Comprereste un salame da questo signore?
Marco Rosi, presidente di Parmacotto, con i figli.
«Sono a dir poco sconcertato dalle dichiarazioni del presidente di Parmacotto, che non ha nessuna remora a definire made in Italy un salame, fatto negli Stati Uniti, con carne prodotta negli Stati Uniti, solo perchè a farlo è un’industria italiana». Così il presidente regionale di Coldiretti Emilia-Romagna, Mauro Tonello, commenta con un comunicato le dichiarazioni del presidente di Parmacotto, Marco Rosi, apparse sul settimanale Panorama Economy, in cui parla del salame Finocchiana prodotta dalla sua industria nel New Jersey «che non teme il confronto con quella toscana». «Il concetto che possano essere etichettati come made in Italy prodotti derivati da materie agricole estere, solo perchè vengono lavorate da un’industria italiana, per di più su territorio estero – sostiene Tonello – è la negazione della qualità delle nostre produzioni. È proprio questa concezione che sta rafforzando una concorrenza sleale verso i produttori agricoli italiani, con la diffusione di falso made in Italy per un valore di oltre 50 miliardi di dollari. La logica del presidente di Parmacotto significherà chiusura delle aziende agricole italiane, perchè importeremo prodotto dall’estero, licenziamento dei lavoratori italiani, perchè delocalizzeremo l’industria in altri Paesi, inganno dei consumatori perchè si ritroveranno in tavola made in Italy fasullo».
Tonello si chiede «a chi conviene questa concezione di vita? È una domanda che rivolgiamo agli amministratori della cosa pubblica, ai produttori, agli industriali, ai consumatori. Ed è anche la domanda che nei prossimi giorni rivolgeremo a tutti i cittadini nelle piazze delle nostre città, a partire da Parma». (da Repubblica Parma on line, 9 settembre 2010)
Marco Rosi inaugura il nuovo stabilimento di Parmacotto.













non lasciamoci infinocchiare dalla sua finocchiana, facciamoglielo noi un bel salame… e bernazzoli non dice niente sulle eccellenze del territorio e il microclima e tutte le altre balle che spara tutti i giorni a destra e a sinistra? questo dimostra ciò che già sapevamo e cioè che si può fabbricare tutto dappertutto… liberi tutti, vai con il parmigiano nel Punjab dove lo esporteranno i casari indiani che lavorano alla bassa, vai con il salame di felino fatti con i gatti delle Filippine, vai con la mortadella neozelandese, vai con la fantasia, con la multinazionale dell’alimentare dove i nomi delle origini sono solo bei ricordi… per chi li ha… viva la coldiretti… e le altre due associazioni, quella di sinistra e quella dei feudatari, non dicono niente? va bene così o sono morte?
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Perchè viva la coldiretti, quella che vende il latte fresco più caro che il supermercato ? Quella che fa produrre finoa 40 litri di latte al giorno per vacca? Quella che sfora sulle quote latte e le multe le paghiamo noi ? Quella che distrugge ogni filare di piante perchè fa ombra al mais ? Quella che usa tonnellate di integratori e poi dice che la carne è controllata ? Quella che non ha mai pagato le tasse ? Potrei andare avanti in eterno….
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..è lo stesso delle aziende che anni addietro avevan problemi che poi deve aver risolto e rilanciato…ai tempi del Kalisto che non conosceva?:-) S’è quello…Credibbbbbile !
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A Danilo
d’accordo su tutto il resto, ma per la precisione ti devo correggere sul termine
“sinistra” che non esiste in quanto esistono una infinità di sinistre che poi sono tali solo perchè siedono alla sinistra del presidente dell’assemblea.Per cui se fai l’immagina speculare dell’assemblea la sinistra diventa destra e viceversa.Per essere più chiaro non esiste una definizione politica di “sinistra” uguale per tutti altrimenti non sarebbero divise e questo dal 1830 circa, quando naquero i termini “sinistra e destra”.Ovviamente tu avrai una definizione di sinistra che però è tua e pertanto rimane solo un’opinione. Le manine contorte,che visto l’argomento appariranno numerose, si limitano a dare un giudizio senza spiegare il perchè, pertanto ricordo che è una posizione di comodo che non dice assolutamente niente.Poi vi spiegherò perchè lo strumento è irrazionale ed è tipico dei partitofili cioè di quelli che non ragionano con la propria testa ma con la testa dei partiti. Ciao manine..
