Censurati i 219 «negri» di Mark Twain

Pubblicato da Redazione il 7 gennaio 2011 in Dibattiti e Polemiche, Letterature straniere, Rassegna stampa |

di Viviana Devoto

Una censura o un’idiozia? Sostituire la parola «negro» (usata 219 volte) con «schiavo», «slave», dalle Avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, proposto dalla nuova edizione della NewSouth Books, è per il mondo accademico e intellettuale americano uno scempio: ma il dibattito sul repulisti è aperto. La «N-word», la parola negro, contenuta in un libro destinato ai bambini, è in grado di ferire qualcuno, o preservare il testo originale è piuttosto una chiave di comprensione per un testo-bibbia contro la schiavitù?

«Siamo inorriditi. E pensiamo che lo saranno la maggior parte dei lettori, puristi o meno», si legge nell’editoriale del NyTimes, che non ha evitato i toni polemici contro il curatore del libro, il professore emerito Alan Gribben della Auburn University, reo di aver pensato a una nuova edizione «filtrata» ad hoc considerando «non più accettabile» l’uso di quella parola in un libro per ragazzi (è stato anche sostituito il termine «ninjun» con «indiano»). Sostiene Gribben: «Anche al livello di un college o di un liceo, gli studenti potrebbero risentirsi per questo appellativo razziale».

«Il problema non è soltanto alterare un testo di Mark Twain – scrive il NyTimes – ma è anche alterare la nostra storia sociale, economica e linguistica. Sostituendo “negro” con “schiavo” fa sembrare che il reato consista nella “n-word” e non abbia niente a che fare con l’istituzione della schiavitù. Peggio ancora, suggerisce che la comprensione della verità del passato corrompa i lettori moderni, quando, in realtà, questa nuova edizione si è occupata di corrompere il passato. Non vi è alcun modo per “ripulire” Twain senza fare un danno irreparabile alla verità del suo lavoro».

«Letteratura – romanzi, opere teatrali e poesie – possono avere una doppia vita misteriosa, dove allo stesso tempo rappresentano qualcosa di eterno e qualcosa di storico, e questo è spesso il modo in cui vengono insegnate a scuola», rileva la scrittrice Jane Smiley, autrice di Private life. «Ci sarà tempo sufficiente al liceo o all’università per studiare i libri originali e imparare a esplorare, e in ultima analisi, sovvertire, il bigottismo», dice, invece, James Duban, professore di inglese all’Università del Nord Texas. L’afroamericano Paul Butlerr, docente di Legge alla George Washington University, ricorda un suo vecchio compagno di stanza a Yale: «Cantava sempre Rock ‘n Roll Nigger di Patti Smith. Non mi sono mai lamentato per non sembrare il tizio troppo sensibile che non capisce una battuta. La parola “negro” è complicata. Se alcuni insegnanti hanno l’audacia di credere che il lavoro di Mark Twain sia ancora significativo, anche in assenza le parole “nigger” e “Injun”, meglio per loro. Se pensano che mantenere quegli epiteti valga la pena anche se risulterà doloroso per alcuni studenti di colore, lo capisco anche. Non si tratta di censura, è questione di scelta. Ciascuna decisione avrà conseguenze nefaste».

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1 Commento

  • avatar Pietro Brunetto scrive:

    Mr. Alan Gribben ha confuso clamorosamente il razzismo con il contesto storico e temporale in cui è stato scritto il romanzo…è meglio che vada un po’ a studiare anche lui…

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