Libia, la rivolta dei teenager e gli interessi dell’Italia
di Roberto Festa
«Tripoli come Tunisi. Tripoli come il Cairo», urlano i manifestanti che dalla notte scorsa occupano le strade della capitale libica. «Tripoli non è Tunisi o il Cairo», ha detto ieri sera in TV il figlio secondogenito del colonnello Gheddafi, Saif-Al-Islam, nel tentativo disperato di riprendere in mano la situazione. Hanno ragione, in fondo, entrambi.
La rivolta libica assomiglia a quelle tunisine ed egiziane – per spinta ideale e obiettivi politici – ma molto diverso è il contesto in cui prende forma e si sviluppa.
Simile alle tre «rivoluzioni» è la voglia di disfarsi di un dittatore da troppo tempo attaccato al potere. Gheddafi guida la Libia dal colpo di stato del 1969. Hosni Mubarak ha governato l’Egitto per trent’anni; Ben Ali ha dominato in Tunisia per ventitre. Simile è la rabbia per la corruzione di élite dirigenti che cercano di replicare se stesse e mantenere i privilegi in famiglia.
Se i figli di Mubarak e Gheddafi erano pronti a succedere ai padri, Ben Ali aveva nella giovane moglie Leila la più probabile erede. Simile è l’uso rivoluzionario che gli insorti hanno fatto dei social networks. Ancora ieri, domenica, i giovani libici utilizzavano Twitter e Facebook per comunicare con i loro coetanei egiziani e far arrivare viveri e medicinali al confine orientale. Simile è infine il carattere generazionale delle tre rivolte (e in fondo di tutte le rivolte cui stiamo assistendo in questi giorni). L’età media in Egitto è di 24 anni; di 29 in Tunisia. In Libia il 50% della popolazione ha meno di 15 anni. Le rivolte mediorientali sono quindi imponenti moti di giovani che vogliono cambiamento, libertà, opportunità sinora negate (e che vogliono, soprattutto, prendere il posto dei loro padri e nonni).
Diverso è invece il contesto storico e nazionale da cui hanno preso forma le proteste. Tunisia ed Egitto presentano un carattere etnico, e una cultura nazionale, più omogenei e definiti rispetto alla Libia. Senza un vero collante nazionale – se non il brutale colonialismo italiano – i libici tendono ancora a identificare se stessi come membri di una tribù, o di un clan, piuttosto che cittadini di uno Stato. Lo stesso colonnello Gheddafi ha governato attraverso un Consiglio di Comando Rivoluzionario di 12 membri e una complessa rete di alleanze e rivalità tribali tenute insieme dal carisma del capo e soprattutto dai proventi del petrolio. Questa struttura tribale e frammentata si riflette anche nella composizione dell’esercito, che manca della forza e dell’autorità dei loro corrispettivi tunisino e soprattutto egiziano. In Libia sono stati i Comitati del Popolo e la polizia a esercitare un ruolo più unificante. Ma nessuna delle due entità, troppo legate al regime, può gestire la transizione.
Di qui tutti i rischi della rivolta libica, e i timori di deflagrazione civile per il futuro. Questa indeterminatezza è ciò che ha sinora nutrito le ambiguità dell’Italia. Non c’è stato infatti soltanto il «non disturbo Gheddafi» di Silvio Berlusconi, ma anche la proposta lanciata ieri in un’intervista al Sole24Ore di Massimo D’Alema, che ha chiesto di far gestire la transizione democratica allo stesso colonnello. Affermazioni e proposte lontane dalla realtà, che rivelano l’interesse italiano per la sorte dell’«amico» Gheddafi. L’Italia è legata a Tripoli da una fitta rete di legami politici ed economici. Nell’agosto 2008 Berlusconi e Gheddafi hanno firmato a Benghasi un accordo di cooperazione per cui, in cambio di compensazioni economiche per i disastri dell’occupazione coloniale, la Libia si è impegnata a bloccare il flusso di migranti dal Nord Africa verso le coste italiane.
L’Italia è inoltre il principale partner commerciale della Libia. Nel 2010 Roma ha esportato in Libia merci per 2,38 miliardi di euro, e ha importato per 10,6 miliardi (di cui 7,1 miliardi costituiti da greggio). La lista delle società italiane che hanno investito in Libia, o che hanno soggetti libici nel proprio azionariato, è lunghissima. Eni, che ha a lungo esitato prima di annunciare un parziale rientro dei suoi lavoratori, è il primo operatore internazionale in Libia, con 244 mila barili prodotti in Libia ogni gorno (il 13% circa della produzione del gruppo). Finmeccanica, Saipem, Astaldi, Impregilo, hanno firmato o stanno per firmare lucrosi contratti nei settori delle infrastrutture, dell’edilizia, delle forniture militari. Il 7,5% del capitale di Unicredit è detenuto dalla Libia. E la Lybian Arab Foreign Investiment Company (Lafico) ha una quota del 2% in Fiat.
