I cinesi sono tra noi e Marchionne è il loro capo

Pubblicato da Redazione il 16 gennaio 2011 in Economia, Industria, Lavoro, Società |


Che si parli di questioni sociali o sindacali, di Fiat, Fiom o scuola, l’invito dei soliti saggi è quello di gettare alle ortiche il bagaglio ideologico che zavorra e invalida le nostre richieste di maggiore istruzione e di un più sostanzioso salario. Immagino che siffatti consiglieri, da Daniela Santanché a Massimo Tedeschi, abituati più o meno allo stesso linguaggio, intendano significarci che dobbiamo buttarci alle spalle l’assistenza sanitaria e l’acqua pubblica, la pensione prima di essere moribondi e altri piccoli privilegi acquisiti in cent’anni di lotte e, udite udite, persino durante il famigerato Ventennio.

Li ascolteremmo volentieri questi nostri leader, imbarazzati sia ad averci come avversari sia come compagni di strada, dato che non vogliamo toglierci la ruggine ideologica dalle idee e non ci accorgiamo che sono arrivati il wi-fi e la banda larga e allora fregatene se le strade sono strette e piene di buche, dacci un taglio con queste fissazioni da dinosauro del Novecento.

Li ascolteremmo volentieri e saremmo ben contenti di toglierci dalle spalle questo fardello che ci pesa e non contiene solo lingotti d’oro, pepite, zaffiri e pietre sfavillanti, ma piombo da cartucciera e la polvere pirica della coscienza. Zaino a terra per avanzare con passo più spedito? Magari! Ma in cambio di che cosa?

C’è qualcosa che non ci convince del tutto in queste esortazioni. E cioè che loro, gli esortatori, mai che si siano tolta una briciola di privilegio. Giusto per dare il buon esempio. Anzi, se li aumentano in maniera esponenziale, sia che si tratti del parlamentare, come del dirigente d’azienda o del ladro di Stato.


In Cina, come ci racconta nel suo ultimo commento il nostro involontario «corrispondente» dal nickname Jaguar (in che senso, scusi?), affianco della stragrande maggioranza dei cinesi costretta a campare con 300 euro al mese, sguazzano pescecani che girano in Ferrari e usano le sporte Louis Vuitton al posto delle borsine di plastica. E il tutto avviene con il beneplacito, anzi l’incoraggiamento, di quel capitalismo di Stato che lì si ostinano a chiamare comunismo.

Certo che ai cinesi gli gireranno le balle, come annota il «nostro» uomo da Shanghai. Ma a noi che ce ne frega? Pure noi abbiamo un despota di nome Marchionne che guadagna quanto 7000 operai e questo, sarà che siamo più disabituati dei cinesi alle disparità sociali che gridano vendetta al cospetto di Dio, le fa girare furiosamente e vorticosamente pure a noi.

C’è stato un tempo, breve e felice, in cui ognuno poteva regolare le velocità dei cabasisi a proprio piacimento. Ognuno era padrone in casa propria. Parlo di nazioni. Non più. Da quando siamo diventati servi globali delle multinazionali, l’abruzzese con passaporto canadese e interessi negli Stati Uniti, può a suo piacimento squadernarci sotto gli occhi l’atlante del mondo che ancora si compra con un tozzo di pane e ci intima: prendere o lasciare.


È risicata la maggioranza di quelli che a Mirafiori hanno preso, cioè si sono sottomessi al ricatto. Quelli che hanno resistito hanno insegnato qualcosa anche a quelli che, al loro posto, avrebbero accettato perché infilarsi nelle tute degli operai senza esserlo è da maleducati (come se i leader del movimento operaio di tutto il mondo avessero mai lavorato in fabbrica). Non si può fare i coraggiosi con la pelle degli altri, ci hanno detto e ripetuto caporioni e intellettuali del Pd con la scusa di rispettare la volontà dei lavoratori. E loro, dall’alto di un imprevedibile 46 per cento hanno mandato a dire ai saggi del Pd e a quelli che non volevano interferire: vedete, se ci aveste incoraggiato forse avremmo vinto. Forse avrebbe vinto il «no». E dopo? E dopo si sarebbe visto. Perché quello che passava era il treno della storia, non la tradotta di un contratto qualsiasi.

