L’ultima corvée
Il direttore de Il Foglio Giuliano Ferrara, ospite del telegiornale delle 20, si lancia in un feroce attacco ai giudici, ai giornali e all’opposizione.
Pur di assecondare e difendere il suo capo, il laicissimo Giuliano Ferrara si traveste ancora una volta da cattolico e parte lancia in resta. Spingendosi a sostenere che fare i puttanieri, andare a letto con le minorenni e macchiarsi di concussione non sono reati ma peccati di cui chiedere l’assoluzione al proprio confessore. Questioni da dirimere con la propria coscienza, per chi non crede. L’agnostico Ferrara si rifugia in quei codici e in quelle leggi che hanno permesso fino a oggi alla Chiesa di Roma di comportarsi da Stato nello Stato. Forte della sua immunità ed extraterritorialità morale, la gerarchia ecclesiastica ha sempre considerato la pedofilia dei preti un peccato anziché un reato. Un peccato di cui il colpevole non deve rispondere ai giudici laici ma ai suoi superiori i quali possono scegliere tra l’insabbiamento e forme di espiazione, come i ritiri spirituali, che nulla hanno a che vedere con la giustizia degli uomini.
Non è mai successo che un vescovo abbia consegnato ai carabinieri o denunciato alla magistratura un prete sorpreso con le mani sotto le gonne di una ragazzina o nella patta di un adolescente. Tutto deve essere tenuto e risolto intra moenias. Per la Chiesa, le mura sono quelle del Vaticano. Per papa Silvio Piccolomo la cinta muraria entro la quale accetta di essere «giudicato» è quella del suo parlamento e dei suoi ministri, ossia dei suoi pari, che pari non sono visto che si comportano come servi compiacenti e ossequiosi. Proni ai suoi diktat anche quando si tratta di servi di indubbia intelligenza e scalpitante disciplina come il qui presente Ferrara. Si tratta evidentemente di intelligenza luciferina, merce in vendita. Ieri socialista, prima comunista, quarant’anni fa sessantottina, oggi arcoriana, domani chissà.
Fanno parte dell’impianto del panegirico un paio di balle che il direttore del Foglio ha avuto buon gioco a spacciare ben sapendo quanto sia rincitrullito il pubblico del Tg1 dopo la selezione che ne ha fatto Augusto Minzolini.
Prima balla. Il puritanesimo, evocato come uno spauracchio sanguinario che indusse folle di facinorosi a mozzare la testa al re d’Inghilterra, fu in realtà uno dei fondamenti e delle condizioni preliminari per la nascita di quel liberalismo anglosassone cui lo stesso Ferrara si richiama.
Seconda balla. Sostenere che Eugenio Scalfari si sottrae al contraddittorio è qualcosa di più di una bugia, è una provocazione in tipico stile berlusconiano. È sempre stato il Cavaliere infatti a svicolare da questo tipo di confronto in tv nelle varie campagne elettorali pur essendo stato sollecitato dall’avversario di turno desideroso di misurarsi con lui in campo aperto e secondo regole precise che non prevedessero concioni, comizi e altri sproloqui.
Non è mai successo perché il monarca assoluto non ammette di essere contraddetto, interrotto, intervistato, interrogato. Concede solo che i suoi tirapiedi vadano a difenderlo ed esaltarlo sulla piazza televisiva. Se vogliono guadagnarsi il pane. Se vogliono mantenere il posto. Una corvée che questi accettano a scapito della propria dignità, in sfregio all’intelligenza propria e altrui.













