Vespasiano

Pubblicato da Redazione il 21 ottobre 2010 in Pubblico e Privato, Racconti, Riceviamo e Pubblichiamo |

di Domenico Pagnotta

Che cosa ci voleva a buttare una secchiata di disinfettante un paio di volte al giorno negli orinatoi pubblici? Niente ci voleva, ma non c’era più chi lo volesse fare. Siamo mica l’India, dicevano.  E così li hanno chiusi, i cessi, perché non ci sono più mestieri per intoccabili nell’Occidente moderno, virtuale, sviluppato, progredito con tutti i sanitari in casa e anche a prendere un caffè al bar per chiedere scusi dov’è la tualet ci vuole una bella faccia tosta che i giovani non hanno più. Così per timidezza pisciano sui muri, contro le piante e durante le notti bianche vomitano anche. Dove capita.

Qui in Occidente, abbiamo sì dei mestieri di merda, ma non sono quelli dove si maneggia la cacca che anzi ci puoi fare affari d’oro, con quella: 200 euro per mezz’ora di spurgo mi hanno preso. Ma stiamo parlando di impresa privata. E un cesso sulla piazza, dove la gente va a pisciare in piedi non è un affare. È una spesa di bilancio che non produce nulla. È welfare. Però mi ricordo di quando non si parlava e non si ragionava così. Mi ricordo di quando avevamo il vespasiano in una piazzetta anche se non ci sono mai andato perché passavo le giornate al bar e non avevo bisogno di chiedere un caffè per andare a pisciare. E sì che pisciavo spesso con tutto quel liquido ambrato che mandavo giù. Ma sto andando fuori tema, che non è quanto bevessi io, ma il guardiano del vespasiano.

L’ultimo guardiano era stato un vecchio che aveva fatto l’infermiere in guerra. La prima guerra. Più che l’infermiere aveva raccolto pezzi di corpi. Usciva dalla trincea e i nemici non gli sparavano addosso perché anche quello era un dovere da compiere. Quell’uomo con il grembiulone bianco macchiato come quello di un macellaio, di sangue misto a terra, con la croce rossa sul petto e sulla schiena, era uno che ripuliva il campo, uno che impediva che la puzza dei cadaveri impestasse l’aria e arrivasse fino alle trincee. Amiche e nemiche. Lo lasciavano fare per il bene di tutti quegli uomini costretti a guardarsi in cagnesco da una fossa all’altro, divisi solo dal reticolato di fino spinato e dall’odio istillato dagli alti comandi militari, ma questa era la barriera più vulnerabile e funzionava solo per quell’istinto di sopravvivenza che non c’entra niente con le raffinate strategie militari anche se ne è un ingrediente.

Dopo la guerra, prima di diventare vecchio per davvero, quel vecchio che vecchio lo era già dentro e nel fisico, aveva lavorato al macello pubblico. Diceva che l’odore del sangue era uguale e ormai lui non ci faceva più caso. Bestie e cristiani, diceva, sanguinano tutti allo stesso modo e muoiono uguale, per disperazione, perché vedono che non hanno scampo, perché sentono che quelli che gli stanno attorno li vogliono morti: soldati dell’alta trincea, parenti, macellai, vicini di casa, compagni di partito, colleghi. La differenza è che non tutti i morti sono commestibili, ma quando pensava a quei corvi che arrivavano prima di lui a cavare gli occhi ai soldati caduti riversi, pensava che anche questo non è del tutto vero. E se avesse saputo dell’esistenza della parola metafora e di quel che significa, avrebbe detto che non era vero per niente. E infatti pensava sempre: eravamo come bestie.

Dopo che aveva annusato il fetore dei corpi quando  cominciano a marcire e marcivano perché non è che potesse uscire sempre a raccoglierli freschi, perché anche le sparatorie avevano le loro logiche e i loro tempi e bisognava che se ne ammucchiassero un po’ da entrambi le parti di cadaveri prima di passare a fare pulizia, dopo che aveva respirato il tanfo, che cosa volete che fosse per lui tirare due secchiate di creosoto agli orinatoi da cui gocciolava un filo d’acqua che lasciava striature gialle sulla superficie smaltata come se quei segni fossero di piscio invece che di acqua ferruginosa, ma chi non sapeva niente diceva che lui non puliva a dovere.

Però il sindaco e qualcuno degli assessori che avevano fatto la seconda guerra lo sapevano bene che l’urina non lascia segni, né gialli né marroni. Era gente che aveva pisciato sulla neve maneggiando il coso come una penna e allora sapevano che non si poteva pisciare due spanne sopra un angolo di 90 gradi se non volevi che ti si ritorcesse contro. E nel vespasiano le tracce cominciavano due spanne sopra. Ma la geometria non è il forte delle autorità e neanche delle donne. Che, vedremo, saranno loro a decidere.

