Quante volte al giorno si cambiano le mutande i fidentini?

Pubblicato da Redazione il 1 ottobre 2010 in Commerci, Economia, Fidenza |

Sotto l’insegna niente. Fortunatamente risparmiata dai vandali, si trova in via Malpeli.

Il barbiere lasciò arrugginire le forbici e i rasoi per trasformarsi in autista di scuolabus. Lavorare per il comune, vuoi mettere la sicurezza, adesso che andavano tutti in giro con le barbe sfatte e i capelli lunghi.

Il pollivendolo, smise di stare sulla porta della bottega a salutare con moine da buttadentro le donne che passavano per via Cavour. Non aveva neanche i polli allo spiedo in vetrina che, girando lenti, profumassero l’aria di spezie. Diventò dipendente del supermercato che gli aveva sottratto le massaie con il naso sensibile. Vuoi mettere la sicurezza di uno stipendio.

Quanti furono i negozianti indipendenti che nei Settanta diventarono dipendenti? Che cambiarono radicalmente attività rinunciando a competenze acquisite fin da ragazzi per diventare operai alla catena di montaggio del commercio o agenti dei servizi pubblici? Che riuscirono a raggiungere fortunosamente la pensione prima del tracollo e della chiusura definitiva?

Chi si ricorda più di loro e del grande cambiamento dei Settanta? Chi si ricorda più dei calzolai che misero le serrande perché erano arrivate le scarpe di Carlo usa e getta per quel che costano. In quegli anni, che furono di piombo nelle ali per latterie, panettieri, ortolani, droghieri e mercerie, la clientela emigrò verso i supermercati che nei decenni successivi avrebbero cinto d’assedio Fidenza a est, ovest e nord, mentre a sud il terreno agricolo veniva  inghiottito dall’edilizia residenziale.

Di quella guerra che fu l’equivalente della strage della notte di San Bartolomeo, perché gara non ci fu né poteva esserci, restano le saracinesche abbassate, imbrattate dai topi volanti e dai soliti sporcaccioni.

Che fare di quei loculi vuoti, di quei tuguri, che cominciano dal forno comunale per finire negli sgangherati negozi di via Malpeli? Altri negozi? Per vendervi mutande? Ma quante volte al giorno si cambia le mutande la popolazione fidentina? Il Psc riuscirà a trovare una soluzione anche per questi spicchi di Oriola disseminati in una città che si crede bella per un po’ di porfido e qualche lampione? Per un po’ d cipria su foruncoli che non sono acne giovanile.

Saracinesche abbassate in questi tre negozi di piazza Matteotti, via Gramsci e via Berenini. Nel 2009 furono utilizzati temporaneamente come uffici elettorali. La politica è maestra nell’occupare spazi non suoi.

Sono le holding della grande distribuzione a pianificare la politica commerciale del territorio

di Ambrogio Ponzi

«Il povero mercato di Borgo», così il Plateretti titolava il capitolo dedicato all’economia locale nel suo volume Borgo San Donnino 1802. Si trattava di un mercato di beni di sussistenza che soffriva dell’emarginazione della città in rapporto alla capitale, Parma, la quale esercitava di fatto una specie di monopolio forzoso. Il titolo è attuale anche oggi, ma le cause sono decisamente diverse e lo scenario non è così drammatico.

Compresso tra nuove forme commerciali e tradizione, il sistema del commercio del centro città stenta a trovare un proprio ruolo. All’origine, alcune deficienze urbanistiche, quali la penuria di parcheggi e la viabilità difficoltosa,  penalizzata da «lavori in corso» senza fine.

Un altro fattore frenante sono le dimensioni dei negozi che, tranne pochi casi, sono estremamente ridotte. Sta di fatto che in questi anni il commercio non è più un fattore di attrazione per il centro di Fidenza.

Gli sforzi delle amministrazioni per creare eventi favorevoli ai commerci non ha sortito effetti stabili come l’apertura di nuovi negozi. La presenza di un grosso polo commerciale nei pressi del casello autostradale (outlet) è spesso citato come causa del declino commerciale del centro. Ma è una spiegazione che pecca di protezionismo: gli effetti negativi vi sarebbero stati anche se il polo commerciale  fosse sorto in località vicine e in più non vi sarebbero stati i risvolti positivi.

Lo strapotere della grossa distribuzione oggi si gioca su ben altri livelli condizionanti e crea nuovi percorsi extraurbani dettati dalla convenienza o percepita come tale. Oggi coi bilanci comunali più che mai dipendenti dallo sviluppo edilizio, il meccanismo si è affinato. Più che gli amministratori e gli uffici tecnici, è la grande distribuzione, da Value Retail (outlet) a Legacoop a pianificare il territorio.

A Fidenza, oltre alla contrazione del numero dei negozi, si assiste anche al cambiamento merceologico degli esercizi: bar, agenzie immobiliari e istituti bancari hanno preso il sopravvento sulle botteghe. Più che di aggiunta si tratta di riconversione dei negozi tradizionali.

Anche la trattoria Al Duomo ha chiuso i battenti. Un altro pezzo di Fidenza che scompare. Si accettano scommesse sulla sua riconversione. Un’altra banca? Oro e incenso all’ombra della cattedrale? Il connubio sa di profanazione.

Da via Cavour alla periferia ritenuta più appetibile perché comodamente raggiungibile in auto.

Qualcuno riparte coraggiosamente dal centro, in via Vito Aimi.

Gli spazi artificiali nati dall’aggressività immobiliare non hanno favorito le attività commerciali. Dall’alto, i mostri generati dalla speculazione edilizia nel cortile dell’ex caserma dei carabinieri (via Bacchini), nella galleria di via Berenini e in vicolo Zuccheri.

La scomparsa di alcune attività tradizionali esercitate in via Cornini Malpeli hanno praticamente ridotto questa via a un passaggio per sole auto. La confusione edilizia tra vecchio, nuovo degradato e nuovo senz’anima non è certo invitante. Pochi i negozi sopravvissuti.

Se la parte finale di via Berenini soffre, via Dei Mille (qui sopra) non ride.

La storica macelleria Paini in via Cornini Malpeli è oggi occupata da una lavanderia. Del glorioso passato è rimasta la magnifica insegna (sotto il titolo).

Dei tre negozi di piazza Grandi (artigianato lana, articoli per la casa e profumeria) rimane un saracinesca abbassata e tre luci di negozi occupate da un centro di riabilitazione.

In via Abate Zani si sono abbassate per sempre le saracinesche di quello che in origine era stato il forno di Aurelio Ponzi. Nella via, pochi negozi e molti bar.

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1 Commento

  • avatar fb scrive:

    Ambrogio, ma tu pensa che da 20 anni mi servo da quella lavanmderia con l’insegna storica, e non me n’ero mai accorto. Per l’attività artigianale di calzolaio ed affini, ti segnalo anche il laboratorio in via Berenini, di un tipo immigrato da Parma, che mi ha raccontato che aveva lavorato anche su a Milano. Ambrogio, però, a parte il discorso della qualità, che non sempre è comunque migliore nei piccoli negozii rispetto agli ipermercati, ma non sarebbe ora che i proprietari dei medesimi abbassassero un tantino i prezzi? Se in un ipermercato spendo, ad es., per frutta e verdura, 20€, in un negozietto me ne vanno 30. E così anche per tanti altri articoli e mmerci, alimentari ed extra; per forza poi la gente si serve presso le grandi catene di distribuzione.

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