Raso al suolo il parco dell’ex «Vighi»
Era una selva di ippocastani quella che, estendendosi alle spalle della vecchia sede della Clinica Neurologica «Vighi», incantava il viandante in transito per viale Vittoria o via Primo Maggio o via Alberto Riva.
Da fessure presenti nella cortina eretta intorno alla recinzione del plesso, ho potuto intravedere, esterrefatto e profondamente rattristato, il feroce annientamento di quei superbi monumenti della natura, divenuti colossali ammassi di legna da ardere. Diciamo subito, a scanso di equivoci, che il tutto si è consumato grazie al «placet» dell’assessorato all’Urbanistica. Scopo? Edificare il parcheggio dell’hotel a cinque stelle che sorgerà nella costruzione dell’ex nosocomio. Hoc erat in votis! Non era bastato far fuori alberi antistanti alla stazione ferroviaria, pardon, «temporary station», in primis, il rarissimo Ginko Biloba, gli alberi dell’asilo di stradello San Girolamo! Adesso a far da malinconica corona all’enorme spiazzo vuoto – che fu già parco al «Vighi» – c’è la striminzita presenza di alcuni ippocastani lasciati lì a bella posta (quelli non erano malati, tutti gli altri invece sì!) per cercar di mascherare – con esiti penosissimi – il misfatto.
Morta per sempre è la primavera che per generazioni rinnovò in quel parco un tripudio di ippocastani e di piante di susino in fiore; morto per sempre il trionfo dei bucaneve già in inverno, e delle viole ai primi tepori. Dove tra il verde delle foglie scintillavano d’estate frutti rossi e dorati, avremo il deserto dei deserti di una piazza d’armi ricoperta da quell’orrenda pietraglia squadrata che ormai dovunque impera per le strade di Parma. Diranno che gli alberi erano malati, che ne pianteranno dei nuovi e ancor più belli che pria. E cos’altro potrebbero dire? In pochi giorni una delle ultime oasi di verde sopravvissute in città è stata spietatamente sradicata; un’altra secolare memoria storica dei parmigiani, espressione di vita, prosperità e salute, se n’è andata per sempre nell’indifferenza e nell’autolesionistica ignavia della maggioranza della popolazione.
È vero che oggi anche ai ciechi è chiaro che è Mercurio – l’agile dio del commercio – il nume tutelare della vigente amministrazione, ma quanti secoli ci dividono dalla Parma – autocosciente, generosa, fiera di sé e delle proprie memorie – di Arturo Toscanini e di Renzo Pezzani, di Giacomo Ferrari e di Emilio Taverna? Rispondo: un’era geologica.
Sergio Caroli















Dalla Gazzetta di oggi apprendo del rilancio dell’assessore fidentino Carancini sull’utilizzo di materiale ligneo vergine per l’alimentazione della centrale biomasse del Quartiere Europa. Ciò ha fatto schizzare in alto il prezzo del legname e pertanto parchi cittadini, piante secolari e verde in genere sono a rischio nel raggio di almeno 30 km. In compenso le casse comunali esauste troveranno un momentaneo sollievo nel nome di Mercurio che, per inciso, era anche il dio dei ladri.
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Non posso crederci ma se fosse vero al Sig. Carancini bisognerebbe spiegare la pessima esperienza inglese .
Ma riuscirebbe a capirla?
Il povero Geomax che protestava per le mancate vendite di locali nei pressi della centrale , ora non dormira’ la notte con sto peggioramento di sostanza e di immagine.
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E tutti tacciono, quel che interessa è solo il proprio orticello personale. Spero solo che la giustizia divina sia inflessibile e culturalmente molto lontana da questi ignoranti amministratori locali e dai loro pessimi tecnici comunali.
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Consiglio a tutti, amministratori compresi, perfino a Massimo Tedeschi, una breve lettura:
http://it.wikisource.org/wiki/La_fame_del_Globo/Cap._4
Ne riporto il paragrafo finale:
”E’ un rilevo non privo di significato per un paese, quale il nostro, che negli ultimi cinque decenni ha drasticamente contratto, confortato dalla facilità delle importazioni, le proprie capacità produttive. Non esistono dati certi, ma è verosimile che negli ultimi cinque lustri l’Italia abbia coperto di cemento la superficie corrispondente ai due terzi del proprio fabbisogno di frumento tenero. Che oggi non saprebbe più dove produrre. Eravamo certi di poterlo acquistare in cambio dei nostri televisori, delle nostre scarpe, di camicie, pantaloni e piastrelle ceramiche. Oggi televisori, scarpe, camicie, pantaloni e piastrelle ceramiche, ai nostri antichi clienti le vende la Cina. Che vuole mangiare quello che, fino ad oggi, abbiamo mangiato noi.”
Quando lo studio ”I limiti dello sviluppo” del M.I.T. era tacciato di catastrofismo, non erano ancora accadute le ecocatastrofi, ecoidiozie, ecorapine degli ultimi 38 anni. Ora tutto si muove molto più velocemente: il ginocchio delle curve critiche forse è già superato, e comunque nessun governo vi dedica attenzione (forse quello del Bhutan, ma ha scarso ascolto mondiale).
A ben guardare, nessun governo governa: cerca solo di mettere qualche regoletta nella frenetica corsa umana di cui si ignora l’esito. Figurarsi gli amministratori locali che, dopo aver convinto la maggioranza del gregge a tracciare una croce su un certo disegnetto, devono soprattutto eseguire gli ordini dei partiti politici, quelle organizzazioni d’affari che vivono di soldi pubblici solo per mettere le mani sulla res publica.
Sacrosantissima è l’allegoria del trittico di Hieronymus Bosch ”IL CARRO DEL FIENO”.
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