È giusto proibire il burqa? Visto da altrove, visto da lontano

Pubblicato da Redazione il 19 settembre 2010 in Opinioni, Riceviamo e Pubblichiamo, Riflessioni |

Parigi. Donne musulmane con il burqa, prima che la legge lo vietasse.

Che cos’è una buona legge? Non è facile rispondere alla domanda, ma si possono citare almeno tre dimensioni rispetto a cui è possibile giudicare il valore di una legge o di una proposta di legge. Anzitutto la giustizia. Una buona legge è una legge giusta, o almeno è una legge che non commette ingiustizie, non penalizza inutilmente un particolare gruppo. In secondo luogo l’efficacia sociale. Una buona legge persegue un obiettivo che è a vantaggio di tutti – o almeno di alcuni – ed è fatta in modo di permettere di raggiungere tale obiettivo. In terzo luogo, infine, l’ordine pubblico. Una buona legge favorisce l’ordine pubblico o almeno non costituisce essa stessa causa di disordine.

Questi aspetti sono strettamente legati e, nel migliore dei casi, una buona legge si rivelerà vantaggiosa rispetto a tutti e tre. Una buona legge è una legge giusta, socialmente efficace e che promuove l’ordine pubblico. Così la legge che riduce la velocità massima della circolazione automobilistica negli agglomerati urbani, non penalizza alcun gruppo particolare. È a vantaggio di tutti. Riduce gli incidenti, rende più facile e più sicura la mobilità non solo degli automobilisti, ma anche dei pedoni e dei ciclisti. Siccome riduce il numero di incidenti, e quindi le occasioni di conflitti e litigi, favorisce l’ordine pubblico, e, poiché i suoi vantaggi sono riconosciuti da tutti, la sua applicazione non rischia di essere causa di disordine.

Tuttavia queste tre dimensioni non interagiscono sempre in maniera così armoniosa. A volte è necessario scegliere tra la giustizia e l’efficacia sociale. Per esempio, si può pensare che la legge che determina un tasso di imposta progressivo sia ingiusta, nella misura in cui penalizza in modo sproporzionato coloro che hanno una rendita più elevata. Contemporaneamente, si può anche giudicare che il vantaggio che ne discende a livello della distribuzione della ricchezza, è sufficientemente importante per giustificare questa distorsione rispetto alla stretta giustizia. Si valuterà allora in generale la legge in funzione del modo in cui essa regola il conflitto tra questi due criteri: la giustizia e l’utilità sociale. Ad esempio, la riforma di istituzioni importanti come l’educazione può scontrarsi con una opposizione talmente virulenta da parte di interessi particolari che mette in discussione, che è forse preferibile non procedere oltre. Capita allora spesso che il legislatore sacrifichi i suoi obbiettivi di giustizia e di efficacia a vantaggio dell’ordine.

Pertanto queste tre dimensioni a partire da cui è possibile giudicare del valore di una legge, non permettono sempre di arrivare a un giudizio semplice, categorico. Si può tuttavia pensare senza rischio di sbagliarsi che una legge che contraddica questi tre criteri non sia probabilmente una buona legge.

Nel corso della discussione circa il progetto di legge riguardante la proibizione del velo integrale, si  incontrano tre principali tipi di argomenti.

Anzitutto argomenti relativi ai valori francesi e repubblicani. Il burqa sarebbe contrario ai valori della Francia e della repubblica. Portare il velo integrale costituirebbe anche una offesa ai valori francesi, un affronto che «colpisce alcuni nel profondo».

In secondo luogo, argomenti legati alla dignità della donna alla libertà individuale e all’autonomia. Il velo integrale sarebbe contrario alla affermazione della dignità della donna. Costituirebbe una «prigione ambulante» che imprigionerebbe la libertà di chi lo porta e negherebbe la loro autonomia. Questi due primi tipi di argomenti sono strettamente legati. Essendo la libertà individuale, l’autonomia e la dignità valori che la Repubblica e la società francese vogliono difendere.

