C’è del metodo nel disco incantato

Pubblicato da Redazione il 6 marzo 2011 in Pubblicità |

Gian Luigi Beccaria

Il nostro premier sabato 25 febbraio ha detto che la scuola pubblica diseduca. Non per follia, ma perché desiderava incassare una particolare benedizione di quella parte di Chiesa che non lo osteggia. Ma soprattutto, da buon pubblicitario, sa bene che le parole, a forza di dirle e ridirle, prima o poi entrano nella zucca della gente. Forse che non è entrato nel senso comune il concetto che i magistrati che incriminano lui e i suoi amici sono «magistrati politicizzati», «toghe rosse»? 

Nell’aureo libretto Sulla lingua del tempo presente (Einaudi), Gustavo Zagrebelsky ci ha opportunamente ricordato il motto di Goebbels: «Ripetere una cosa qualsiasi cento, mille, un milione di volte e diventerà verità».

La ripetizione ossessiva da parte del nostro premier di parole come slogan non è ripetizione senile, ma una chiarissima tecnica pubblicitaria: la ripetizione del prodotto. 

Ci stiamo ormai abituando a considerare la vita pubblica come un grande spazio per pubblicitari e venditori di slogan.

Il premier è gran maestro in questo campo: continua a ripetere che i magistrati sono «fanatici», i giornalisti «comunisti», o comunque dominati dai «poteri forti» e dalle opposizioni, e via seguitando con amenità del genere. La frequenza nell’usare «comunista» per dir male dell’avversario è stupidaggine e nello stesso tempo astuzia: pur sapendo che quel termine non ha più un fondamento reale, poiché il comunismo si è estinto da oltre una generazione, e che è parola vaga e generica, parola etichetta che non vuole più dire nulla, formula rituale priva di contenuto, suona in ogni caso come parola negativa che risveglia echi profondi, che riassume stati d’animo sedimentati nella storia italiana, attinge a strati della memoria collettiva di un passato che ha prodotto in certi paesi «miseria, terrore, morte» (parole d’autore!). 

Ripetere dunque, ridire, e poi insultare.

Tutto ciò genera infinita malinconia e sconforto, in un paese civile come il nostro che si sta apprestando a festeggiare alcuni punti luminosi del suo passato, i 150 anni della raggiunta Unità. Disturba infinitamente che la scena pubblica si sia così tanto trivializzata. E che sia diventata soltanto rissosa. Non appartiene più all’uso presente il linguaggio del dialogo, quello che chiarifica, o persuade sulla bontà di un programma, verte su dei contenuti concreti.

Tutta l’oratoria dei politici si concentra nel distruggere il programma degli altri invece di costruire e di limare il proprio, tutta l’intelligenza si spreca nel «pensare contro». Non si è più capaci di «pensare insieme». 

Nei dibattiti si sa soltanto ululare, interrompe l’avversario, dar sulla voce, contrappore al ragionamento il non-ragionamento delle urla e delle parole svuotate di senso reale: ridotte al minimo, sempre le stesse, battute e ribattute, diminuiranno sempre di più le possibilità, gli spazi del pensiero e della discussione costruttiva.

 (La Stampa/Tuttolibri, 5 marzo 2011)

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3 Commenti

  • avatar Mario scrive:

    Infatti, quando si sente qualcuno che, riferito all’Italia parla di comunisti si capisce subito che è vittima di un lavaggio del cervello berluscazzesco.. In genere si tratta poi di persone che dicono di “non occuparsi di politica”. In realtà non occuparsene significa comunque avere fatto una scelta politica. Si ripete poi quel che accadeva ai tempi della DC; ho viaggiato per 6 anni in treno e ne ho sentite tante, ma persone che dicessero di votare DC ne avrò incontrate si e no una decina. Oggi è rarissimo che qualcuno ammetta di votare Colui che ha, eppure…
    Invece c’è chi ammette di votare Lega… (che se non è zuppa…)

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  • avatar fredflinstone scrive:

    considerato che sono parecchi anni che i magistrati dicono che il berlusca è il male assoluto un giorno si e pure l’altro………….sono pari .

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  • avatar marcello scrive:

    bene, tanto per renderci conto meglio di chi ha in mano il potere, anzi a chi lo abbiamo dato, vi rimando al seguente link:( http://www.impreseallasbarra.org/index.php/Gli_affari_in_Parlamento ).
    Mio padre mi raccontava che il veterinario del paese aveva allevato un cucciolo di
    volpe, lo trattava come un cane e come tale era affezionato alla casa e alla famiglia, un giorno provocato dagli amici del bar che insistevano sulla natura della bestia, scommise che avrebbe lasciato tutta la notte la volpe nel pollaio e che non avrebbe neppure sfiorato un volatile.
    Perse la scommessa, la mattina non c’erano più ne polli ne volpe.
    Credo che anche noi ingenuamente abbiamo messo la volpe di guardia al pollaio.

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