Quando ti immergi, emergono di te cose che neanche immagini

Pubblicato da Redazione il 9 novembre 2010 in Racconti |

Il libro di Davide Boschi nel Sahara. Come c’è arrivato?

«Angelo Ghirelli, un mio amico che di mestiere studia i boschi e per di più nei boschi ci vive, se l’è portato nel Sahara. Solo un vero amico o un vero matto si porta dietro un libro dove si parla solo di acqua in un posto dove c’è solo sabbia. Chi va a camminare nel deserto, lo zaino lo svuota, non lo riempie di cose che non servono».

Davide Boschi ha dunque per amico un globetrotter pazzo che viaggia sotto un sole da 40 gradi all’ombra con in tasca il suo In aqua veritas, appena pubblicato da Albatros (140 pagine, 13,90 euro: un euro a pagina e vi dico subito che li vale). Nel Sahara con le dune e i miraggi, dove il massimo del desiderio è sognare una birra ghiacciata ad Alessandria, sto citando non vaneggiando, il vero amico che fa? Leggiucchia qualche paginetta di un libro dedicato alle immersioni subacquee. Per torturarsi? Macchè, per tenersi compagnia. So quel che dico perché è capitato anche a me. Ho affrontato gli abissi ostili sulle carrette per pendolari di Trenitalia facendomi coraggio con le avventure di Davide «Jacques Cousteau» Boschi.

Mentre scendevo in fondali meravigliosi succhiando ossigeno dalle sue bombole e aggrappato a lui come Anchise ad Enea in fuga da Troia, gli occhi mi si riempivano di colori, il cuore si ribellava e il cervello andava in pappa. Perdevo il senso della misura e del pericolo. Ignoravo gli allarmi diffusi dagli altoparlanti di Trenitalia: si prega di custodire il proprio bagaglio, è vietato scendere prima dell’arresto del treno, si scende dalla parte del marciapiede. Ma come, anche nel mondo delle sirene continuavo a sentire le coglionate dello staff marketing di Mauro Moretti?

Leggevo Davide ma, avendo avuto in precedenza un saggio del suo schietto eloquio, era come se lo stessi ascoltando. Era seduto davanti a me, su un lurido sedile di Trenitalia, e mi parlava e spiegava. Gesticolava pure.

Perché questo titolo? Gli ho chiesto subito a bruciapelo. «Perché in aqua veritas, mentre in barca frottoles». E dato che Davide è un generoso non si è accontenta di liquidarmi con una battuta di latino classico-maccheronico. Lui che ha sempre preso di petto la vita, ha afferrato per la punta le mie obiezioni.

Davide Boschi nel suo ambiente più naturale. In questo caso, le acque del Mar Rosso.

«Andiamo sott’acqua per divertirci? Un bel giorno qualcuno spara questa cazzata e noi tutti ce la beviamo come una pinta di birra fredda in mezzo al deserto perché è semplice, efficace, credibile, giustificante, e con effetto domino la divulghiamo, credendoci, e diventando convinti assertori di ‘sta puttanata immonda».

E allora, Davide, se non andiamo sott’acqua per divertirci, mi vuoi dire che ci andiamo a fare? Non vorrai farmi credere che ci andiamo a pescare perle e bronzi di Riace, anche se il colpaccio può capitare. Il sub non è un  tombarolo con la muta. Allora lui mi tira fuori la storia della sfida con se stessi. L’ho già sentita. Vale anche per chi scala il Nanga Parbat. Per chi si getta dall’Everest con gli sci. Per chi  tenta di volare lanciandosi da un aereo senza paracadute ma travestito da pipistrello (ed è morto). A questo punto Davide abbandona le solite tirate sull’istinto di esplorazione, sul braccio di ferro con la natura, sulla propensione dell’uomo a indagare l’ignoto e comincia a dire cose molto più concrete e convincenti, che hanno a che fare con la sua vita e la sua esperienza. Affila gli occhi, si spinge in avanti, forse per non poggiare la coda dei capelli contro il poggiatesta spalmato di sebo altrui, e mi tappa la bocca.