Infine, il terzo tipo di argomento riguarda la questione della sicurezza. Il burqa dissimula l’identità personale, chiunque può nascondersi sotto un velo integrale, una donna, un uomo, un terrorista, un malfattore.

La dignità, la libertà, l’autonomia. Cominciamo dalle argomentazioni centrate sulla dignità della persona e la libertà, poiché esse sono il cuore del dibattito. Affermare che il burqa costituisce un’ingiuria alla dignità della donna, un guinzaglio alla sua libertà e che nega la sua autonomia, suppone che questa donna non porti il burqa volontariamente, che la scelta di questo abito non sia il risultato di una decisione libera ed autonoma. Fa pensare che coloro che lo indossano siano o costrette dal marito, dal fratello, dal padre o dalla madre, o siano sotto l’influenza di «costumi sociali assurdi», di superstizioni ancestrali… Ma in un caso come nell’altro si valuta  che esse non siano libere e che l’oppressione che subiscono neghi loro la dignità di persone autonome.

Di qui il fine, molto rousseauiano, della proposta di legge è di «obbligarle ad essere libere». Prima di chiedersi se questa rappresentazione delle ragioni che spingono alcune donne musulmane a portare il velo integrale sia giusta, si impone un’osservazione. Giusta o no, è essa che determina l’obiettivo della legge, il suo scopo: rendere a delle donne oppresse la loro dignità e la loro libertà. E dunque in relazione a tale obiettivo che è opportuno valutare l’efficacia sociale della legge.

Supponendo che sia vero che queste donne sono obbligate, sia dai loro «uomini», sia da tradizioni ancestrali che non sono capaci di mettere in discussione, in cosa il proibire di indossare il velo in pubblico le restituisce la loro  dignità e la loro libertà? Se sono effettivamente sottomesse a tal punto ai loro uomini – o alla loro religione – da non osare uscire senza indossare un velo integrale, non bisogna pensare che l’unico risultato possibile della proibizione sarà di condannarle a restare chiuse nella loro casa? La conseguenza della legge sarà allora di rimpiazzare una «prigione ambulante» con una prigione fissa. Se esse sono effettivamente vittime di oppressione da parte di altri membri della famiglia, la legge non dovrebbe piuttosto cercare di proteggerle e punire coloro che le opprimono? È vero che questo è molto difficile, ma si capisce poco come una legge che di fatto impedisce l’accesso allo spazio pubblico possa loro venir loro in aiuto.

Supponendo che non siano forzate da nessuno, ma sotto l’influenza di tradizioni culturali o religiose, si impone la stessa conclusione. In che modo può venir loro in aiuto una legge che come unico risultato pratico le condanna per sempre alla cerchia ristretta del loro nucleo familiare che è il custode delle tradizioni? Non sarebbe al contrario desiderabile facilitare il loro accesso allo spazio sociale comune perché possano essere in contatto con idee e pratiche differenti? In effetti, non solo la proibizione non può venir loro in aiuto, ma sembra fatta su misura per assicurarsi che esse non avranno mai accesso a quella libertà e dignità che si invocano per giustificarla.

In breve, se  «obbligarle a essere libere» è l’obiettivo della legge, questa sembra assolutamente incapace di raggiungerlo. Se lo scopo della legge è di restituire a queste donne la loro dignità e la loro autonomia, la proibizione del burqa è non soltanto socialmente inefficace ma, oltretutto, ingiusta perché penalizza senza ragione coloro che la legge stessa dichiara vittime dell’oppressione.

Questo scenario oppressivo, tuttavia, non è certamente  universalmente esatto e si deve pensare che alcune tra loro – almeno una – abbiano deciso di adottare questo modo di vestirsi dopo matura riflessione, e che sia per loro il frutto di una decisione autonoma e meditata. Se lo scopo perseguito dalla legge è quello di  assicurare la dignità delle donne e difendere la loro libertà, bisogna domandarsi perché, per quale motivo sarebbe giustificato in questo caso  limitare la loro libertà di scelta e di coscienza.

