere.
Studiare a scuola e fuori. Studi umanistici prima di tutto, propedeutici a una formazione senza scopi occupazionali, motorino d’avviamento del cervello e di tutte le sue facoltà critiche. Non una scuola professionale che porta dall’asilo all’azienda attraverso un percorso sotterraneo, ma una scuola per ricapitolare la storia e la geografia di un’umanità che vuol capire dove ha sbagliato e che cosa ha combinato di buono. Che ci aiuti a distinguere non il bene dal male, ma quel che ci aiuti a scegliere tra il vivere bene e il vivere male.
Ecco, battersi per una scuola così disinteressata, slegata dal mondo della produzione ma utile per capire il mondo e l’uomo che lo abita, può essere l’unico tipo di politica consentito agli studenti fin che non mettono piede nella vita forniti di un pezzo di carta.
Concludendo, l’unica lotta consentita agli studenti è quella contro la cosiddetta riforma di Maria Stella Gelmini che li vuole trasformare in robot. Asserviti e bamboccioni. Senza un briciolo di quella coscienza che solo lo studio può dare. E che servirà anche a chi vorrà ingaggiare un corpo a corpo con la politica. Il resto è solo perdita tempo. Non è studio ma non è neanche politica. È vitellonismo di provincia, invecchiare senza accorgersene. È perdersi e buttarsi via. Per piangerne domani. Discorsi di un vecchio? Certo, ma di un vecchio che si fuma quel che gli resta beatamente seduto in veranda.
Ragazzi, affinché il mio non vi sembri il canto di una balena spiaggiata o di un cigno morente, ci tengo a precisare che io l’ho sfangata. Mi sono laureato e ho usato la cultura del Sessantotto senza restarne prigioniero e senza sfruttare nessuno. Ho lavorato il giusto e avuto in cambio forse più del meritato. Posso considerarmi fortunato. Mi rattrista però camminare tra i cadaveri insepolti di tanti sognatori. Vittime di un terremoto chiamato Sessantotto. Se dovessi affidare alle onde un messaggio in bottiglia, scriverei: mai più slogan del tipo «largo ai giovani». È con simili ipocrite esortazioni che i vecchi avviano i giovani alla guerra. Li mandano cioè ad ammazzarsi.
Ragazzi, oltre che il posto in autobus, cedete anche il passo ai vecchi. Si accomodino, se hanno tanta fretta e voglia di battersi. Se si sentono dentro la stoffa degli eroi e dei pompieri perché non concedere loro l’ultima chance e l’ultima ciancia?
Elia Bonfanti














Largo ai giovani era un motto del fu Benito e sappiamo dove ci ha portato. Il rischio di strumentalizzazioni c’è sempre, forse oggi meno di ieri (non mi pare ci si ammazzi per “politica” e questo è un bene. Concordo sulla inutilità di dare consigli (sanno sbagliare da soli) e anche sull’assoluta positività della conoscenza. Pare che le rivoluzioni le facciano, in genere, i giovani e oggi in Italia qualcosa che somigli ad una rivoluzione servirebbe. Sta andando tutto a puttane. Non date nulla per scontato, giovani e vecchi, altrimenti vi troverete col culo per terra. Anzi, magari ci siamo già….
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