Benedetto Ferrara! Anzichè dire: “Silvio – che mi ha fatto straricco tirandomi fuori da una grigia stanza in affitto dove vivevo a Torino – mi ha deluso, mortalmente deluso! Diceva di andare a nanna presto e solo adesso, che lo sanno anche i mosconi iridescenti, ammette di essere ‘un peccatore’ quando avrebbe dovuto dire, semmai, “uno sciupafemmine a pagamento’. Ha giurato – davanti al premier Zapatero – di non aver mai pagato in vita sua una sola donna, perché – ha spiegato – ‘le donne mi piace conquistarle’. E poi amichette – reggiseno: la quinta – le ha addirittura infilate in politica per metterle a carico del contribuente. ‘Posso giurare – ha detto Silvio in altra occasione – sui miei figli e i miei nipoti che ho sempre ha lavorato nell’interesse del mio Paese’. Sempre sulla testa dei suoi figli ha giurato di non sapere nulla dei 600.000 euro a Mills, né di aver corrotto giudici né falsificato bilanci né costituito fondi finanziari neri e segreti all’estero. Con un palmares di giuramenti di tali proporzioni il mio amico Silvio – così dovrebbe dire Ferrara – nel paese di Anselma, mia moglie, non potrebbe restare in carica – da sindaco di un villaggio del Kentuky – neppure 2 minuti e mezzo. Chissà poi se a un presidente Usa che giurasse di aver fatto liberare la nipote di Mubarak, di professione prostituta. per evitare un incidente diplomatico con l’Egitto, concederebbero la seminfermità mentale”. Ecco perché questo Ferrara – gabellato per raffinato opinionista – io l’ho per un mediocre tirapiedi politico.
Bisognere poi spedire Ferrara sui banchi di scuola, invan scaldati, ad imparare che senza Cromwell (il quale fece tagliar la testa a Carlo I Stuart, che altrimenti l’avrebbe tagliata a lui) l’Inghilterra non avrebbe dominato per tre secoli i mari del pianeta.
Essendo stata conquistata dai preti, la prémaman di Berlusconi ne ha fatto proprio l’insegnamento anche in fatto di storia: la sua l’interpretazione della rivoluzione puritana è esattamente quella che vien fatta bere ai seminaristi destinati a predicare nelle località dove le galline hanno i freni
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I caudatari,i lacchè ed i servi più o meno intelligenti fanno quadrato attorno al sultano,al solo scopo di salvare la micca,se dovesse cadere sarebbero costretti a lavorare o a trovare un’altro padrone dalle illimitate possibilità,cosa,dati i tempi,francamente difficile.Uno dei servi più intelligenti sostiene che ,siccome Berlusconi ha molti processi sulle spalle,sarebbe un perseguitato e quindi innocente.Per la nota proprietà transitiva perseguitati sarebbero anche, in quanto a numero di processi,i piccoli spacciatori,zingarelli/e truffatori che abitano le patrie galere.Se questi sono i suoi servi intelligenti,pensate un pò come saranno quelli sciocchi.
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La struttura Delta
di MASSIMO GIANNINI
Gli storici prendano nota. Ieri, per la prima volta, si è riunita in chiaro, alla luce del sole, la Struttura Delta. Le “guardie armate” del presidente del Consiglio nella carta stampata e nella tv.
Giuliano Ferrara, direttore del Foglio, Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, e Claudio Brachino, direttore di Videonews-Mediaset. Convocati direttamente da Silvio Berlusconi, non più nella magione privata di Arcore, a Villa San Martino. Ma nella sede governativa di Roma, a Palazzo Grazioli. Per mettere a fuoco lo “spin” comunicazionale, con il quale il Cavaliere cercherà di riscrivere ancora una volta a suo vantaggio il “palinsesto” politico-mediatico dell’intera nazione. E per mettere a punto la controffensiva violenta, con la quale cercherà di distruggere la magistratura, la libera stampa, l’opposizione parlamentare e sociale.