L’orinatoio che mi ricordo era davanti al cinema che una volta si chiamava Balilla e di fianco al forno comunale. A notte fonda e al mattino presto prevaleva il profumo di pane appena sfornato. Nel pomeriggio, soprattutto se era caldo, aveva la meglio l’acre puzzo dell’acido urico. L’odore di cinema non si sentiva mai. E forse fu anche per quello che a un certo punto lo chiusero. Non profumava più di avventura, di sesso, di farwest, di musica, di fumo, di cappotti tirati fuori dalla naftalina.

Il sabato mattina la piazzetta davanti al vespasiano si riempiva di donne della campagna che vendevano polli, anatre, tacchini, oche, galline e di altre donne della città che li compravano. Vivi. Quel che restava invenduto lo comprava uno con un camioncino che era il pollarolo. Tacchini, polli, anatre, oche, faraone, galline, capponi scacazzavano a manetta e allora tutti sentivano il loro lezzo, non quello dell’orinatoio.

Il vespasiano lo chiusero quando fecero una cosa che si chiamava Unità sanitaria locale che cominciò a mandare in giro persone a ordinare che da ora in avanti si poteva pisciare solo in casa propria, che non si potevano ammazzare i maiali se non si era macellai di professione, che non potevi fumare nei cinema, che non potevi vendere pollaglia viva.

Questo è quel che dicono. Ma io so che la verità è un’altra. Lo chiusero quando morì il guardiano che gettava nell’orinatoio due secchiate di disinfettante al giorno. Tre in luglio e agosto. Lo chiusero quando una donna eletta in consiglio comunale dichiarò che bisognava finirla con quelle indecenze. Si riferiva a un vecchio davanti al vespasiano che le aveva sorriso mentre armeggiava con la patta ancora aperta e lei usciva dal cinema dov’era stata a vedere Helga, un film svedese che faceva vedere come nascono i bambini. Non ricordo che partito l’aveva fatta eleggere, ma credo fosse una signorina che insegnava dottrina. Sapeva tutto di Dio, ma non sapeva come nascono i bambini.

Lo chiusero, il vespasiano, quando non si trovò chi sostituisse il ragazzo del 99 che l’aveva tenuto pulito e in ordine per vent’anni ma non aveva potuto far niente contro i rivoli di ruggine.

Nessuno che avesse fatto la seconda guerra, né come partigiano né come repubblichino né come imboscato volle succedere al soldato della prima. A loro gli era andata meglio, facevano i custodi dei campi sportivi, i custodi del comune, i custodi dell’ufficio tecnico, i custodi della piscina comunale, i custodi della memoria.

L’ordine immediato di chiusura fu dato il giorno che un vagabondo scambiò l’orinatoio per una fontanella e uscendo protestò per la scomodità del rubinetto.

Quel giorno passava di lì il sindaco di allora, che aveva fatto il muratore. Mandò subito il manovale che chiudeva gli avelli nel cimitero a murare quella vergogna con calce e foratini.

I clienti più fedeli non si disaffezionarono subito e per molto tempo continuarono a riunirsi lì, davanti all’orinatoio murato. Alcuni si sbottonavano la patta, come se fosse ancora aperto e innaffiavano la calce del muretto. Altri diedero vita a un circolo di bocce. Perché se è vero che a orinare ci si va uno alla volta, non si può dire lo stesso per il gioco delle bocce.

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5 Commenti

  • avatar Capitan Puke58 scrive:

    Ma chi ha scritto questo triste e bel racconto?
    In viale della Vittoria ce n’era uno che puzzava , non di urina , ma di cloro tanto che bisognava cambiare marciapiede.
    Forse e’ stato un bene chiuderli cosi ora si puo’ andare nel giardino dell’ex Macello , che durante le Notti Luride ( Notti Bianche) e’ diventato un autentico pisciatoio e anche , udite udite ,CACATOIO.Visto con i miei occhi, una persona accucciata dietro le torrette elettriche , lato nord ovest.
    Sempar pess.

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  • avatar giovanna galli scrive:

    Complimenti sinceri a Domenico Pagnotta per la bella pagina – ha fatto riaffiorare ricordi di un piccolo angolo di Fidenza che mi ha riempito di tanta nostalgia

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  • avatar Capitan Puke58 scrive:

    Domanda per Editor.

    Ma Domenico Pagnotta e’ uno pseudonimo o e’ un concittadino in carne ed ossa ?

    Comunque sia lo invito a scrivere ancora di vecchi ricordi.

    CHAPEAU !

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    • avatar Editore scrive:

      Grazie per i complimenti che riferirò al Pagnotta. Il quale è ospite di una casa di riposo e i ricordi bisogna tirarglieli fuori con uno scandaglio a sagola. Alcuni si sbriciolano appena portati in superficie. Altri, pericolosissimi per il buon nome di certi viventi, sono prudentemente conservati in salamoia. Colgo l’occasione per chiedere se Capitan Puke 58 sia vero nome o nom de plume.

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  • avatar Capitan Puke58 scrive:

    Nome vero :Capitan (nome) Puke58 (cognome)

    Mode serio ON.

    La domanda e’ sorta perche’ guardando vecchi numeri del Numero Unico si scriveva di tale Pagnotta d’anteguerra definendolo un autentico burlone.

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