Gli hacker ultima risorsa della democrazia
In Olanda, la polizia ha arrestato un ragazzo di 16 anni, coinvolto nei massicci attacchi di hacker che hanno paralizzato i siti delle carte di credito Visa e MasterCard. In America, uno dei «capi cellula» lavora in una casa di assistenza per handicappati nel Montana. A Londra, il 22enne che si fa chiamare Coldblood promette un «Internet aperto e liberato dalle interferenze delle multinazionali e dei governi». Sono i militanti della nuova Internazionale rivoluzionaria. Un esercito immenso, capillare e semiclandestino, pronto a colpire di sorpresa.
È uscito allo scoperto per difendere WikiLeaks, e promette di fare molto peggio. I raid paralizzanti contro PayPal, Visa e MasterCard denominati «operazione castigo» (una rappresaglia perché quelle società hanno bloccato i versamenti a WikiLeaks), sono solo un’avvisaglia di quel che verrà. La prossima tappa: se la polizia inglese accetta la richiesta di estradizione in Svezia di Julian Assange, minacciano, la vendetta dell’Internazionale libertaria sarà spaventosa. Eppure Assange ha preso le distanze da loro. Di certo non è lui il capo di questo movimento, molto più antico e ramificato di WikiLeaks. Assange è solo un loro eroe momentaneo, il martire che l’Internazionale degli hacker ha deciso di difendere contro una repressione dipinta come il preludio a un grande Stato di polizia.
Tra le sigle più rappresentative di questo movimento spicca Anonymous, un gruppo che si è distinto per gli attacchi particolarmente micidiali che hanno messo ko i siti delle carte di credito. Anonymous sarebbe anche dietro la straordinaria mobilitazione di sostegni alla candidatura di Assange come Uomo dell’anno sulla copertina di Time: il sito del magazine ha già ricevuto 400mila voti per il capo di WikiLeaks, che risulta nettamente in testa. Sul sito cooperativo Piratepad.net, un membro di Anonymous ha spiegato la filosofia che lo spinge a difendere Assange: «Abbiamo visto in Iran quale potere ha Internet per organizzare una protesta di massa contro un regime oppressivo. Combatto per WikiLeaks oggi, perché domani non voglio vivere in un mondo dove non si potrà più esprimere il dissenso senza essere individuati dagli agenti dei governi».
Sul Washington Post, la nuova Internazionale libertaria è l’oggetto di un’analisi di Tim Hwang, che ha lavorato al Center for Internet Society di Harvard e oggi dirige RoflCon, conferenza mondiale sulla cultura della Rete. «L’armata degli hacker – spiega Hwang – è impegnata in una guerra di lunga durata. Ai suoi albori ha combattuto battaglie perdenti, come quella di Napster per piratare la musica, poi PirateBay, che è stato un sito pioniere nel saccheggiare contenuti protetti dal copyright. Ogni episodio è servito a reclutare nuovi sostenitori, convinti che il mondo intero va cambiato a immagine e somiglianza di Internet. Questo esercito continua a crescere, e non vede l’ora di misurarsi nella prossima battaglia». (Federico Rampini, la Repubblica, 13 dicembre 2010)