Dunque, la drammatica torsione democratica del berlusconismo declinante ci consegna l’ennesima, incredibile “epifania”. Politica e giornalismo piegati insieme, nello stesso tempo e nello stesso modo, per sovvertire codici normativi e aziendali. Per propiziare atti “sediziosi” e inquinare fatti incontrovertibili. La Struttura Delta, come questo giornale l’aveva “battezzata” nel novembre 2007 mutuandola da Joseph Conrad, esiste da anni. È stata una delle prime intuizioni del premier-tycoon, che invece di risolvere il suo enorme conflitto di interessi, l’ha ingigantito e sfruttato fino in fondo per mettere in moto la più micidiale e pericolosa macchina di fabbricazione del consenso mai concepita in una normale democrazia europea. Capo del governo (perciò sovrano delle tre reti pubbliche Rai) e insieme padrone delle tre grandi reti private Mediaset, Berlusconi ha capito subito che ciò di cui aveva sommamente bisogno, per gestire il consenso, era servirsi del suo “inner circle” manageriale, pubblicitario e giornalistico, per dettare l’agenda al Paese. Creare una “squadra”, cioè, nella quale la più grande agenzia newsmaker della nazione, cioè il governo stesso, potesse dettare “i titoli” della giornata all’intero network televisivo-informativo italiano. Per cancellare quelli dannosi, per nascondere quelli scomodi, per enfatizzare quelli utili alla propaganda “di regime”. Questa vergognosa versione italiana del Grande Fratello orwelliano l’abbiamo vista all’opera quattro anni fa, all’epoca del cosiddetto scandalo Rai-Set. Attraverso un’inchiesta sul fallimento della Hdc di Luigi Crespi, la Guardia di Finanza scoperchiò la “rete” inquietante di connivenze e complicità tra manager, dirigenti e giornalisti del servizio pubblico e dell’impero privato del premier (da Agostino Saccà a Deborah Bergamini) grazie alle quali si arrivò al punto di occultare, nei tg della sera e della notte, i risultati negativi di Forza Italia alle elezioni del 2006.
Da allora la Struttura Delta ha continuato a lavorare. Sempre a pieno regime. Basta vedere il Tg1 o il Tg5, per non parlare del Tg4 e dell’infinita varietà di programmi che le reti “ammiraglie” del servizio globale Rai-Set trasmettono nelle ore più impensate del giorno (Mattino 5, La vita in diretta, Pomeriggio sul 2). Ed ha anche affinato i suoi strumenti, in una spirale sempre più cinica e violenta che ha trasformato la macchina del consenso in macchina del fango. Incrociando sempre più spesso le televisioni e i giornali. Basta vedere il linciaggio al quale si sono dedicati i mass-media “di famiglia”, dal Giornale a Panorama, contro chiunque abbia criticato il Cavaliere: da Dino Boffo a Gianfranco Fini. Anche un mese fa, il 17 gennaio per la precisione, la Struttura Delta si era riunita, in pieno scandalo Ruby. Dopo il consueto pranzo del lunedì ad Arcore con l’inseparabile Fedele Confalonieri e i figli Piersilvio, Marina e Luigi, il premier aveva convocato per un caffè l’intera squadra dei suoi “spin”: l’onnipresente Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione a Mediaset e primus inter pares della Struttura, l’immancabile Alfonso Signorini, direttore di Chi, ancora Sallusti, e poi il direttore di Panorama Giorgio Mulè e il direttore delle relazioni esterne di Fininvest Franco Currò.
I risultati di quel vertice “privato” sono stati almeno tre. L’intervista di Ruby alla trasmissione Kalispera su Canale 5, nella quale la ragazza marocchina ritratta tutto ciò che aveva detto nelle intercettazioni e nelle comunicazioni rese ai pm di Milano. La discesa in campo delle “ministre” a difesa del Cavaliere: la Gelmini a Porta a Porta, la Carfagna a Matrix e la Santanché ad Annozero. La valanga di videomessaggi autoassolutori e intimidatori dello stesso premier alla tv o ai Promotori della Libertà.
Ora, nella fase più disperata per il presidente del Consiglio, c’è un ulteriore salto di qualità. La Struttura Delta si riunisce direttamente nella capitale, a Palazzo Grazioli. In una inaccettabile sovrapposizione di ruoli e di funzioni, il capo del governo convoca i suoi referenti e i suoi dipendenti, portando ancora una volta alla ribalta, ma stavolta in campo aperto, il velenosissimo conflitto di interessi che intossica politica e informazione. Insieme, il premier e il suo anomalo “think tank” elaborano le offensive politiche e organizzano le offensive mediatiche. Il Pdl non esiste più (ammesso che sia mai esistito). Il partito, come filtro della rappresentanza democratica, è definitivamente scavalcato e surrogato dalla Struttura Delta. La “squadra degli spin” diventa un vero e proprio “gabinetto di guerra”. Dove i giornalisti, dopo aver indossato la “mimetica” a Palazzo Grazioli, tornano in redazione a scrivere editoriali ispirati e a dettare cronache addomesticate.