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Non capisco, forse il post di Carlo è finito nel posto sbagliato? O non sa se maneggiare il suo salame con la destra o la sinistra?
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Se la sua affermazione non viene smentita spiega esaurientemente insieme a Calistio Tanzi il livello culturale Industriale a Parma, cioè a livello dei radicchi siano essi americani o italiani.Augurandomi che sia solo un caso di demenza senile la domanda che ci si deve porre è la seguente ma il figlio che attualmente gestisce l’azienda perch’è non lo manda per funghi ?Sarebbe la sola cosa utile per il badget dell’azienda.
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La soluzione e’ molto semplice , se tenta di venderci i suoi salami americani:
CAS SIA MAGNA LO !!!!!!!!!
P.S. A Parma lo chiamano ironizzando ” el Bodgher”.
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Se non mi sbaglio, noi non possiamo esportare insaccati negli Stati Uniti, ma dobbiamo importare i loro salami via Rosi (e altri?). Questo a casa mia si chiama imperialismo. Alimentare? Culturale? No imperialismo punto.
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A Puke 58
Ca sia magna lu (parmigiano), è il minimo che si possa fare. Ma purtroppo è il danno all’immagine del made in italy che non può essere tollerata, quindi certe affermazioni incompetenti ed irresponsabili vanno zittite e combattute soprattutto
qui a Parma che fa dell’agroaalimentare la sua attività principale.E’ proprio da Parma che deve venire la risposta a certe aberrazioni.
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Carlo il Made in Italy e’ finito con la globalizzazione, quando si sono trasferite industrie all’estero, vedi Fiat , settore della moda, calzature ecc…. .
A quando il trasferimento di Ferrari , Maserati, Lamborghini ?
Temo sia un percorso inarrestabile , l’unica cosa che possiamo fare per combattere i ” fenomeni ” dell’articolo sia ignorarne i prodotti.
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mo abasta con ‘ste storie di microclimi e tipicità e food valley e tutte le altrte baggianate inventate dagli enogastronomi che ci campano sopra vivendo a sbafo, andatele a contare altrove… sarà meglio riempire budelli sintetici tra le fresche frasche del new jersey o qui all’ombra dell’inceneritore di uguzzolo ?… e poi là ce la food administration drug a controllare l’igiene, la salubrità e gli ingredienti, mica la usl che poi si scopre c’è sempre dentro un corrotto pronto a certificare di ogni in cambio di congrua mancia
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Constatato amaramente che vi stanno più a cuore i salami che le idee di un fascista che dà man forte a un fanatico che vuol bruciare il Corano e incendiare il mondo. Ma siamo/siete matti? Sarà che io non sono delle vostre parti e ho tanti amici musulmani rattristati da certi vostri post e che se non fossero prostrati dal digiuno del ramadan saprebbero darvi la lezione che meritate. Penitenziagite!
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Constato amaramente che la madre delle cretine e’ sempre incinta
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quale sarebbe, di grazia, la tanto meritata lezione che ci darebbero i suoi tolleranti amici musulmani?
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Incredibile. Se passa il principio di Rosi sull’alimentare, come sarà possibile difendere il made in Italy su un paio di mutande o calze prodotte in Cina da ditta italiana????
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Un pensierino lo dobbiamo fare: ma il salame del new jersey è buono come quello di Felino ? Perchè se fosse così allora, al di là della difesa delle tipicità del territorio e della tradizione sarebbe difficile difendere la qualità dei prodotti solo per la zona di provenienza. Io lo assaggerò. Ma se come credo è una schifezza allora bisogna denunciare Rosi per frode alimentare.
