Quelli degli insulti a Yara su Facebook: angeli del male o pirla assoluti?
Yara Gambirasio, 13 anni: scomparsa il 26 novembre 2010, è stata ritrovata morta il 26 febbraio 2011.
«10.000 morti ammazzati in Libia, nessuno ne parla… Mentre viene ritrovato il cadavere di una ragazzina bergamasca, che sinceramente parlando non ce ne frega un cazzo, e ne parla tutta Italia, isole comprese…».
Di tutti i messaggi necrofili e crudelmente sarcastici sparsi su Facebook in seguito al ritrovamento del corpo di Yara questo è il più ripugnante. Tra gli svariati e raccapriccianti esempi riportati oggi dal Corriere della Sera nell’articolo intitolato «Yara tornerà come Zombie. I gruppi macabri di Facebook» questo merita un’attenzione particolare per la sua velenosità. Per quanto siano tutti intollerabili, la maggior parte sono frutti marci di menti malate (tante, troppe), mentre dietro questo c’è una sorta di paragone e rudimentale valutazione tra due vicende dell’attualità, una di politica estera e l’altra di cronaca nera. Sembra dettato dalla convinzione che il lutto e il dolore debbano vendersi a peso, come se disperazione e indignazione dovessero essere proporzionate al numero dei morti.
Chi l’ha scritto ignora evidentemente le leggi di prossimità e ignora, o finge di ignorare, quel che l’esperienza ci insegna tutti i giorni. E cioè che di norma ci rattristano maggiormente la scomparsa di un vicino di casa, di un anziano inerme o di una ragazzina innocente come Yara, che cento vittime del terremoto in Nuova Zelanda.
In più, il messaggio è subdolo perché fa appello ai superni valori della politica: le stragi perpetrate dai tiranni devono avere la precedenza, nei nostri sentimenti, sui delitti commessi dietro l’angolo. Il dolore pubblico erga omnes deve prevalere su quello privato. È la quantità che fa la qualità di un’emozione e determina la reazione.
A parte la speciosità di queste considerazioni, ascrivibili alla «cultura» del ben-altro e del più-a-monte-sono-i-problemi, con adepti ovunque e su qualsiasi questione, resta l’enigma di chi siano quelli che si prendono la briga di riempire la Rete e l’etere con simili messaggi e quale appagamento ne traggano.
L’avvento del cellulare ha legittimato e amplificato opinioni e opere dell’ingegno (chiamiamole così), giudizi e azioni (come quella di picchiare un barbone o un ragazzo down tra il divertimento degli astanti) che prima sarebbero rimasti tabù o quanto meno circoscritti. Per rispondere a questa constatazione basterà invocare come pappagalli la solita tiritera, e cioè che il mezzo in sé è buono, tutto dipende dall’uso che se ne fa? Quante volte l’abbiamo sentita! E perché l’uso buono stenta a farsi largo nelle cronache quotidiane? Deve esserci qualcosa di poco buono nella mano che impugna il mezzo, nel cervello che la comanda. Ma quante sono queste mani e questi cervelli e come riconoscerli?
Mi rendo conto che, a porsi simili domande si rischia di ritrovarsi nel campo minato del moralismo, esposti al tiro incrociato degli immoralisti delle opposte fazioni dalla mira infallibile e con la spiegazione pronta in canna. Psicologi da bar, lettori un tanto al chilo di André Gide e del Divin Marchese, senza famiglia e senza affetti, privilegiati con diecimila amici su Facebook e nessuno in carne e ossa che li caghi. Fortunati i detentori di cotanta cultura e altrettanta disinvoltura. Beati loro.
Se mi imbattessi in un utilizzatore finale di Facebook, uno di quelli che mandano i messaggi su Yara, gli chiederei: perché tanto odio verso il prossimo? Perché lo conosci o perché non lo conosci?
Forse resterei sconvolto nello scoprire che lui non odia nessuno, anzi ama la mamma e ha pure tanti amici in carne e ossa con cui va a bere qualche birra al pub. Gli stessi che qualche anno fa, dopo una bevuta, andavano a tirare pietre alle macchine dall’alto dei ponti sull’autostrada oggi smanettano con Yara. Dal faticoso trasporto delle pietre sono passati al più comodo lancio di pietre on line.
È il nuovo giochino. Un tormentone come tanti arrivati dai pomeriggi tivù con le vite in diretta cari alle mamme, alle nonne e alle zie, che quei bravi ragazzi di figli e nipotini hanno trasformato in sms, in calembour informatici da rilanciare alla comunità virtuale.
Lei è morta, si è rotta, anzi si è trasformata in una realtà virtuale per effetto di una sorta di trasmigrazione delle anime ma di tipo informatico, perciò ci puoi giocare all’infinito. Che male c’è? Dov’è il problema? Anche lei è nel paradiso dei troll, non vedi che accanto a sé aveva il cellulare e l’iPod? E allora ti rendi conto che i morti siamo noi e loro sono i vivi e che, bontà loro, ci lasciano sopravvivere.
Il problema non è a monte, è in questa valle di lacrime dove le antenne della telefonia cellulare si sostituiscono agli alberi e la linfa che le alimenta è la solita banalità del male perpetrata da gente che non sapeva di fare qualcosa di male. Che male c’è? Ma esistono ancora il bene e il male? E chi l’ha scritto il codice che distingue il bene dal male? E non sarà ora di revisionarlo? Così chiedono e ci contestano i messaggeri del male. Alcuni sono solo sfacciati fantaccini che piangono quando li acciuffi con le mani nel sacco. Altri hanno la faccia tosta degli angeli e degli arcangeli di una nuova era e di una nuova morale. In un mondo dove la carne umana servirà solo a concimare i campi. (i. s.)













La generazione di internet, dei social network, delle chat, delle e-mail, degli sms non conosce altro modo di comunicare e si sta perdendo il piacere dello scambio di emozioni, dell’incontro con esseri umani in carne ed ossa e del confronto diretto con l’altro. Insieme a tutto questo ha perso la capacitá di amare il prossimo e forse anche quella di odiarlo, ha perso la capacitá di provare dei sentimenti perché l’altro non esiste più, è stato sostituito da una tastiera. È molto più facile ‘dispiacersi’ per la morte di 10.000 sconosciuti che non per la povera Yara, perché i 10.000 sono il mondo virtuale che non chiede nulla, mentre Yara rappresenta la realtà che é ben più difficile da affrontare.
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