Anche in questo caso, i risultati si vedono. Sono due, per adesso. Il primo: Giuliano Ferrara intervista Berlusconi sul Foglio, lo fa urlare contro “il golpe morale”, gli fa dire che “il popolo è il mio giudice ultimo”, e che quelle di Milano sono “inchieste farsesche, degne della Ddr”. Giusto la sera prima, all’improvviso, la Rai aveva deciso di cambiare il palinsesto, per trasmettere sulla Rete Due Le vite degli altri, il film in cui Von Donnersmarck racconta le tragedie umane prodotte dai metodi spionistici della Stasi, la polizia segreta della Germania comunista di Honecker. Qualcuno può pensare che sia stato solo un caso? Il secondo: ancora Ferrara irrompe alle otto al Tg1 di Augusto Minzolini, parla per sei minuti filati (un tempo televisivo infinito) attacca “il gruppo Espresso di De Benedetti e dei professoroni del Palasharp, che vogliono abbattere il governo con metodi extraparlamentari”, e spara a zero contro “il puritanesimo brutale che vuole tagliare la testa al re”.
Cos’altro faranno il Giornale di Sallusti e le News Mediaset di Brachino lo scopriremo solo oggi e nei prossimi giorni. Cos’altro ha fatto e farà ancora la Struttura Delta, al riparo dall’ufficialità e dalle coincidenze che possiamo ricostruire solo ex post, forse non lo scopriremo mai. Ma intanto il nuovo “palinsesto”, politico e giornalistico, è scritto. Nel cuore ferito dell’immenso conflitto di interessi berlusconiano, il “gabinetto di guerra” ha deciso di combattere la battaglia decisiva, forse l’ultima. Gli “assaltatori” sono all’opera. Contro la verità. Contro la responsabilità. Contro la dignità. E poi c’è ancora chi dice che questa non è una vera “emergenza democratica”.
m.giannini@repubblica.it
(la Repubblica, 11 febbraio 2011)
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Certo che se questo fosse vero, cioè che Berlusconi sia in grado con TV e carta stampata di influenzare il voto e il pensare degli italiani, l’unica considerazione possibile è che il voto a tutti è il più grande errore che si può commettere in un regime avanzato.
Per cui bisognerebbe tornare a una oligarchia in cui il potere sia in mano a pochi, sperando che questi siano più saggi dei milioni di pecoroni che si fanno incantare dalle balle scritte e dette dai proconsoli berlusconidi.
Ma io non ci credo e sono convinto che alle prossime elezioni vincerà qualcun’altro.
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il suo aspetto manifesta la scarsa resistenza alle tentazioni, è una persona golosa e poco credibile
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Da quando Bugiardoni è in politica è stato tutto un continuo conflitto d’interessi:non solo per i suoi controlli della quasi totalità dell’informazione italiana ma per l’uso del denaro dei contribuenti per scopi privati: la convocazione di suoi accoliti in sedi governative, l’uso di voli di stato per suoi interessi privati, l’uso della scorta per accompagnare le escort ed i suoi ospiti privati, l’abbandono del lavoro di premier per correre in una sede governativa per tentare di risolvere i suoi guai privati (vedi il recente abbandono di Maroni a Catania per correre a Roma dai suoi avvocati), gli affitti estivi di castelli, il copioso stipendio alle soubrette neoelette, etc. Tutto questo mi sembra oltrepassare la normale dotazione in euro della presidenza del consiglio (che fu pubblicata ai tempi di Scalfaro): perchè la stampa non fa una campagna di informazione sui costi dell’attuale presidenza del consiglio in modo tale da portare a conoscenza del contribuente quanto versa al fisco per mantenere il Bugiardoni?
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