E se il picciotto prende la tessera di partito, anzi la pretende?

Pubblicato da Redazione il 18 settembre 2010 in Criminalità organizzata, Politica |

Daniele Emmanuello in una vecchio foto segnaletica.

Tre anni fa, un gruppo organizzato e vociferante di estranei alla politica, capitanati da un architetto parmigiano già socialista che qualche anno prima aveva patteggiato una condanna per truffa, tentava di entrare a viva forza in un piccolo partito. Accadeva a Parma.

Il metodo era quello solito: sventolare una tessera con il nome ancora fresca d’inchiostro. Nel 2007, a Parma, duecento neoiscritti a Italia dei valori cercano di condizionare l’esito del congresso opponendosi ai venti tesserati che avevano tirato la carretta dal momento in cui Antonio Di Pietro aveva gettato la toga per entrare in politica fino a quel giorno.

«Personaggi inguardabili volevano impossessarsi del partito escludendo persone che avevano lavorato con onestà e probità fino a quel momento», racconta Viliam Vernazza, uno dei venti pionieri. L’azione di forza, il golpe della maggioranza abborracciata e improvvisata, finisce nella cronaca locale, Oltre che sul tavolo di Antonio Di Pietro e Silvana Mura, cioè del capo e del suo braccio destro.

La grana è affidata a un commissario nominato dal vertice nazionale. Il quale prende una decisione salomonica: le opposte fazioni formino la lista di candidati metà per ciascuno. «Una presa in giro», spiega Vernazza, «dato che il partito non avrebbe potuto ottenere più di un eletto in consiglio comunale, era chiaro che i duecento avrebbero fatto eleggere uno di loro».

Embé? È la legge della democrazia. È la forza dei numeri. Chi ne ha di più, vince. Che cosa  ci trova di tanto strano, Vernazza?

«C’è che si sentiva puzza di malaffare: quelle facce, i loro nomi, i loro mestieri non erano raccomandabili, dal muratore all’imprenditore, erano troppi gli esponenti del ramo costruzioni». Andò come doveva andare. Fu eletta Gabriella Biacchi, titolare di un’agenzia immobiliare di Fornovo. Che nel frattempo ha lasciato il partito per formare un gruppo consigliare autonomo insieme a Maria Teresa Guarnieri, orfana di Elvio Ubaldi.

Bene, Vernazza, questa è storia vecchia e pure già raccontata. Perché tornare sull’argomento?

«Perché la cronaca recente dimostra, a distanza di tempo che i sospetti miei e di altri erano fondati: tra quei duecento iscritti di corsa per vincere un braccio di ferro interno, c’era della brutta gente. Nel dicembre dello scorso anno, la polizia di Gela, in collaborazione con diverse questure del Nord, tra le quali quella di Parma, ha sgominato una cosca mafiosa di Gela che faceva capo ai clan Emmanuello e Renzillo».

Ebbene? Che c’entra tutto questo con Parma?

«Il boss di Gela Daniele Emmanuello, ucciso lunedì scorso dalla polizia mentre tentava di sfuggire alla cattura dopo la scoperta del suo covo nelle campagne di Villarosa, si era esteso come una metastasi in diverse città del Nord, tra cui Parma: sette dei 41 arrestati nell’operazione Compendium costituivano una cellula dormiente nella nostra provincia e, stando alle cronache, tre dei sette arrestati, Orazio Infuso, Marco Carfì e Nunzio Alabiso risultavano candidati nelle liste Udeur per le elezioni amministrative del 2007 del Comune di Parma».

Udeur, il partito di Clemente Mastella. Che c’entra Italia dei valori?

«Al tempo ero nel direttivo regionale Idv e avevo accesso di diritto ai dati degli iscritti. Perciò sono in grado in affermare con certezza che, Angelo Eugenio di Bartolo, nato a Parma il 19 maggio 1977 e Marco Carfì, nato a Gela il 25 dicembre 1978, erano tra i circa 200 neo iscritti Idv; in più, Carfì era anche candidato Udeur. Carfì e Di Bartolo furono arrestati la mattina del 15 dicembre 2009 per associazione mafiosa finalizzata al controllo illecito degli appalti e dei subappalti, intermediazione abusiva di manodopera, traffico di stupefacenti, ricettazione, estorsione, danneggiamenti, riciclaggio di denaro sporco, detenzione e porto abusivo di armi e munizioni. Altri nomi di iscritti possono essere fatti risalire ad altri arrestati».

Speriamo che lei possa provare quanto afferma, in caso di contestazioni. Tornando ai giorni nostri, morale della favola?

«La mafia investe nella politica. Ma nell’amministrazione della cosa pubblica, qualcuno, anzi troppi, pensa che i soldi non puzzino e che i regali non vadano ricambiati».

Giudizio secco e tagliente. Quanto basta per riflettere e ragionarci sopra. Prima di prendere cappello e pensare che esistano ancora partiti al di sopra di ogni sospetto.



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3 Commenti

  • avatar jackbacc scrive:

    ciao corsari, ancora un bell’articolo per un blog che fa un’informazione migliore di tanti giornali e telegiornali.
    importante la testimonianza di Villiam Vernazza che fa riflettere.
    la criminalità organizzata avanza nel nostro territorio favorita dal nostro disinteresse e dal nostro egoismo.
    Alberto Bacchini

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  • avatar Capitano Achab scrive:

    …Alberto, quando lo Stato attraverso le sue Istituzioni ” si ritira” perchè “appalta”, “delocalizza” i suoi Ex-Servizi, secondo te chi subentra al suo posto?

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  • avatar Gesualdo Dominici scrive:

    Si, lo so, é veramente banale ricorrere all’odiatissimo – io l’avevo già detto oppure all’ipocrita – il tempo é galantuomo -. Ma non trovo altri argomenti per spiegare quale é ora il sentimento di chi allora (dal 2003 al 2007) tirava la carretta per un partito, l’Italia dei Valori, che faticava maledettamente anche a raccogliere le firme necessarie per partecipare alle elezioni. Di chi allora guardava inorridito quella banda di persone sconosciute che irrompeva volgarmente in un piccolo partito, l’Italia dei Valori, proprio alla vigilia delle elezioni comunali a Parma, per loro (cioé per la banda) così promettenti. Ma quella banda di sconosciuti portava tessere, prometteva voti, denaro, opportunità (l’architetto che conduceva quella banda aveva persino promesso di portare i due o tre architetti più conosciuti nel mondo intero per un magnifico convegno da organizzare a Salsomaggiore sul Liberty). A chi aveva fino ad allora tirato la carretta anche con la forza della propria mediocrità, non restava che arrendersi. Come ora non resta che il rimpianto per i valori perduti, forse per sempre. A Willy un grazie grande così per il coraggio e la coerenza.

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