Amicizie pericolose
L’unto del Signore incontra l’imbrillantinato di Allah. Il signore a destra è il presidente tunisino Ben Alì con cui il presidente del consiglio italiano è in affari. Come lo è anche con quei bravi ragazzi e maestri di democrazia che sono Putin e Gheddafi. Tra le ultime iniziative del tunisino figura quella di aver ordinato alla polizia di fare fuoco contro i manifestanti che chiedono pane e lavoro. I morti sono finora una cinquantina. Non è che Silvio sia stato tirato dentro in queste cattive compagnie politico-finanziarie, è proprio uno di loro, il pivello di una teppaglia di Stato che usa il potere per farsi i propri affari. Lui non mena le mani perché c’è chi lo fa per lui. Aizzato magari da qualche lacché. Ma sì, dai la democrazia parlamentare, non è proprio come i regimi dei raïs. Almeno queste cose possiamo scriverle. Fin che possiamo.
La banda. Berlusconi, Medvedev e Putin vestiti da teddy boys. Impauriti, i passeggeri hanno abbandonato l’aereo.
Il silenzio degli amici
Brucia l’altra sponda del Mediterraneo. Polizie che uccidono chi canta “il popolo sta morendo” nelleproteste per l’aumento del prezzo del pane. Sono paesi giovani dal presente disperato e dal futuro cancellato. E le rivolte si allungano in ogni Maghreb contro l’autocrazia corrotta di protagonisti favoriti da noi del Nord col disinteresse che coltiva solo affari: in fondo i diritti umani non sono quotati in Borsa. L’autoritarismo di Mubarak e Ben Alì, Egitto e Tunisia, capisaldi dell’occidente, esasperano la disperazione nell’islam radicale dell’Algeria. L’ultima tranquillità (se così si può dire) resta la Libia imbalsamata di Gheddafi.
Roma prega sottovoce che gli uomini forti non traballino nel timore della grande fuga verso le coste italiane a portata di barca. Prega il Berlusconi comproprietario di radio e Tv, stampelle delle dittature. Qualche tempo fa ha inaugurato la sede tunisina col sorriso dell’uomo di mondo. Lo accompagnava Stefania Craxi che quei posti conosce bene, mitico esilio di Hammamet sotto la protezione del presidente Ben Alì. Il quale, quand’era ministro della Sicurezza, aprile 1981, manda a chiamare un po’ di giornalisti stranieri. Deve fare un annuncio importante: sta per cominciare la primavera tunisina, slogan trafugato dai paesi dell’Europa che si slegavano da Mosca. “Mai più polizie che uccidono gli operai in sciopero, mai più giornalisti imbavagliati. La Tunisia volta pagina. Lo giuro”, mano aperta sul cuore sopra la giacca blu dai bottoni d’oro. Quale pagina? Angosciato per “i poveri caduti di Sfax sui quali ha fatto fuoco l’esercito”, Ben Alì promette la meraviglia della democrazia, ma impossibile fargli dire quali mostri vuole sgomberare perché era lui il ministro delle divise mandate in piazza a “contenere” le proteste; lui, figlio spirituale di Bourghiba, padre della patria raggiunto dalla vecchiaia e prigioniero della moglie leader dei trafficoni che sfinivano il paese. E arriva la primavera anche se nessun tunisino se ne accorge. “Basta coi presidenti a vita”.
Nel 1987 Ben Alì rompe gli indugi. Diventa presidente e comandante delle forze armate. Comincia il rosario delle rielezioni, una dopo l’altra, 99,8% dei voti. “Troppi” suggerisce l’ambasciatore di Parigi: consiglia di abbassare i consensi per non far ridere le cancellerie del mondo. E Ben Alì rinuncia alla formula sovietica del candidato unico. Ammette concorrenti ai quali proibisce di parlare in Tv, alla radio, ai giornali, altrimenti galera. E il consenso perde i decimali, 98 e qualcosa, ma subito aggiunge alla Costituzione l’immunità perpetua allargata alla moglie discepola della moglie di Bourghiba: figli, cognati, cugini infilati in ogni presidenza dagli affari rosa.
Se l’amico Mubarak governa con i miliardi degli Stati Uniti, Ben Alì governa controllando le privatizzazioni affidate ai capitali stranieri, Francia soprattutto. I due presidenti hanno altro in comune: vanno e vengono dalle cliniche tedesche per combattere malattie che nutrono la terribile speranza di chi vorrebbe vivere in paesi normali. Con un problema per i governi amici del Mediterraneo del Nord: cosa succederà quando le mani robuste spariranno? Se Sarkozy dialoga furbamente col Muftì della Grande Moschea di Parigi, il Cavaliere che inaugura Tv non può mandare Calderoli o Borghezio appena scoppia la Tunisia. Fame e diritti calpestati coinvolgono il silenzio di noi amici dei repressori, e la rabbia non si accontenta delle buone parole a tempo scaduto. (Maurizio Chierici, Il Fatto Quotidiano, 11 gennaio 2010)