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Ma quello lì che regge il nastro e il moccolo a Rosi insieme a Vignali non è il gran difensore dei prodotti di nicchia e delle eccellenze del territorio, ossia sua eccellenza il presidente della provincia dottor Vincenzo Bernazzoli?
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Non difendo assolutamente la “finocchiona” americana di Rosi, che produrrà così il miglior salame “made in Usa”, però mi chiedo anche quale sarà il futuro dei prodotti made in Parma come il Prosciutto e il Parmigiano quando nel mezzo della nostra food valley avremo un bell’ inceneritore che brucierà 130000 Ton/annue di monnezza?
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Se Rosi confeziona la finocchiAna in New Jersey, la cosa mi sta bene; non altrettanto se accadesse la medesima cosa per la finocchiOna. Posso testimoniare, quale reduce da recentissinme ferie in Val d’Orcia, che, per me, il prosciutto di Parma ed il salame di Felino sono di molto, ma di molto “più migliori”, come dicono in parecchi, di quelli toscani. E i salumi nostrani, toscani, o di qualsiasi altra regione italiana, fabbricati fuori d’Italia, non varranno mai, gastronomicamente parlando, quelli indigeni. Se poi invece si ragiona economicamente, allora è un’altra cosa, si possono ammannire tutte le porcate che si vogliono, si trovano poi sempre dei Culettorosa pronti per l’acquisto ed il consumo.
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Ma smettiamola di affermare che l’inceneritore rovinerà l’ambiente. Allora chiudi tutte le fabbriche che hanno una ciminiera e che inquinano nello stesso modo.
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buona questa! ma te l’hanno venduta così o t’è venuta spontanea?
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Il signor Rosi come imprenditore fà i suoi interessi, ma purtroppo il problema è l’attuale legge italiana che permette di omettere sull’etichetta l’intera filiera produttiva del suino, ma solo dove è avvenuta la trasformazione. Questo vale per tutti i prodotti suini, tenendo conto che importiamo un 50% di carne suina “viva” dall’estero(Spagna,Olanda,Danimarca,Francia) senza sapere come è stata alimentata, trattata e quali sostanze, vietate in italia, abbiano assunto.
Il nostro è un lavoro fatto per metà, abbiamo un rigoroso disciplinare (pena copiose multe a 4 zeri) che indica le genetiche, l’alimentazione, i criteri di benessere animale e i prodotti farmaceutici consentiti e non abbiamo neanche la “soddisfazione” di vederlo scritto da nessuna parte.
L’Italia del settore agroalimentare e non solo è leader nella produzione di qualità ma pecca di intelligenza nel marketing nazionale…
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Ciao Marco.
Approfitto delle tue “lampanti” competenze in materia per farti una domanda:
C’è un punto preciso nella filiera, o meglio, nell’intero sistema della produzione e distribuzione di salumi in Italia, dove l’allevatore “nostrano” (che magari ha scelto di lavorare con criteri qualitativi elevati), incontra l’ostacolo,,,
la fregatura?
Oppure è come per la mafia? Che si snoda dal vicolo di quartiere fino alle più alte cariche in Roma, e in definitiva non sai mai con chi cazzo prendertela?
Un “punto” cospicuo, più nevralgico di altri insomma?
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A Puke
è proprio quello che sta cercando di fare il Sig. Parmacotto:: la globalizzazzione anche del” made in italy agroalimentare”.Puoi globalizare le scarpe o le automobili ma non il cibo che come dice Carlin Petrini è l’energia della vita. E il cibo appartiene indissolubilmente al territorio che è all’origine dei pregi o dei limiti del cibo.Slegare il cibo dal territorio è costruire dei prodotti senza personalità che c’impediscono di capire il mondo e la realtà in cui noi viviamo.Quelli che non vogliono capire fanno come Parmacotto.
