Puttane e puttanate, il delitto di Borghetto e gli opinionisti di Noceto
di Mara Meo
È rinculato a pagina 21 della Gazzetta di Parma, il delitto di Borghetto. È precipitato al ventiquattresimo posto nella hit parade di Repubblica Parma.it. Mordono notizie più fresche ed eccitanti. Nella vicina Medesano, una gallina ha deposto un uovo con l’effigie del sole.
Silvano Rainieri ed Emilia Cosmina Burlan, l’operaio di Parola e la prostituta rumena escono silenziosamente di scena. S’impantana nei faldoni della procura il letale diverbio tra il cinquantaduenne che viveva con la madre ultranovantenne e la ventenne. Ha confessato subito, l’assassino. Nessun mistero da sbrogliare. Inutili i Ris. In città gli enigmi polizieschi si infittiscono, qui in provincia si risolvono subito o ce ne stufiamo presto. Se l’opinione pubblica non li punta, gli inquirenti lasciano la scena alla chetichella sfilandosi i guanti fatti di buccia di preservativo e la tuta bianca da virus Ebola. Al Sud invece i fatti di sangue ingigantiscono e si imbrogliano a mano a mano che i giorni passano. Quelli sì che ci sanno fare e sanno farle durare, le cose. È lì il Paese del melodramma.
E poi neanche un serial killer. Cosa vuoi che me ne freghi che uccidano le puttane se non c’è il serial killer. Guarda Donato Bilancia. I liguri saranno anche spilorci, ma a un certo punto l’omicida seriale l’hanno tirato fuori. E anche in Veneto, mi pare si chiamasse Stevanin. Agricoltore. Nei suoi campi ormai ci seminava solo prostitute. Ne abbiamo da imparare. Il territorio deve crescere.
Guarda che fine ha fatto la strage di Fidenza, che non se la fila più nessuno. Ha ammazzato due figli, si è suicidata, tre giorni e non se ne sa più niente. E quel povero medico di Busseto? Se non fosse per i suoi pazienti e quelli di Comunione e Liberazione che ne venerano la memoria neanche il nome ci direbbe più niente. I lettori sono avidi, ma si saziano in fretta. Sarà che il nostro territorio non è vocato alla tragedia. Non ci credono le istituzioni, non ci credono i politici. Non si investe. Non ha autori che sappiano sceneggiare i delitti. Carlo Lucarelli? È bravo, ma ha preferito Bologna. Sai là c’era la Uno bianca. Poi tante storie di nera che non venivano fuori quando c’erano i rossi. Il nesso? Deve esserci. Qualcuno lo troverà.
No, non siamo terra di sangue. Nei fossi non cola più neanche quello dei maiali sgozzati. Sì, gli agnelli i montoni dei musulmani, ma vediamo di non buttarla in politica, eh! Non andiamo ad alimentare l’odio razziale.
È che non ci abbiamo la stoffa neanche per uccidere. Una volta? Forse. I delitti comunque qui non durano. Non resistono sui giornali. La televisione arriva e subito dopo fa inversione a U. Il meglio è sempre altrove. Mi vuoi spiegare perché? Forse non abbiamo costruito abbastanza periferie. Quelle dove matura la violenza, sai, come dicono i sociologi alla tv del mattino e del pomeriggio facendo venire i sensi di colpa a chi si è fatto la casetta a schiera. O un’idea a chi abita in condominio circondato solo dalla desolazione.
L’efferato delitto di Borghetto di Noceto, si diceva. Silvano e Cosmina, che chiamavano Cristina, perché sai la fatica a chiamarla con il suo pronunciabilissimo nome.
Poveretti. Due spietati assassini. Pardon, lei no. Lei pare fosse solo una sanguisuga. No, non sto insultando i morti. Ho letto che gli ha succhiato qualcosa come quindicimila euro in un paio di mesi. Bisogna che fosse brava. Brava a fargli credere chissà che cosa. Perché quella non è una cifra che si mette insieme con le prestazioni, ma con le illusioni, con le frottole e con la dabbenaggine di chi ci crede. La lucciola e il cicalone.
Noceto è disabituato alla violenza. Si sente che non c’è più Fabio Fecci, il sindaco che vegliava e vigilava sui sonni di chi va a letto presto e si alza di buon’ora. Dovrà abituarsi? Ho visto le faccine preoccupate di quelli che sulla Gazzetta hanno commentato il fattaccio. Emozioni sollecitate, giudizi sparati, sentenze sputate senza camera di consiglio, senza consultarsi con il proprio cervello, ma secche. Qualcuno avrà detto anche qui ci vuole la pena di morte, ma non è stato registrato. Sai, la censura del politically correct. Non bisogna spaventare la gente mettendole davanti uno specchio.
Quando la città, ma sì chiamiamola città anche se è una borgata, mormora, quando la coscienza vacilla, quando le chiacchiere si accavallano, tutto finisce in parole portate via dal vento. Tante parole. Nessuna di pietà.
