Islam e cristianesimo uniti nella conquista del mondo

Pubblicato da Redazione il 24 ottobre 2010 in Chiesa, islam |

Chi ha a cuore il futuro e le presenti condizioni di vita del popolo palestinese non può che gioire della risoluzione approvata dal Sinodo sul Medio Oriente che si è concluso ieri in Vaticano.

I 185 padri sinodali riuniti sotto la guida di Benedetto XVI hanno dichiarato che la Bibbia non può giustificare le ingiustizie. Benissimo. Evviva.

Non si possono invocare i testi sacri dell’ebraismo per legittimare l’occupazione dei territori palestinesi da parte dell’esercito e dei coloni israeliani. Perciò la condanna degli autorevoli patriarchi e vescovi riuniti a Roma è stata politica, oltre che teologica.

E come tale è stata indirizzata al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite affinché imponga agli israeliani di ritirarsi entro i confini precedenti la guerra dei Sei giorni del 1967.

Come si fa a non essere d’accordo? Come si fa a non concordare con il Vaticano che ricorda il carattere multireligioso di Gersualemme e invoca perciò uno statuto speciale per la città considerata sacra da tre religioni: cristianesimo, islam ed ebraismo?

Ci sono però parti del documento sinodale che suscitano perplessità, per non dire una profonda inquietudine.

Per esempio, la questione della Terra Promessa. «Per noi cristiani non si può più parlare di terra promessa al popolo giudeo», ha detto Cyrille Salim Bustros, arcivescovo della diaspora greco-melchita negli Stati Uniti, nonché presidente della commissione che ha redatto il messaggio finale. Che l’ha spiegata così: «La terra promessa è tutta la Terra. Non vi è più un popolo eletto».

Caspita, che a un popolo non dovesse essere consentito di andare in giro spacciandosi per gli eletti e prediletti del Signore, questo lo sostenevamo da tempo, ma che tutta la Terra debba diventare terreno di conquista, vuoi con la Jihad vuoi con l’evangelizzazione, delle due più grandi multinazionali religiose del pianeta, è un intollerabile scherzo da preti.

Date le premesse, non è infondato temere che cristiani e musulmani vogliano spartirsi il mondo infischiandosene della nostra libertà di non credere, di non aderire e di non sabotare. Un timore confermato da un altro passaggio del documento finale, relativo al rapporto dei cristiani con «i nostri concittadini musulmani» che dice testualmente: «Dio ci vuole insieme, uniti nella fede in Dio e nel duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo».

Come dire: avanti insieme, noi che siamo i numeri uno della fede, a danno di quei quattro gatti degli ebrei e della loro polverosa Bibbia.

Di fronte a tanta tracotanza, c’è da essere più che preoccupati. In questo fine settimana, a Roma, sono state gettate unilateralmente le basi per una Santa Alleanza tra campanile e minareto. L’obiettivo più ravvicinato è quello di non pestarsi i piedi in Medio Oriente. A lungo termine, di avere il controllo sulle rispettive pecorelle.

Anche lo Stato Vaticano occupa una certa porzione della Repubblica italiana, ma nessuna autorità laica gli ha mai chiesto di rientrare nei confini delle proprie chiese e delle proprie banche. Che non è comunque poca cosa.

Per finire, gli ebrei non hanno mai preteso di convertirmi. Perciò mi dichiaro idealmente ebreo, ma senza ambizioni di terra promessa e senza pretesa di essere stato eletto. (is)

La libertà di espressione del pensiero fa paura tanto agli islamici quanto ai cristiani. Si sentono offesi, poverini.

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