A China 65
Guarda che la finocchiona prodotta in america può essere anche buona ,il problema è che la roba americana non può e non deve diventare Made in Italy,con la scusa che siamo noi Italiani a farlo,
perchè è una frode per definizione. Che cos’è una frode se non dichiarare una cosa per un’altra?
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Nella globalizzazione dell’agroalimentare, in questa truffa del made in Italy che non è fatto in Italia ci sono dentro tutti quelli che ci raccontano delle gran balle sulle nostre tipicità. Come il signor Auricchio, per esempio, che lo conbfessa candidamente in questo articolo pubblicato da Repubblica il 5 settembre, sei giorni fa. Un altro da sabotare non comprandogli la merce fasulla.
Copio e incollo.
Pasta e prosciutti di alta qualità anche con materie prime importate
Repubblica — 05 settembre 2010 pagina 20 sezione: CRONACA
MILANO – «Il made in Italy?È fatto di tecnologiae di trasformazione, non esclusivamente di materie prime locali». Giandomenico Auricchio, amministratore delegato di Auricchio spa, è il presidente di Federalimentare (20 associazioni di categoria, 6500 aziende, quella alimentare è la seconda industria del paese con 120 miliardi di fatturato e 470mila addetti). Dopo l’ inchiesta di Repubblica sul made in Italy taroccato e il cibo nostrano-importato, Auricchio difende le imprese che acquistano materie prime e semilavorati anche all’ esteroe li utilizzano per produrre alimenti “nazionali”. «Non solo non è una pratica illegale, ma è anche una garanzia di qualità del prodotto». Non è un malcostume, oltre che un danno per i nostri allevatori, vendere come locali prodotti ottenuti con materie prime che vengono da fuori? «Noi trasformiamo il 72% della produzione agricola nazionale. Vorremmo trasformare anche il restante 28% ma non è possibile perché viene venduto come fresco. Zucchine, carote, patate, carne fresca per esempio. La nostra produzione agricola non è sufficiente. Né a livello quantitativo né a livello qualitativo «. Che cosa ci manca, scusi, a livello qualitativo? «Per fare alcuni prodotti alimentari – come la pasta, il prosciutto cotto, l’ olio d’ oliva – c’ è bisogno di determinati standard qualitativi.E le materie prime che li possiedono non vengono tutte fatte in Italia. C’ è un problema di carenza». Risultato: importiamo per poi esportare. «Certo, ma non da oggi. È da 200 anni che l’ Italia importa dall’ Ucraina il grano duro con il maggior numero di proteine e glutine. Ma tutto il grano estero viene miscelato a grano nazionale. Importiamo solo la parte che ci manca. Per garantire standard stabili». Dunque, secondo lei, nessun danno? Nemmeno all’ immagine del tanto celebrato made in Italy? «La nostra industria alimentare tutela il consumatore italiano ma anche quello straniero. Nei primi 6 mesi dell’ anno all’ estero siamo cresciuti del 10%». Ma il consumatore non dovrebbe almeno leggere in etichetta che la pasta, il prosciutto, la mozzarella venduti come made in Italy sono fatti con grano, cosce di maiale e latte stranieri? «L’ etichettatura degli ingredienti è giusta se è volontaria. Tutte le aziende che vogliono valorizzare l’ origine delle materie prime, lo fanno già oggi. Se poi l’ Europa deciderà di rendere obbligatoria l’ etichetta, ci adegueremo. Per ora siamo neutrali: crediamo che non sia né positiva né negativa». Gli allevatori e i pastori hanno l’ acqua alla gola e sono sul piede di guerra. «Il latte italiano mica lo lasciamo marcire. Trasformiamo il 100% di quello prodotto. Ma non è sufficiente. Magari avessimo abbastanza materia prima per fare tutto quello di cui abbiamo bisogno. Il problema vero sono i prezzi. Quelli italiani sono mediamente più alti di quelli europei. È questo il vero grosso svantaggio competitivo». Che consigli dà a chi va a fare la spesa? «Prendere sempre prodotti di marca. Diffidare dei primi prezzi e dei prodotti che costano troppo poco». PAOLO BERIZZI
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Qualunque prodotto alimentare che viene confezionato in Italia diventa automaticamente italiano come scritto nel post sopra. In realtà sarebbe ora di finirla di considerare i prodotti alimentari in funzione della loro provenienza geografica e non della loro qualità intrinseca. L’equazione prodotto a Fidenza (Italia) uguale buono non è sempre vera. Nel settore alimentare girano molte leggende che il consumatore medio considera vere e che in realtà sono delle gran fregnacce. Tipo il km zero e via dicendo. In generale meglio seguire quello che dice
Auricchio di quello che affermano Coldiretti o Coop o altre GDO.