Se, a Tunisi, i prudenti, avessero costretto gli affamati e gli insofferenti della dittatura a starsene in casa, Ben Ali sarebbe ancora al suo posto. E adesso? A adesso si vedrà. Il capitale che non accetta di contrattare, che non si è accontentato di aver mandato al macero le rivoluzioni, dovrà vedersela con le rivolte. I Paesi arabi temono il contagio delle piazze di Tunisi e Algeri. E dite che ciò sarebbe male? E sarebbe stato male se Torino con il «no» avesse potuto contagiare altre piazze europee?  Questa non è apologia dei duri e puri senza sale in zucca. Questa è indignazione e invito alla resistenza di fronte a una componente della società, più finanziaria che imprenditoriale, che vuole prevaricare in maniera inaccettabile su tutte le altre.

Strano popolo quello italiano. Tra la metà e la fine dei Sessanta prese paura dei cinesi, cioè di quattro studenti e due intellettuali di casa nostra che inneggiavano a Mao e alla rivoluzione culturale delle guardie rosse. Il Pci reagì spropositatamente, fece mettere le inferriate alle finestre e scatenò la lotta ideologica. Quei quattro gatti di sfigati «cinesi», capitanati da quell’Aldo Brandirali che oggi è fido scudiero di Roberto Formigoni e grande timoniere della Compagnia delle Opere, il braccio cooperativo di Comunione e liberazione, diventarono uno spauracchio comodo a tutti. Ai dirigenti del Pci per dimostrare che esistevano i rivoluzionari selvaggi, mentre il loro era il «partito di lotta e di governo». Alle destre, Dc in testa, per dimostrare che i comunisti erano sempre pericolosamente alle porte. Le solite favole per non affrontare i mali reali che nel frattempo andavano in putrefazione.

Oggi, quasi mezzo secolo dopo,  con i cinesi, quelli veri, che fanno davvero paura, e non solo perché soppiantano il made in Italy (vedi Prato) con l’invasione silenziosa di sfruttati e sfruttatori, ma perché impongono il passo della produzione al mondo intero, tutti dicono: non abbiate paura, è la globalizzazione, vedrete che ci inventeremo qualcosa per restare competitivi. Che cosa? Lavorare dieci-dodici ore al giorno come i cinesi imbottendo l’ambiente e i cibi di veleni?

Chiunque voglia dimostrarci, a parole, che le cose non stanno così, che i cinesi fanno paura solo perché non li conosciamo, beh, non merita né risposta né supplemento di riflessione. Se è in malafede, non riusciremo a farlo ricredere. Se è ignorante, l’istruzione non è il nostro mestiere. Di stolti, pronti a ricredersi fra vent’anni, quando i danni saranno irreparabili, ne abbiamo già conosciuti a legioni. E poi, per dirla con Confucio: non avvicinare la mano a un serpente per avere la prova che è velenoso. Ti basti saperlo.

Abate Faria



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1 Commento

  • avatar Edmond Dantès scrive:

    Bellisssimo intervento. La ringrazio per l’ennesimo prezioso scritto.

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  • avatar Joe scrive:

    Per il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani il risultato del referendum sull’accordo per Fiat Mirafiori “va rispettato. E va rispettato anche per quel tanto di disagio che rappresenta”.
    È un giudizio tartufesco, cioè ipocrita. Un colpo al cerchio e uno alla botte all’unico scopo di raccattare voti a destra e sinistra. Gli ex comunisti, e Bersani è stato un altissimo dirigente del Pci, dovrebbero vergognarsi di questo voltafaccia che svela la loro inutilità politica che è il coronamento della loro declinante influenza sociale.

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  • avatar The Jaguar scrive:

    ”E quello che non si conosce tende a fare paura,,
    Non ho detto : non deve fare paura.
    Ho cercato di spiegare che c’e’ DA AVERE PAURA. Questi qua entro 10 anni ci mangiano, ci digeriscono, e ci mangiano un altra volta. Poi ci defecano.

    Caro Abate Faria (Monastico di Professione oppure Nome Proprio di Persona?)
    che debbo dirLe: Facciamoci Gli Auguri a Vicenda.

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