Se la neve fa scherzi da prete

Pubblicato da Redazione il 28 novembre 2010 in Racconti |

Stamattina, prima che la nevicata bloccasse la strada, sono andato a trovare il mio amico, come faccio ogni anno il 28 novembre. Mi sono messo in viaggio presto, prima che il cimitero in collina diventasse irraggiungibile. È là che da trentasette anni abita il mio amico. E ogni volta che penso a lui mi viene anche da pensare che potrei esserci io al posto suo. Ma il giorno in cui morì colpito al petto da un proiettile senza nome, io lo avevo lasciato solo. Ero tornato a casa per essere attorno al tavolo da pranzo quando mio padre fosse rientrato. Era così che lui ci voleva, tutta la famiglia unita all’ora di pranzo e all’ora di cena. Io non osavo né disobbedire né trasgredire. Perché ero minorenne, ma soprattutto perché non ne avevo il coraggio. Era più facile contestare il governo che mio padre. In un giorno come quello, con manifestazioni che si sapeva sarebbero finite a botte, se non mi fossi presentato all’ora prestabilita, mi avrebbe mandato a cercare dai carabinieri. Ero lì a tavola, con mio padre, mia madre, mia sorella, senza che nessuno parlasse. Intingevo la mia noia e la mia tristezza nel piatto, con la mente persa dietro la battaglia che lui stava combattendo, mentre avrei dovuto essergli accanto a fare servizio d’ordine con la striscia di stoffa rossa al braccio. Mi sentivo un traditore mentre fuori si sparava e lui cadeva senza più rialzarsi.

Ci penso spesso alla casualità della storia che, anche nelle piccole cose, non ha né capo né coda ma sembra guidata solo da qualcuno che vuol farsi beffe di noi.

Non c’era nessuno per strada e al cimitero ancor meno. Persino i morti sembravano non esserci tutti. La neve aveva fatto sparire le tombe più povere e meno appariscenti. Prima di ricoprire tutto con il suo soffice manto o con la sua candida coltre (così si leggeva sui libri delle elementari ai miei tempi), la neve fa differenze. Fa scherzi. Il bianco mette in risalto i colori. Soprattutto il nero. La neve è spietata prima che candida. Il suo candore non è innocente, nasconde cose putride, infamie e malizie.

Ho sostato per qualche minuto davanti al marmo e alla foto che si allontana sempre più nel tempo e nella mia memoria. Più passano gli anni e più quel volto sorridente di cui conosco il contorno, perché è stato ritagliato dalla foto di una manifestazione, mi guarda più lo sento estraneo. È il clichè di un tempo irriproducibile. Di cui non è stato tirato alcun esemplare.

Per un po’ ho ignorato la targa, quella messa dai suoi compagni, i nostri compagni, quelli che non si fanno mai vedere il 28 novembre perché quel giorno chissà che cosa hanno da fare. Ho cercato di resistere. Conosco il testo a memoria. «Al carissimo compagno L. il cui desiderio di un avvenire migliore per la classe operaia fu soffocato un triste giorno di novembre dai rigurgiti fascisti e dalla brutalità poliziesca. Qui giacciono i suoi sogni. Le sue idee vivranno per sempre».

Non ho resistito. Ho girato lo sguardo per leggere il vecchio epitaffio. E mi sono accorto che la neve, che ancora non aveva completato il suo lavoro di soffice manto e candido velo, aveva lasciato scoperto l’essenziale dell’epigrafe.  Sbianchettando le parole superflue, aveva scritto la sua maliziosa verità: «Soffocato dai suoi sogni». Uno scherzo della neve. Che si sarebbe rimangiato di lì a poco. Sono stato l’unico a essermene accorto e non siete obbligati a credermi. Non ho ripulito la targa dalla neve. Sarebbe stato inutile. La neve continua a cadere e io non sono un guardiano della memoria. Della memoria storica, della memoria incisa nel marmo, voglio dire.

Abele Caini

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