Auricchio dice molte cose vere e i suoi consigli sono ottimi e andrebbero seguiti.
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il ragionamento di Auricchio ricalca il ragionamento di Parmacotto (Rosi) e conferma, oltre la mancanza di cultura del territorio come elemento identificativo dei prodotti e delle loro diversità, anche la sua miopia industriale.L’obbligotorietà della specificazione dei costituenti e della loro provenienza e lo strumento che permette d’identificare i prodotti di più alta qualità
vale a dire quelli italiani e pertanto non si può essere neutri su questo punto come afferma il sig Auricchio. Perchè i francesi si sono battutti per rivendicare il nome Champagne solo per il loro vino per cui non si può neanche mettere in etichetta le definizione “prodotto con metodo champenoise” (nome che richiama quello di Champagne) se non per legare il loro prodotto al territorio?Evidentemente gl’interessi di bottega del sig Auricchio e deil sig Rosi vengono prima dell’interesse della produzione agroalimentare Italiana.Questo perchè sia chiaro a tutti.
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A Costantino
Tanto per chiarire
Chi ha mai detto che il prodotto di Fidenza sia necessariamente buono? Rivendichiamo la semplice logica affermazione che il prodotto sia legato al territorio che l’ha prodotto anche per capire le differenze dei territori e per capire quindi il mondo in cui viviamo.In Italia poi si da il caso che i vari territori siano produttori di prodotti che sono eccezionali nel mondo.Uno può fare un salame con carne cinese e macchine italiane ma non può spacciarlo per made in italy per il semplice motivo che la carne non è italiana.Made in italy deve voler dire che è fatto solo con prodotti italiani. Un salame non è una scarpa .Quindi le Fregnacce le dicono il sig Auricchio e il Sig Rosi.
Pe quanto riguarda il Km zero, ovviamente non può essere un assoluto ma un ragionevole comportamento che in determinate condizioni garantisce una maggior freschezza,minor costo per il minor percorso, risparmio energetico e conseguentemente minor inquinamento e minore produzione di CO2.Ti sembrano tutte fregnacce?
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Caro Fetonti, ma sarai tu ?, alcune precisazioni.
1) Auricchio ha solo illustrato il sistema italiano di etichettatura, che io non amo, ma non lo ha incensato, anzi se fosse per lui userebbe solo prodotto italiano
2) La produzione italiana non è sufficiente per sfamarci tutti. Per cui il cosidetto prodotto km basta solo per sfamare i ricchi. Non ti facevo così classista
3) Sarei molto cauto ad affermare che il prodotto km zero sia più sostenibile di uno prodotto in altra area geografica. Molto ma molto cauto. Perchè la sostenibilità non si calcola solo sul trasporto del prodotto finito, ma si calcola considerando tutti i fattori che concorrono alla sua produzione. E spesso si hanno sorprese. Per esempio su un Kg di spaghetti il consumo energetico per la sua cottura è il triplo di quanto speso per tutte le altre operazioni. Per cui se usi il concetto di sostenibilità è meglio documentarsi a fondo
4) La parola fregnacce la uso per tutti quei luoghi comuni che leggo scritti da gente che non sa nemmeno di cosa parla. La sostenibilità è una scienza nuova e viene spesso usata per fare profitto dai membri del cosidetto “racket ambientale” o da quelli che fanno “green washing”.