In effetti, esistono eccellenti ragioni per limitare a volte la libertà di coscienza di chi agisce, per esempio quando le sue credenze religiose mettono in pericolo la vita o la salute sua o degli altri. O se il vantaggio sociale è sufficientemente importante, può esser giustificato limitare la libertà di azione. Per questo non siete liberi di non portare il casco in moto o di non allacciare le cinture di sicurezza.

Qui tuttavia è assai difficile vedere quale vantaggio sociale potrebbe derivare  da una proibizione, o quale pericolo proviene dal vestirsi come vi pare. Infatti, secondo questi due criteri – il pericolo per gli individui e il vantaggio sociale – vi sarebbero motivi molto più validi per proibire di portare i tacchi alti le cui pericolose conseguenze per la salute sono ben note e che costano care alla sanità pubblica, che non di proibire il velo integrale.

Così come quelle che portano il velo per costrizione, come anche quelle per cui si tratta di una espressione di una decisione autonoma, non sarebbero liberate dalla legge, ma al contrario vessate nella loro libertà. Sarebbero penalizzate per un’azione che non fa male a nessuno e la cui proibizione non porta alcun vantaggio a chicchessia.

In effetti, la miglior ragione che si potrebbe invocare, credo, per ridurre la libertà di quelle che portano il velo per scelta autonoma, sarebbe se effettivamente la proibizione portasse alla liberazione di tutte quelle che sono vittime di costrizione. Una tale giustificazione potrebbe essere accettabile solo se la legge fosse efficace, se raggiungesse pienamente l’obiettivo che afferma di perseguire, ma – come abbiamo visto – questo non è il caso, la legge al contrario va a limitare la libertà di queste donne e a segregarle ancora più di quanto già non siano.

Le argomentazioni di questo primo tipo sono dunque poco convincenti. Sia sul piano della giustizia che su quello dell’efficacia sociale il bilancio è negativo. La proibizione penalizzerebbe inutilmente un gruppo di persone che si dichiara essere già vittime; inutilmente perché la legge è incapace di raggiungere l’obiettivo che dichiara di voler perseguire.

Con il pretesto di dare  la libertà alle donne velate la proibizione voluta proibisce loro l’accesso allo spazio pubblico e le rimette nelle mani dei guardiani della tradizione  che pretende di respingere. E col pretesto di difendere la dignità della donna, queste argomentazioni disprezzano l’autonomia di quelle che hanno scelto liberamente.

La seconda linea di argomenti porta ai valori francesi e repubblicani. Indossare il velo integrale contraddirebbe i valori della Francia e della Repubblica. Ciò si può interpretale in maniere diverse. Anzitutto si può pensare che il velo integrale simbolizzi la sottomissione della donna e questo contraddica il valore fondamentale dell’uguaglianza e della libertà. Una tale interpretazione, tuttavia, rinvia al punto precedente. La proibizione del burqa mirerebbe allora a riaffermare il valore dell’eguaglianza e della libertà. Abbiamo già visto quel che è dell’efficacia di una proibizione rispetto a questo obiettivo, e non è necessario ritornarci.

In secondo luogo, si può pensare che l’indossare il velo integrale contravvenga ai valori francesi ed europei in generale, in un modo che si potrebbe definire «di estetica» in senso lato. Così come i minareti stonano nel paesaggio svizzero tradizionale, il burqa è dissonante rispetto al paesaggio sociale e dell’abbigliamento francese. Indossare questo abito urta i valori della maggioranza. Mette la gente a disagio, ciò non è francese! Affermazioni simili sono abbastanza oscure e poco articolate. Rassomigliano più a una reazione viscerale che non si è capaci di spiegare, piuttosto che ad argomenti  in buona e dovuta forma.

Tuttavia, supponendo che ciò sia vero per numerosissime persone, non bisognerebbe dare una certa importanza al malessere di coloro che sono disturbati dalla vista del burqa? La legge non dovrebbe venir loro in aiuto? Non sarebbe questo lo scopo della proibizione? Se questo è il caso si pone qualche domanda. Anzitutto, se si tratta in effetti di paragonare il malessere passeggero di alcuni, in rapporto a ciò che, per altri, equivarrebbe a una vera reclusione perpetua, la valutazione è presto fatta.

