Il cavaliere ora se la fa sotto: teme l’ira dell’amico libico
A Tripoli, una gigantografia celebra l’amicizia tra Berlusconi e Gheddafi. Foto di Alessandro Gandolfi.
di Francesco Bei
Stati Uniti, Unione europea, persino la Lega Araba. Tutti contro l’Italia e la sua accondiscendenza verso il dittatore libico. Ci sarebbero queste pressioni – oltre alla paura di ritorsioni armate anti-italiane – dietro l’evidente cambio di rotta maturato nelle ultime 48 ore dal governo sulla crisi libica. Con il passaggio di Berlusconi da difensore del principio della non ingerenza («non voglio disturbare») a paladino del «vento della democrazia».
Già al vertice Ue a Bruxelles il ministro Franco Frattini aveva potuto misurare quanto fosse alto il rischio di isolamento dell’Italia dagli altri partner europei. Ma decisivi nel determinare l’inversione a «U» sono stati i colloqui di Frattini con Hillary Clinton e con il segretario generale della Lega Araba, Amr Mussa, incontrato al Cairo due giorni fa. Da quegli incontri e dalle numerose «conference call» con Washington e con le capitali europee, il messaggio che arrivava a Berlusconi e al governo italiano era unanime: Roma deve allinearsi, l’equidistanza tra il dittatore e i manifestanti «è inaccettabile». Da qui la svolta, maturata tuttavia con sofferenza e grande prudenza. Tanto che ancora ieri dal premier non è uscita una sola parola di condanna esplicita del Colonnello.
Raccontano che il Cavaliere sia rimasto scioccato dalla violenza verbale di Gheddafi. Soprattutto dalle accuse all’Italia – accuse reiterate nonostante la telefonata tra i due – di manovrare dietro gli insorti rifornendoli di armi pesanti. A margine della riunione serale a palazzo Chigi sull’emergenza, Berlusconi ha confessato la sua paura a un ministro: «Dobbiamo stare attenti con Gheddafi, è un pazzo. Ci ha già sparato un missile una volta, non è che ce ne tira un altro contro?».
I bei tempi non torneranno più.
Il ricordo dell’attacco missilistico libico contro Lampedusa (1986) accompagna il premier insieme al timore crescente di ritorsioni contro gli italiani ancora sul posto. «Ci sono diecimila connazionali sparsi tra la Tripolitania e la Cirenaica – confermano preoccupati dalla Farnesina – e meno di mille sono quelli che vogliono rimpatriare». Senza contare che anche gli eventuali rimpatri sarebbero molto difficili da gestire visto che gli aeroporti sono aperti con il contagocce e la marina militare libica ha effettuato un blocco navale dei porti. Insomma, le pressioni internazionali spingono palazzo Chigi a criticare il regime del dittatore ma la Realpolitik e gli interessi nazionali – energia, infrastrutture – tirano dalla parte opposta.
Berlusconi inoltre vuole ancora vederci chiaro sullo stato delle cose sul terreno. Non crede alle cifre che circolano sui media arabi circa il numero dei morti. «I servizi segreti – confida uno dei partecipanti al vertice di palazzo Chigi – ancora ieri ci confermavano che la situazione a Tripoli non era così drammatica, anzi. E lo stesso ha detto il nostro ambasciatore».
Insomma, se è vero che la Cirenaica è ormai in mano ai rivoltosi, il resto del paese sembra ancora sotto il tallone di Gheddafi. Né gli episodi di diserzione vengono tenuti in così gran conto dalle autorità italiane. «I piloti libici atterrati a Malta – osserva il ministro Ignazio La Russa – hanno dichiarato di essere scappati per non sparare sulla folla. Hanno raccontato cose gravi. Ma questo è normale, tutti i disertori si giustificano con motivazioni simili. Non possiamo basarci solo su questi racconti per muoverci».
A motivare la prudenza italiana c’è inoltre la paura per quello che potrebbe accadere in Libia dopo la caduta del regime. È il pericolo di un «salto nel vuoto» che possa condurre a uno Stato islamico confinante di fatto con l’Italia. «Bisogna essere accorti su quello che succederà dopo», ha detto ieri Berlusconi, dando voce alla preoccupazione per l’affermarsi del fondamentalismo islamico in un paese dal quale dipende il 15% cento del gas consumato in Italia. Fiamma Nirenstein, deputata del Pdl molto ascoltata dal premier, aggiunge un’altra considerazione: «Il crollo del regime di Mubarak ha portato all’espansione della sfera d’influenza dell’Iran, testimoniata dal passaggio di due navi da guerra nel canale di Suez. Cosa può succedere in Libia?». Timori che spingono Berlusconi a tenere ancora il freno a mano tirato. (la Repubblica, 24 febbraio 2011)
Tag:Amr Mussa, Hillary Clinton, Muammar Gheddafi, Silvio Berlusconi
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Vista la situazione, è normale che la rabbia Monti. (Mario Mantovani)
ULTIMA CHIAMATA PER I PARTITITemo che i partiti italiani non abbiano capito il senso e lo scopo della formula adottata dal presidente della Repubblica dopo le dimissioni del governo Berlusconi. Mario Monti e i suoi tecnici avrebbero dovuto restaurare la credibilità finanziaria dell'Italia, riformare il mercato del lavoro, creare le condizioni per una economia più libera e competitiva. I partiti avrebbero dovuto assecondare il governo ma dedicarsi contemporaneamente ad altri compiti che non possono essere, in una democrazia, «tecnici». Avrebbero dovuto modificare la legge elettorale, ridurre il numero dei parlamentari, rompere l'incantesimo del bicameralismo perfetto, dare a se stessi uno statuto giuridico corrispondente alle loro responsabilità, dare al Paese un esempio di rigore finanziario riducendo drasticamente il denaro pubblico di cui si sono spensieratamente serviti dopo un referendum che diceva chiaramente quale fosse, a questo proposito, il pensiero del Paese. Ebbene, nulla di ciò che avevamo il diritto di attenderci in materia di riforme istituzionali è stato fatto. È questa una delle ragioni del malumore del Paese, che soffre la crisi e sopporta il peso delle tasse, e del successo di Grillo. Se i partiti vogliono rimediare, il tempo stringe e la porta attraverso la quale dovranno passare per avviare il cantiere delle riforme non resterà aperta più di tre o quattro settimane. Una riforma costituzionale richiede, infatti, una doppia lettura fra Camera e Senato e mancano dieci mesi alla fine della legislatura. Se non ne approfitteranno, il prossimo voto sarà peggio dell'ultimo. (Sergio Romano, Corriere della Sera, 10 maggio 2012)
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Emergency: “L’italia vende armi alla Libia”. L’organizzazione che fa capo a Gino Strada “assiste con viva preoccupazione alla dura repressione che negli ultimi giorni sta insanguinando la Libia. Le notizie che circolano in queste ore – si legge in un comunicato – riferiscono di bombardamenti aerei sui civili e di manifestanti attaccati con proiettili anticarro: si tratterebbe di gravissimi crimini di guerra, davanti ai quali l’Italia deve prendere una posizione di netta condanna. Notiamo anche che il nostro Paese è, ad oggi, il principale esportatore di armi dall’Europa verso la Libia, e questo nonostante la legge 185/90 del Parlamento Italiano vieti di esportare armamenti in Stati che non garantiscono il rispetto dei diritti umani”.
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