Si comprendono quindi le perplessità e i timori italiani, espressi anche oggi, nella riunione dei ministri degli Esteri Ue a Bruxelles, da Franco Frattini che, disperatamente, ha cercato di evitare una condanna troppo dura del regime libico. «Nessuna imposizione di modelli esterni in Libia», ha detto Frattini, per una volta fautore di un relativismo culturale che in questo caso difende un regime dispotico e illiberale. (il Fatto Quotidiano, 22 febbraio 2011)
Tag:Eni, Libia, Muammar Gheddafi, Petrolio
SOTTO TIRO

CREDENZE POPOLARI
Nei centri commerciali,
i consumatori credono
di risparmiare.
In democrazia, gli elettori credono di contare.
QUELLO CHE NON HA GIULIANO
«Può darsi che Saviano sia banale e scriva male, ma se non piace
a Giuliano Ferrara qualcosa
di buono ce l’avrà». (Lia Celi)
SIRENE E CENTAURE NELLA GIUNTA BERNAZZOLI
«Giunta con metà donne», titola la Gazzetta di Parma, per significare che Bernazzoli vuole riservare il 50 per cento del suo esecutivo alle assessore. Ma detto così sembra che voglia amministratrici metà carne e metà pesce, metà umane e metà giumente. Strafalcione o lapsus?
MONTI LEI
Vista la situazione, è normale che la rabbia Monti. (Mario Mantovani)
ULTIMA CHIAMATA PER I PARTITITemo che i partiti italiani non abbiano capito il senso e lo scopo della formula adottata dal presidente della Repubblica dopo le dimissioni del governo Berlusconi. Mario Monti e i suoi tecnici avrebbero dovuto restaurare la credibilità finanziaria dell'Italia, riformare il mercato del lavoro, creare le condizioni per una economia più libera e competitiva. I partiti avrebbero dovuto assecondare il governo ma dedicarsi contemporaneamente ad altri compiti che non possono essere, in una democrazia, «tecnici». Avrebbero dovuto modificare la legge elettorale, ridurre il numero dei parlamentari, rompere l'incantesimo del bicameralismo perfetto, dare a se stessi uno statuto giuridico corrispondente alle loro responsabilità, dare al Paese un esempio di rigore finanziario riducendo drasticamente il denaro pubblico di cui si sono spensieratamente serviti dopo un referendum che diceva chiaramente quale fosse, a questo proposito, il pensiero del Paese. Ebbene, nulla di ciò che avevamo il diritto di attenderci in materia di riforme istituzionali è stato fatto. È questa una delle ragioni del malumore del Paese, che soffre la crisi e sopporta il peso delle tasse, e del successo di Grillo. Se i partiti vogliono rimediare, il tempo stringe e la porta attraverso la quale dovranno passare per avviare il cantiere delle riforme non resterà aperta più di tre o quattro settimane. Una riforma costituzionale richiede, infatti, una doppia lettura fra Camera e Senato e mancano dieci mesi alla fine della legislatura. Se non ne approfitteranno, il prossimo voto sarà peggio dell'ultimo. (Sergio Romano, Corriere della Sera, 10 maggio 2012)
Cerca
Visitatori
online: 5, oggi: 138. Commenti recenti
- Arturo su Bernazzoli non mi ha entusiasmata, Pizzarotti mi ha commossa
- carlo fetonti su Bernazzoli non mi ha entusiasmata, Pizzarotti mi ha commossa
- CHINA65 su Bernazzoli non mi ha entusiasmata, Pizzarotti mi ha commossa
- l.cenci su Bernazzoli non mi ha entusiasmata, Pizzarotti mi ha commossa
- Carlo Martello su Quelli che accorrono in soccorso del vincitore
- Mario su Bernazzoli non mi ha entusiasmata, Pizzarotti mi ha commossa
- Biffo su Bernazzoli non mi ha entusiasmata, Pizzarotti mi ha commossa
- FANTOMAS su Ecco perché Cinque Stelle ha sconfitto cinque sigle
- FANTOMAS su Bernazzoli non mi ha entusiasmata, Pizzarotti mi ha commossa
- santo su Satira
- Alberto Fiocchetti su Giovanni Falcone fu lasciato solo. Intervista alla sorella, a vent’anni dalla strage di Capaci
- Alfredo su Bernazzoli non mi ha entusiasmata, Pizzarotti mi ha commossa
Legge 62/2001
Questo è un sito multiautore senza scopi di lucro. Esso non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001
Gli autori, inoltre, dichiarano di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze non sono da attribuirsi agli autori. Alcune delle foto presenti su questo blog sono state reperite in internet: chi ritenesse danneggiati i suoi diritti d'autore può contattarci per chiederne la rimozione.-
Tag
Afghanistan Alberto Gilioli Barack Obama Bassa Parmense Beppe Grillo Carduccio Parizzi Coppa del mondo di calcio Corruzione Davide Malvisi Elezioni amministrative 2011 Elezioni amministrative 2012 Enrico Montanari Federico Pizzarotti Fidenza Francesca Gambarini Gazzetta di Parma Gianfranco Fini Giovanni Carancini Giuliano Ferrara Giuseppe Cerri Internet Italia Nostra Lega Nord Libia Lina Callegari Luigi Giuseppe Villani Mafia Mario Cantini Massimo Tedeschi Miss Italia Movimento 5 Stelle Muammar Gheddafi Nicolas Sarkozy Papa Benedetto XVI Parma Partito democratico Pd PdL Pierluigi Bersani Pietro Vignali Preti pedofili Silvio Berlusconi Trenitalia Umberto Bossi Vincenzo Bernazzoli
WP Cumulus Flash tag cloud by Roy Tanck and Luke Morton requires Flash Player 9 or better.
