Di che cosa hanno paura a Noceto, dei mafiosi o dei clienti delle puttane?

Pubblicato da Redazione il 30 gennaio 2011 in Criminalità organizzata, Speculazione edilizia |

Nome: Marcello Panepinto. Età: 35 anni. Località di provenienza: Bivona (Agrigento). Professione: mafioso. Ramo: edilizia (calcestruzzo). Pena da scontare: 10 anni. Motivo della condanna: associazione mafiosa ed estorsione. Luogo dell’arresto:  Noceto (Parma). Quando: ieri, sabato 29 gennaio 2011.

Basterebbero già questi dati a inquietare, ma alle anime belle, a quelli che fingono di esserlo, ai veri boccaloni e ai garantisti in servizio permanente effettivo non bastano di certo. Come non bastano agli amministratori, pronti a giurare e spergiurare sul nitore dei loro atti e sulla trasparenza dei rapporti che intrattengono con i costruttori.

Non bastano però a noi, sospettosi di natura spesso assecondati da una realtà alquanto più marcia di quel che le cronache lasciano trapelare.

Che cosa ci faceva il rampollo della cosca siciliana nell’amena località pedemontana ormai da diversi mesi? Vi «si era trasferito per lavoro», dice un laconico comunicato Ansa di poche ore fa. Che tipo di lavoro? Lo stesso che faceva dalle sue parti e che desumiamo dal dispaccio? «Marcello Panepinto e i fratelli Luigi e Maurizio, assieme allo zio Giuseppe Favata e al cugino Domenico Parisi, erano stati arrestati il 15 luglio del 2008 perchè ritenuti responsabili di minacce, estorsioni, danneggiamenti e incendi». E ancora: «Il clan del quale faceva parte avrebbe avuto il monopolio della fornitura del calcestruzzo e della movimentazione terra per la realizzazione di lavori pubblici e avrebbe messo a segno una serie di estorsioni e attentati nei confronti degli imprenditori che si rifiutavano di pagare il pizzo». Ah, però! Che l’arrestato volesse avviare un’attività del genere anche nel Parmense? Che l’abbia già avviata? E in combutta con chi?

Ci è giunta voce che reati di questo tipo si stiano già consumando nel «territorio» così caro ai nostri politici quando si tratta di culatelli e voti. Reati che, nel centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, finalmente accomunano nord e sud.

E sapete da chi ci è giunta la voce? Dalle toghe rosse. Che non sono giudici comunisti ma i magistrati che indossano  palandrane di questo colore il giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, che è stato proprio ieri. Lasciamo perdere i battibecchi di circostanza tra gli alti papaveri della categoria e il ministro della Giustizia Angelino Alfano, anche in quell’occasione difensore d’ufficio del presidente del Consiglio, per concentrarci sul discorso del Procuratore generale di Bologna Emilio Ledonne.

Nella sua allocuzione, il Pg ha messo in chiaro che l’Emilia-Romagna è terra di investimenti per le organizzazioni mafiose che si avvalgono «di una rete di fiancheggiatori fatta di tecnici, di professionisti, soprattutto commercialisti, medici, imprenditori, pubblici amministratori ed esponenti della burocrazia a tutti i livelli».

Avete inteso la gravità dell’affermazione? Stimati professionisti, alti dirigenti comunali, esperti di finanza e costruttori sono le quinte colonne della mafia nelle nostre contrade. Non portano la coppola, non sparano, parlano il nostro stesso dialetto. Sono proprio come noi, con la differenza che loro sono stati comprati. Ledonne chiama costoro «borghesia mafiosa». L’Emilia-Romagna, ha spiegato bene il Procuratore generale «non è terra di mafia nel senso tradizionale del termine», è terra di investimenti «resa appetibile dal suo dinamismo economico, per la capacità imprenditoriale, per la ricchezza che produce, alla quale vogliono partecipare anche le ‘ndrine con l’impiego, in attività economiche e finanziarie, degli ingenti profitti provenienti, soprattutto, dal traffico degli stupefacenti (nel 2010 ne sono stati sequestrati 40 tonnellate)».

Alla fine di questa giornata, che racchiude simbolicamente l’allarme lanciato dalla massima autorità giudiziaria regionale e l’arresto di un criminale d’importazione, vogliamo fare una domanda semplice semplice ai nocetani che in questi giorni si sono tanto spaventati per il delitto commesso a Borghetto da un poveraccio ai danni di una poveraccia.

Vi preoccupa di più una prostituta uccisa dal suo cliente o la presenza di mele marce nel mondo degli affari e dell’amministrazione pubblica?

Temete maggiormente il gesto isolato e sporadico di un disperato o l’infiltrazione lenta, ma non invisibile, del crimine organizzato?

Da come reagite e ragionate, temo che vi faccia più impressione una donna strangolata delle case costruite con i proventi della droga o degli incendi dolosi e dei sabotaggi.

Preferite la paura facile. Siete dei vigliacchi, ma non è tutta colpa vostra. Chi doveva mettervi la pulce nell’orecchio non l’ha fatto, in nome di un quieto vivere di cui hanno beneficiato solo affaristi e malintenzionati. Stando così le cose, non è difficile prevedere che la mafia passerà. Per sostenere il contrario dovrete portare parecchie prove a discarico. E fare un po’ di chiarezza sulla natura delle vostre paure.

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1 Commento

  • avatar Celestino Stella scrive:

    E’ più unica che rara la chiarezza con la quale l’autore di questo articolo (che mi sembra non firmato, ma non ne sono sicuro) fa capire il pericolo che corriamo noi emiliani: quello di essere i migliori amici di mafiosi venuti da lontano a profittare delle nostre capacità e del nostro acquisito benessere. Siamo i migliori amici di mafiosi venuti da lontano perché pensiamo che un aiutino a loro e, contemporanemente, a noi stessi non sia poi la fine del mondo. Che cosa vuoi che sia un piccolo slittamento sulla strada della legalità? Che sarà mai scegliere, contro i consigli della propria coscienza e contro le regole che dovrebbero valere per tutti, di far lavorare quell’uomo che, seppure parla l’italiano con un accento diverso dal nostro é, in fondo, così gentile e per bene, così premuroso, così generoso con noi e con le nostre imprese sempre più sofferenti per questa maledetta crisi economica? Celestino Stella

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