La legge non può essere giusta, né essere giustificata dal vantaggio sociale che apporta data l’importanza del danno cha essa peraltro impone. La seconda obiezione è che, una volta accettato il principio che è legittimo limitare dei comportamenti di per sé inoffensivi perché spiacciono alla maggioranza, è tutto l’edificio della libertà che è minacciato. Perché ciò equivarrebbe ad affermare  che è legittimo proibire ogni comportamento che la maggioranza dei cittadini giudica sgradito. Ciò cambierà secondo le circostanze, oggi il burqa domani sarà l’omosessualità dopodomani l’indossare jeans bucati  o portare la barba o non portarla, poco importa.

La terza difficoltà che deve fronteggiare l’idea che lo scopo della legge è di difendere i valori francesi, repubblicani o europei, mi sembra tuttavia la più rivelatrice. Secondo le valutazioni ci saranno tra qualche centinaio a duemila donne che in Francia portano il velo integrale. Ora basta circolare in alcuni quartieri di Parigi per rendersi conto che vi sono molti più uomini  africani, nordafricani e arabi che si vestono in modo tradizionale: tuniche djellaba, kufi, taquivah.

Numerosi sono quelli che preferiscono optare per un vestito tradizionale alla sera o quando si tratta di socializzare tra amici. Si capisce poco perché questi vestiti non colpiscono allo stesso modo i valori francesi. Evidentemente tutti come il burqa indicano altri costumi, altre abitudini, un modo diverso  di presentarsi agli altri e di rappresentare la propria identità.

Se quel che è in gioco è la carica simbolica del velo integrale, la sua dimensione estetica che stona nel paesaggio sociale, culturale e dell’abbigliamento francese, è difficile comprendere perché tutti questi altri abbigliamenti alternativi non colpiscono alla stessa maniera e non sono mai stati oggetto di provvedimenti di proibizione.

Perché tra tutti quelli e quelle che si vestono in maniera diversa prendersela unicamente con questa piccola minoranza? In maniera stupefacente le sole che si vogliono far oggetto di una proibizione e a cui si va a negare la libertà di vestirsi come par loro, sono quelle di cui – per altro verso – si dice esser vittime della loro comunità! In effetti è proprio perché si pensa, a torto o a ragione, che sono vittime della loro comunità che ci si appresta a legiferare contro di loro.

Poiché la proibizione è puramente repressiva e avrà come effetto non di migliorare la loro sorte ma di peggiorarla, per questo si impone la conclusione: esse sono prese a bersaglio della repressione perché sono già percepite come vittime. E’ ciò che afferma Réné Girard: si scelgono come vittime le vittime di altri e questa convergenza di risentimento placa la comunità. Questa convergenza contro le stesse vittime è un fenomeno che non è sempre facilmente visibile e che può prendere forme complesse e stupefacenti.

Pertanto un’analisi, per quanto sommaria, degli obiettivi e dei motivi del disegno di legge, suggerisce che il legislatore, per rispondere a un vago sentimento di malessere sociale, prende come bersaglio dell’azione repressiva i membri più deboli di una minoranza che lui stesso considera vittime all’interno di questa stessa minoranza.

La seconda linea di argomenti a favore della proibizione non sembra dunque in alcun modo più convincente della prima. Il richiamo ai valori francesi e repubblicani rimanda sia alla libertà, alla dignità e all’uguaglianza, sia a un vago sentimento di malessere rispetto a chi è altro, straniero, diverso. Nel primo caso il fallimento della proibizione nel rendere liberi quelle che si dice essere oppresse, come abbiamo visto nella prima parte, testimonia della vacuità di questa pretesa di difendere i valori francesi e repubblicani.

Nel secondo caso il fatto che la proibizione non garantisce alcun bene particolare, che non reprime alcuna azione pericolosa o nefasta per gli altri o per l’ambiente, ma che mira semplicemente a sedare un malessere indistinto, spesso vissuto con molta virulenza, suggerisce che abbiamo a che fare con un’operazione di deviazione del risentimento verso vittime accettabili. E questo viene a confermarci che le sole vittime di questa repressione dell’abbigliamento sono quelle che si afferma essere già vittime in seno alla loro comunità.

