Giustizialismo, un termine truffa
Il generale Juan Domingo Perón (1895-1974), leader del partito giustizialista argentino, con la moglie Evita.
Da circa una generazione esiste un neologismo che – entrato nell’uso comune attraverso i media che se ne sono fatti ossessivi banditori – è assorbito dagli individui come il latte materno. Si chiama «giustizialismo».
Che cosa significa? Nessuno lo ha ancora spiegato. Mai la parola era esistita in alcun vocabolario della lingua italiana (men che meno esistita nel linguaggio dei giuristi che è in assoluto il più preciso). E se neppure esiste la corrispondente voce in lingua inglese francese tedesca e spagnola, una ragione dovrà pur esserci. Un tempo «giustizialismo» veniva riferito solo all’Argentina di Juan Domingo Perón, il leader del partito «giustizialista», ma il termine nulla aveva a che fare con la giustizia penale: si richiamava semplicemente alla giustizia sociale, bandiera dei descamisados (le masse, per più del sottoproletariato urbano, base sociale del peronismo).
Quando, per l’esattezza, la parola giustizialismo ha fatto il suo ingresso nella lingua italiana? All’indomani degli eventi noti come Mani pulite, quando gli esponenti politici della prima Repubblica – cessata la buriana – passarono al contrattacco e alla vendetta, creando appunto quel termine e brandendolo come una clava. Da allora esso viene usato per bollare, a priori, quanti cercano di fare giustizia senza compromessi.
Se la giustizia rappresenta l’equità non si vede perchè debba capovolgersi nel suo contrario. Se la giustizia commette violenza e soprusi non è più giustizia. In uno Stato come il nostro, retto da una Costituzione e da ordinamenti democratici, il giudice che persegue un reato lo fa ubbidendo a precise norme che sono scolpite negli specifici codici di procedura penale e garantisce agli indagati tutti i diritti che la legge assicura loro. Fino al terzo grado di giudizio vige il principio di «presunzione di innocenza», mentre la reclusione prima del processo, ovvero la carcerazione preventiva, è delimitata nel tempo e subordinata al giudizio di legittimità da parte di giudici terzi rispetto a chi indaga.
Con volpina astuzia il termine «giustizialismo» è stato messo in circolazione e strombazzato da mane a sera dai potenti inquisiti – in primo luogo i politici – e dai causidici al loro servizio al fine di additare i magistrati che li indagano come dei persecutori, dei Torquemada. Come se il magistrato si alzasse un bel mattino e decidesse di ammanettare il primo che incontra sul marciapiedi!
Da quando Benedetto Craxi, detto Bettino, sentì sul collo il fiato dei magistrati che ficcavano il naso nelle sue molteplici malefatte (non a caso scatenò una furibonda campagna contro la magistratura per limitarne i poteri), la manipolazione dei cervelli è passata anche attraverso l’abuso – che va ben oltre la nausea – del termine giustizialismo, il quale non solo non corrisponde ad alcuna situazione reale, ma è un non-senso, anzi, una fetente contraffazione.
Esiste forse il reato di… giustizialismo? Se Berlusconi e gli azzeccagarbugli ai suoi (e ai nostri) stipendi non hanno mai pensato di inserirlo nel codice penale è perché sanno perfettamente che la semantica del giustizialismo è una scatola vuota.
Sergio Caroli