Ancora Davide Boschi sul relitto del Thistlegorm, un mercantile britannico varato nel 1940 e affondato il 5 ottobre 1941 nel Mar Rosso, nei pressi della barriera corallina di Sha’ab Alì, nel golfo di Suez, Sinai occidentale.

«Avete mai osservato con attenzione il vostro abituale compagno d’immersione? Quello che conoscete così bene anche in terra sì? E non vi siete mai accorti che quello lì sott’acqua è un’altra persona? Che ciò che di lui è così ben prevedibile in terra, là sotto di fatto non lo è più? O ancora, vi siete mai osservati bene voi stessi in immersione? Sai come in quei sogni o in quei film dove ci si osserva dall’alto quasi fossimo estranei? … Il fatto è che quando siamo sott’acqua emergono nella nostra persona taluni aspetti, quantomeno comportamentali, che ci sono quasi del tutto ignoti… e come si sa, l’ignoto fa paura, specialmente se ci riguarda. L’ignoto ci attrae, ma la paura, in immersione, conduce al panico e questo tutti i subacquei lo sanno bene, cos’è che ti ha fatto andare in panico?

«Il fatto che hai “perso la strada” o il fatto che tu, proprio tu, che non lo avresti mai detto, hai potuto perdere la strada in quest’immersione del cazzo?

«Il fatto che il tuo compagno è in seria difficoltà, o il fatto che tu, proprio tuu, ti scopri incapace di soccorrerlo e di non essere quel subacqueo o quell’uomo che credevi?“».

Sia come sia, Davide comnclude sempre con il mantra «in aqua veritas».

Che ci faceva Davide a vent’anni con tutte queste bottiglie a bordo di una scalcagnata imbarcazione malgascia che perdeva i pezzi durante la navigazione? Per scoprirlo, clicca qui.

Mi hai convinto Davide. Direi quasi commosso. Come mi hai convinto, e direi quasi commosso, in molte altre pagine che non voglio rivelare al lettore che se le andrà a scoprire da solo, senza divorarli uno di seguito all’altro perché i ventitrè capitoli sono tanti racconti fatti e finiti da centellinare uno a uno. Su cui riflettere. Perché dentro l’aneddoto c’è sempre un pensiero da meditare.

Non fatevi ingannare dalle prime pagine, dove davide vi spiegherà il perché e il per come il sub sia il più profondo conoscitore del mare. Non lasciatevi intimorire da certi termini tecnici. Oltre la pedagna, il corallium rubrum, i problemi della sicurezza e i costi dell’equipaggiamento, c’è un vecchio scout di don Camillo Mellini, un uomo che a vent’anni è andato nelle foreste del Madagascar dove è rimasto tre anni telefonando a casa solo un paio di volte, un sub che ha visto la morte in faccia ed è fiero del proprio spigoloso carattere, se non ho capito male. Un uomo alle prese con la più rischiosa delle immersioni: pretendere di conoscere il proprio simile e, udite udite, se stesso.

Per vivere, tra un’immersione a Portofino o nel Mar Rosso, Davide fa il falegname. Costruisce serramenti a prova di ladri e porte blindate. Mi chiedo se vi sia qualche relazione, più o meno consapevole, tra questa sua attività che lo porta a corazzare l’essere umano nel suo buco domestico  e quella di cercare di scassinarne la psiche ventimila leghe sotto i mari, che non so quanto siano ma è comunque il titolo di un bel romanzo d’avventura. Che Davide deve avere letto già quand’era lupetto. Nei boschi. Magari  insieme ad Angelo e agli altri del branco. Ho l’impressione che la risposta arriverà presto. Emergendo dalle onde. Ma non del subconscio. Lasciamo che Godzilla sonnecchi sul fondo degli abissi. Anche se fa la guardia a un tesoro che ci fa gola, non svegliamolo. Se vogliamo dormire in pace. Conoscere se stessi è molto, ma non è tutto. E non è sempre bello.

Per chiudere, dobbiamo essere grati a Davide di avere scritto un libro d’argomento subacqueo senza foto. Gli sono bastate le parole per fotografare pensieri ed emozioni.

Ivano Sartori

La copertina del libro.

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