Restano gli argomenti riferiti alla pubblica sicurezza. È vero che il velo integrale non permette a ognuno di determinare con una occhiata l’identità della persona che lo porta. La questione è di sapere qual è la dimensione  del pericolo che questo rappresenta.

Nelle grandi città anonime ci sono numerosissime persone di cui non possiamo determinare l’identità a colpo d’occhio, perché non le conosciamo. Ciò non pone problemi di sicurezza particolari e, se necessario come è oggi il caso per le verifiche di identità, basta esigere che la donna mostri un momento il suo viso al rappresentante della legge. Di più, i metodi sofisticati messi in atto nei luoghi di massima sicurezza determinano l’identità delle persone indipendentemente dall’aspetto del volto che possono facilmente alterare.

È vero che il burqa è un abito ampio sotto il quale si possono facilmente nascondere armi o esplosivo, ma questo vale per numerosi altri vestiti, e, se li si dovesse proibire tutti, molti di noi dovrebbero cambiare il loro guardaroba. Gli argomenti che fanno appello alla sicurezza non sembrano pertanto più convincenti. Se possono giustificare in  determinate condizioni particolari limiti o obblighi, si capisce poco in che cosa possano legittimare una proibizione totale in tutto il luogo pubblico.

È anche interessante che gli operatori di pubblica sicurezza, gli specialisti sul territorio incaricati della sicurezza e dell’ordine pubblico si siano pronunciati contro la proibizione. La ragione principale addotta è che la legge è inapplicabile, ed il tentativo di farla rispettare genererebbe disordini. Nei quartieri sensibili, dove è più probabile incontrare donne con il burqa tentare di far rispettare la proibizione nel 90% dei casi porterebbe al clash (allo scontro), si avrebbe un’enorme quantità di rifiuti che degenererebbero in insulti, quindi in oltraggio, dunque un delitto, seguito da un arresto, con le famiglie davanti al commissariato.

Questo prenderebbe proporzioni enormi. Ora giustamente ci si da  in certe zone delle consegne,  dove ci si dice di togliere il piede per evitare… In altre parole, la legge stessa diventerebbe causa di disordine, un’occasione di conflitti e di scontri, perché è troppo sensibile, divide le comunità, e perché le ragioni che la sottendono non sono condivise da tutti. Essa sarà anche causa di disordini indirettamente, perché se,per evitare lo scontro le forze dell’ordine danno prova di tolleranza, involontariamente insegneranno a ognuno che rispettare la legge non è importante e che la sua applicazione è arbitraria, dipendendo dalla buona volontà dei rappresentanti dell’ordine.

Alla luce dei tre criteri che abbiamo identificato all’inizio il progetto di legge di proibizione del burqa si rileva cattivo. È ingiusto: penalizza inutilmente individui deboli all’interno di una minoranza. È socialmente inefficace e porterà a risultati contrari a quelli che pretende di perseguire e che motivano la sua adozione. Infine, la legge diventerà causa costante di disordine pubblico e fornirà continui pretesti a conflitti e l’opposizione alla sua applicazione non potrà che generare una aumentata repressione. È difficile vedere quale buona ragione si può invocare a suo favore.

Ciò nonostante il legislatore ha deciso di passar sopra ai consigli negativi dei suoi esperti costituzionali e di coloro che sono incaricati di applicare la legge, perché la proibizione è molto popolare. Tra il 60 e il 70% dei francesi sarebbero favorevoli a una proibizione totale.

C’è qui una evoluzione abbastanza inquietante. I regimi che esercitano violenze verso i propri sudditi generalmente si preoccupano poco delle protezioni costituzionali dei propri cittadini. Tuttavia non sono i soli e quasi tutti i governi sono pronti a minimizzare questi diritti se vi trovano un vantaggio sufficiente.