Nave Corsara
Siti Amici
Archivio per categoria
Info sito





















“Per Gino Strada e Emergency Premio Nobel per la Pace 2011″
Gruppo apertoI membri e i contenuti sono pubblici. —
C’è chi dice, non si sa perché, “quello è un pacifista alla Gino Strada”.
Come se fosse un insulto.
E’ accaduto, accade ancora.
Lo hanno anche detto autorevoli esponenti di centrosinistra quando il fondatore di Emergency diventava, ancora una volta, un problema.
Perché Strada è un problema.
Problema politico, innanzitutto.
Il suo “no alla guerra senza se e senza ma” è molto più di uno slogan, ormai detto, e non si sa perché, con disprezzo anche questo.
Ha il peso e l’autorità morale di chi passa la vita a curare i feriti di guerra in Afghanistan. Di fronte a questo è dura per un politico, che notoriamente non gode di grande popolarità (figurarsi di autorità morale) giustificare l’intervento dell’Italia in Iraq, per esempio.
Ma Strada è un problema anche di coscienza.
Dura girarsi dall’altra parte quando si sa che cosa sta facendo lui dall’altra parte del mondo mentre noi…
Mentre noi ci si arrabatta a cercare coerenza in un quadro caotico, lui no.
Per lui la coerenza è un discorso semplice: la guerra vista dalla parte delle vittime è sempre sbagliata. Punto.
………………………………………………
Mario Lancisi. Gino Strada. Dalla parte delle vittime.
Ti piace questo commento?
5
1
Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie ma per quelli che osservano senza dire nulla.
Albert Einstein
Ti piace questo commento?
5
0
Sono per Gino Strada premio Nobel per la pace,sono contro la guerra,sono contro le armi,sono contro il servizio militare,sono contro gli aerei da guerra,quelli che a centinaia scorrazzano” ad cappellam” sul cielo di Salso rompendo gli zebedei agli abitanti e consumando a vanvera 6000 euro al minuto tutto compreso,il baciapile di gheddafi ne vuol comprare altri 150 per la modesta somma di 135 miliardi di euro!!!!!!!sapete quante finanziarie ci stanno e quante pensioni al minimo potrebbero essere aumentate per arrivare a dare dignità a a tante persone che faticano a vivere. Basta mi sono rotto i coglioni,alle prossime elezioni politiche darò il voto al partito che avrà il coraggio di dimezzare le spese militari e raddoppiare quelle per la scuola e la ricerca scientifica,punto.
Ti piace questo commento?
7
0
Emergency: “L’italia vende armi alla Libia”. L’organizzazione che fa capo a Gino Strada “assiste con viva preoccupazione alla dura repressione che negli ultimi giorni sta insanguinando la Libia. Le notizie che circolano in queste ore – si legge in un comunicato – riferiscono di bombardamenti aerei sui civili e di manifestanti attaccati con proiettili anticarro: si tratterebbe di gravissimi crimini di guerra, davanti ai quali l’Italia deve prendere una posizione di netta condanna. Notiamo anche che il nostro Paese è, ad oggi, il principale esportatore di armi dall’Europa verso la Libia, e questo nonostante la legge 185/90 del Parlamento Italiano vieti di esportare armamenti in Stati che non garantiscono il rispetto dei diritti umani”.
“Per Gino Strada e Emergency Premio Nobel per la Pace 2011″
I membri e i contenuti sono pubblici. — ginostrada@groups.facebook.com
Ti piace questo commento?
1
0