I talk show di strada possono essere molto più crudeli di quelli televisivi. La banalità del male, diceva quella là, non puoi farci niente, se ci discuti ti ammali.
Nella foga di dire, di raggiungere con il fiatone il microfono o la penna del cronista, anche il legale sbanda. L’avvocato difensore dell’assassino (dobbiamo scrivere presunto anche se è reo confesso?) descrive il suo assistito come «una persona che non si rende conto fino in fondo del valore di ciò che ha fatto». Della gravità? No, del valore. «Il valore di ciò che ha fatto». Certo che cambiano in fretta i valori.
Quante parole a vanvera bisogna produrre e macinare per riempire le pagine, logico che qualcuna sfugga al controllo. E i concetti? I significati? Ah, quelli sono ancora più incontrollabili, ti scivolano dalla lingua che neanche te ne accorgi. Piccole meduse che vengono dalle viscere. Urticanti.
Censimento delle opinioni del paese sconvolto. Come il karaoke di Fiorello nelle piazze. Intonati pochi, stonati tutti. La studentessa di vent’anni è rimasta colpita perché la vittima aveva la sua stessa età. Potrebbe capitare anche a lei. Che cosa? Di fare la vita o di restare ammazzata?
Omicidio è una parola che fa venire i brividi, dice, sapere che si è consumato a pochi chilometri da casa sua la preoccupa. Ma che vadano ad ammazzarsi altrove. Not in my backyard, please. «L’episodio», comunque, le ha aperto gli occhi, perché si è accorta che «un dramma simile può verificarsi in ogni momento e in qualsiasi luogo». Ce ne ha messo di tempo a rendersene conto, ma alla fine ammette che la realtà virtuale finisce non appena esci dalla casa del Grande Fratello. Oltre quella soglia, c’è l’orrore e la vita ti tiene un cappio intorno al collo. Se urli, protesti, ti divincoli e mordi, stringe. Se dici sciocchezze, sorride, allenta la stretta e ti grazia.
Andrea, dice la cronista, è determinato. Che cosa vorrà dire? Che ha fretta e vuole dire la sua prima di scappare via? Sgomita per scolpire parole di inchiostro sulla carta bianchiccia del quotidiano locale. Ascoltiamolo, meglio: leggiamolo. «L’assassino è un cinquantaduenne, la vittima aveva invece solo vent’anni, mi chiedo come fosse possibile sperare di instaurare una relazione stabile con lei, dato oltretutto il lavoro che svolgeva».
Bravo Andrea. È quello che ci chiediamo anche noi ogni giorno, leggendo le cronache nazionali e ascoltando i tiggì. Dovresti farlo anche tu. È istruttivo. Scopriresti così divari anagrafici molto più ampi (cinquanta e passa anni) ed esborsi più cospicui. Certo, lì l’esito non è cruento come a Noceto, lì è tutto molto più «elegante», garantisce il padrone di casa, ma la sostanza delle relazioni e le figure della tragi-commedia sono le stesse.
Tra le faccine dei commentatori c’è quella dell’impiegata che d’ora in poi avrà paura di tutto. È curioso come i processi di identificazione volgano più volentieri verso il terrore che verso la compassione e la commiserazione. Paola, mentre sta uscendo da un negozio del centro, coglie al volo l’occasione della presenza della cronista per ammannirci una breve ma intensa lezione di sociologia morale sulla degenerazione della società, ma non prima di aver constatato, alla maniera dei talebani braccati sulle montagne di Tora Bora, che «non si vive più tranquilli in nessun luogo». La sua lectio magistralis la dice lunga sul suo livello d’informazione: «Purtroppo oggi i giovani non hanno esempi da seguire, nessuno ha più il senso della famiglia ed il valore della morale. Dominano solo l’egoismo e il qualunquismo». Ma sì, signora, sarà anche vero, ma questo pistolotto doveva tenerselo da parte per quando l’avrebbero intervistata a proposito dei graffiti sui muri del municipio o riguardo al matrimonio dei gay. In questo caso, se c’era uno che voleva farsi una famiglia era proprio Rainieri, che per giunta non era più tanto giovane. O ce l’aveva forse con la vittima?
Signora, si rilegga e si prepari meglio quando scorgerà in lontananza un cronista che le sbarra la strada per carpirle un’opinione. Eh, sì, lo so, ho messo in conto che abbiano distorto o addirittura stravolto il suo pensiero. Deve essere andata proprio così. Maledetti giornali, maledetti giornalisti, ecco perché c’è tanta violenza al mondo e tante puttane vive e morte lungo i fossi della nostra bella provincia, questo territorio che non è così come lo descrivono. E la sua vocazione non sono né le puttane né le puttanate.
Messaggio bene augurante. L’uovo con il sole in rilievo scodellato a Medesano.