Più significativo il fatto che tutti questi regimi tengono da una parte un discorso sull’ordine, sull’importanza del rispetto del diritto, e d’altra parte adottano legislazioni la cui conseguenza evidente non può essere che quella di generare conflitti e disordine pubblico, come,  ad esempio la proibizione delle lingue minoritarie o il rifiuto di accesso a certi servizi per coloro che deviano dal modo di comportarsi della maggioranza. E come se fossero ciechi alle dinamiche che mettono in moto perseguendo questi due obiettivi contradditori. Il fatto è che la tentazione di trovare una soluzione facile, che piaccia alla maggioranza è quasi irresistibile.

Il primo maggio, quando il Paese era in piena crisi politica, senza governo, coi partiti fiamminghi e francofoni divisi più che mai, il parlamento belga ha votato all’unanimità (2) una legge che proibiva l’uso del velo integrale nei luoghi pubblici. È sempre possibile riappacificarsi contro gli altri.

Paul Dumouchel
Kyoto

Note

1. Chloé Leprince, “Burqa: les policiers non plus ne veulent pas d’une intertdiction” in Rue89 http://www.rue89.com

2. Esattamente 136 voti favorevoli e due astensioni su 138 deputati (i membri del Parlamento belga sono  150).

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14 Commenti

  • avatar fb scrive:

    Dopo la lettura, non poco faticosa, del ponderoso articolo del ch.mo ed esimio prof di Filosofia, mi pare di essermi, ancora una volta, imbattuto nell’ennesimo raffinato e squisito radical-chic della gauche più esclusiva e di nicchia , disquisente ognora su qualsiasi problema, anche il più palese,ovvio e risaputo, trasportandolo in iperuranii platonici, ben lungi dall’ignobile realtà quotidiana, tra spiralanti e fumosi ragionamenti, scanditi in cripto-linguaggi ermetici, interpretati solo da pochi e rari adepti. Quelli del tipo di Cacciari, Vattimo, Bobbio, Scalfari, ed altri minori, anche locali, di solito facenti parte della multiforme galassia del PD. Quelli che guardano solo films lituani con sottotitoli in lettone, vestono dimesso, spettinati, con barba incolta, mangiano solo etnico, si curano solo con l’omeopatìa, fanno il tipo per Fuksas. Dopo uno sproloquio di filosofia e sociologia della legislazione, che, per me, lascia il tempo che trova, il prof si chiede come mai procuri tanto prurito il burqa, ma non gli altri costumi tradizionali. Ad un troglodita occidentale mio pari la rispposta pare ovvia: perchè oscura e cancella una presenza umana, fisica,mente, socialmente, eticamente; ma io appartengo, insieme a milioni di altri ignoranti dell’Occidente, ad un gradino gerarchico infimo, nella cultura, nell’intelletto, nel raziocinio, non insegno filosofia morale a Kyoto. Alla fine, dopo bizantinismi e contorsioni verbali e razionali, ne risulta che, insomma, il burqa è più che lecito ed il torto sta invece dalla parte di chi lo vorrebbe vietare o perlomeno limitare. Un po’ come quando ci s’inorridisce per le lapidazioni e sempre i medesimi filosofi se ne escono con paragoni riguardanti le esecuzioni capitali in USA e nei paesi islamici alleati dei medesimi, in Cina e compagnia bella; insomma, se una porcheria infame viene perpetrata da una parte, dato che anche dall’altra si comportano nel medesimo modo, voltiamo la testa da un’altra parte ancora e andiamo avanti così. La tolleranza dell’intolleranza, insomma, la giustificazione di tutto e di tutti, in nome dell’agnosticismo più becero ed infame. Da quella parte ci sono ladri, spacciatori, stupratori ed assassini? Beh, e qui da noi forse mancano? Ed allora, di che ti preoccupi e di che vai cianciando, tutto il mondo è paese…

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  • avatar Violetta Valery scrive:

    Le origini del burqa risalgono al 1900 al tempo di Habibullah, sovrano dell’Afghanistan, che lo impose alle donne del suo harem per evitare che queste potessero attirare l’attenzione degli altri uomini. (Benedetta dabbenaggine del sovrano che non capiva che, proprio vestendo in quel modo, le sue donne avrebbero attirato molto di più di prima l’attenzione di chiunque!) Il costume si diffuse poi tra le donne dei ceti superiori, diventando un segno distintivo a cui aspiravano anche le donne dei ceti bassi.
    Con il tempo, questa usanza si perse e solo con l’arrivo del regime Talebano il burqa venne di nuovo imposto, come indumento obbligatorio per tutte le donne, con il solo scopo di limitare la libertà femminile per soddisfare le esigenze di una società maschilista. E’ facile, quindi, intuire che il burqa non ha origini di tipo religioso nè tradizionalistiche.
    Paul Dumouchel, nella sua lunghissima dissertazione circa l’opportunità di proibire o meno l’uso del burqa in pubblico, sottolinea molte volte il fatto che una legge siffatta rischierebbe di limitare ancor più la libertà delle donne islamiche, sostituendo, alla loro prigione da asporto, una prigione fissa costituita dalle mura di casa.
    La legge francese, oltre a prevedere sanzioni per chi indossa il burqa in pubblico, ne prevede anche per coloro che costringono le donne ad indossarlo;probabilmente il Legislatore conta sul fatto che le donne islamiche, trovino finalmente il coraggio di fuggire dalla prigione che gli uomini hanno costruito intorno a loro e lo trovino in nome di quella libertà che qualunque essere umano dotato di intelligenza invoca.

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  • avatar OMAR Puke58 scrive:

    URCA CHE POLPETTONE.
    Pero’ nella foto dell’articolo le donne NON vestono il burka ma il niqab , che visto dal vivo fa’ un po’ impressione come vidi a Londra quando incontrai una scolaresca, di quella che io immaginai essere una scuola per bambini islamici .
    I bambini in normale divisa scolastica le due maestre con il niqab.

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  • avatar fb scrive:

    La pratica femminile di coprirsi il volto deve essere molto antica, dato che ne parlano già Tertulliano per le arabe e Strabone per le persiane; per molti popoli mediorientali il viso della donna è la parte con cui essa maggiormente adesca i maschi, anche solo con lo sguardo, da cui l’esigenza del burqa completo. Ci sono anche alcune centinaia di donne ebraiche ultraortodosse, in Israele, che lo indossano, per preservare la loro castità, anche se i rabbini torcono il viso per tale pratica. Il burqa può avere, per parecchie donne, conseguenze mediche nefaste, come ipovitaminosi D, con osteoporosi da mancata esposizione agli ultravioletti, trasmettibile ad una prole fragile nello scheletro; inoltre sono da considerare attacchi di asma, di emicrania, per il calore insopportabile, dermatiti e dermatosi, problemi cardiaci ed anche mentali. Inoltre, la visuale è oltremodo ridotta, così come la percezione acustica e la sensazione della propria posizione e postura nello spazio circostante. Ma perchè i maschi islamici non indossano loro occhiali da sole scurissimi, quando incrociano lo sguardo peccaminoso delle loro donne?

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  • avatar Suor Malizia scrive:

    in queste ore, dai giornali:
    Svezia shock, xenofobi in Parlamento
    Centrodestra vince senza maggioranza

    a non voler essere realisti sulla questione degli stranieri succedono di queste cose, però uno da kyoto, giappone, uno dei paesi più chiusi del mondo, si mette a tavolino e, vivisezionando l’acqua con il bisturi, ci spiega la differenza tra leggi giuste e ingiuste. Ogni tanto costui dovrebbe mettere il naso fuori dalla porta, per prendere una boccata d’aria e di realtà.

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  • avatar Violetta Valery scrive:

    In nazioni come l’Italia e la Francia, in cui le donne se ne stanno sulla spiaggia spesso quasi nude, è molto difficile accettare di vedere altre donne coperte da capo a piedi ma, se riflettiamo bene, è difficile capire quale, delle due condizioni sia quella che offende maggiormente la dignità femminile. La sola differenza è che l’una è imposta mentre l’altra è frutto di una scelta e nel primo caso l’offesa viene inflitta da altri, mentre nel secondo caso è la donna che da sola si offende.

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    • avatar fb scrive:

      Aggiungici, Violetta, che l’esposizione al pubblico di seni, deretani ed affini, qui da noi, avviene solo per un paio di mesi all’anno, in spiaggia, o in piscina, comprese quelle coperte. Inoltre, non sono tutte le donne che indossano microbikini, ancor meno quelle con topless, che oramai ha fatto la sua epoca. E ad ogni modo, il tipo di costume da bagno, dalle nostre bimbe o signore indossato, non viene loro imposto dal marito o dal prete, in base ai nostri quattro Evangeli.

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  • avatar Quirino Cella scrive:

    Visto da troppo lontano, Paul. Dovresti avvicinarti un po’ di più e mettere a fuoco con l’osservazione diretta e l’esperienza più che ingarbugliarti nelle teorie.

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  • avatar carlo fetonti scrive:

    Faccio un ragionamento terra terra non da filosofo qual è l’autore dell’articolo.
    Si può vivere assieme agli altri senza responsabilità? No, ciascuno risponde di se stesso agli altri. Ci può essere responsabilità senza identificazione? Ovviamente no. Ci può essere identificazione con il burqa? Ovviamente no.
    Ma allora di che stiamo parlando? Non sarà che esiste anche il burqa del cervello di cui il nostro filosofo sia un utilizzatore?
    Avanti un altro che questo si è rotto…

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  • avatar Quirino Cella scrive:

    Viva Fetonti che, sfrecciando come un missile terra terra, ha colto nel segno. A volte basta poco per fare crollare i castelli di carte di certi filosofi.

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  • avatar roberto braglia scrive:

    La dissertazione del filosofo non fa una piega dal punto di vista teorico: la realtà, invece, può dissentire anche dalla migliore teoria! E questo vale per tutti i filosofi di tutti i paesi, a qualsiasi latitudine. Ma con tutti i problemi che ci sono sul nostro pianeta, è il caso di dissipare tanti sforzi per un problema così marginale come il viso coperto di donne islamiche? Con tutti i problemi che gli esodi di massa procurano, perchè ci si sofferma solo su quello delle donne velate? Solo perchè potrebbe verificarsi il caso che sotto il burqa si nasconde un terrorista? Mi sembra assai sperperante perderci tanto tempo da parte di tutti. Tempo che potrebbe tornare molto utile a cercare soluzioni per sfamare e dissetare tante persone. Il velo scomprirà spontaneamente col tempo e l’integrazione sociale!

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    • avatar fb scrive:

      Dissento dalla previsione di robeto braglia; secondo me, il velo rimarrà ancora a lungo come segno distintivo e pietra di paragone e dello scandalo per i musulmani immigrati, per demarcare e rimarcare la netta separazione tra noi e loro. Quando poi accadrà, sempre se avverrà, che diventassero una forte minoranza o addirittura la maggiornaza in un certo Paese, lo imporranno alle nostre donne, quale Nemesi storica delle solite trite ritrite scadute e muffite Crociate, che dopo secoli e secoli, ancora bruciano tanto a parecchi fanatici dell’Islam. Come se noi prendessimo a bastonate i turisti teutonici, in nome del fatto che distrussero l’Impero Romano, o gli spagnoli, che ci dominarono per lungo tempo, in modo indegno. Forse girano ancora gli ultimi dei Neanderthaliani, che stanno tramando tremende vendette contro di noi, discendenti del nemico Homo Sapiens sapiens.

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  • avatar Siegfried scrive:

    Vista la tolleranza ZERO di cui noi europei godiamo nei paesi arabi se non rispettiamo le loro tradizioni, penso che sia il minimo rendergli pan per focaccia!
    Tra l’altro è buona educazione che l’ospite si adegui alle tradizioni dell’ospitante, se non lo fà può tornare a casa sua anche subito!
    Della serie o sei ospite e ti integri o te ne vai a casa o ti disintegro!
    La stessa accoglienza che riservano a noi.
    La pazienza è terminata!

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