E la lista è molto lunga
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Tonello ha mille ragioni ma bisogna arrendersi all’evidenza sperimentale:quanti Rosi ci sono nella nostra industria agroalimentare? Molti, moltissimi che non sono mai stati pubblicamente citati: dal Trentino alla Sicilia! In Emilia le cose si vengono a sapere (esiste una specie di monitoraggio) ma in Trentino, Campania, Puglia, etc chi parla o denuncia queste cose? Sono tutte balle quelle del prodotto genuino (vedi anche agroalimentare olandese, danese o tedesco) : è il dio dollaro quello che interessa l’imprenditore di questa come di altre categorie.
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a Davide.
In italia esistono solo 2 tipi di categorie di allevamento suinicolo, quelli che rientarno nel consorzio del preosciutto di Parma e quelli che ne stanno fuori.
Preciso che chi decide di far parte del “Parma” oltre che seguire il disciplinare sanitario dettato dall’USL regionale, deve rispettare un regolamento interno del consorzio che ne perfeziona allevamento e macellazione.
Ma è proprio il disciplinare sanitario dell’USL (quello emiliano è il più rigido) che comporta costi produttivi più alti non permettendo l’utilizzo di sottoprodotti alimentari (meno costosi) e costi gestionali elevati per rispettare il benessere animale.
Da allevatore può andarmi bene per un discorso di qualità, ma non trovo giusto poi che vengano importate carni suine estere senza sapere nulla sulla loro filiera produttiva e poi tutto alla fine viene messo nello stesso “calderone” etichettato made in italy.
E’ il raggiro legale che lo permette facendo così ingrassare sempre i soliti a discapito di rovinarci un nome per la qualità italiana conosciuto fino in giappone.
Per quanto riguarda la mafia… il Parma ha prodotto nel 2007 il 30% di prosciutti in più rispetto alle coscie prodotte in italia…
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A Costantino
e chi vuoi che sia?
1)Se vuoi discutere con me stai ai fatti e non dare giudizi come “Per cui se usi il concetto di sostenibilità è meglio documentarsi a fondo”.I giudizi non mi interessano poichè anche i cretini possono dare dei giudizi.Per quanto riguarda Auricchio non contesto la logica del suo ragionamento ,ma la sua ” neutralità”
sull’obbligatorietà dell’etichettatura, cosa indispensabile per avere un consumatore responsabile ed evitare quelle truffe mascherate,tanto per fare un esempio, tipo il “Parmezan” senza il territorio di provenienza.
2)Sul termine “classista” vale quanto detto sopra sui giudizi.
Per quale motivo un prodotto che ha fatto mille km su un Tir e quattro o cinque passagi prima di arrivare sul mercato dovrebbe costare di meno di un prodotto a km zero?
3) perchè non ti mangi gli spaghetti crudi? Ovviamente il consumo energetico della cottura è una costante insopprimibile,stiamo discutendo,invece dei risparmi energetici.
4)Le regole o le cose che servono a fare profitto solo a pochi ( Raket eccet..)
non appartengono per definizione al concetto di sostenibilità che è finalizzata a tutti o non è tale.Tanto per capirci io faccio parta dei Gas (Gruppo di Aquisto Solidali) ‘promoviamo il biologico che inizialmente ha un costo leggermente superiore. L’aumento dei prezzi che può avvenire inizialmente per la domanda eccessiva tende poi a sparire con l’aumento delle produzioni.Alla fine tutti mangeremo meglio e con prodotti sostenibili.Purtroppo finchè devi passare nella regola della domanda e dell’offerta questi passaggi che a volte possono essere anche lunghi,sono inevitabili.
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1) Sono d’accordo che l’etichetta dovrebbe riportare l’indicazione di dove è stato coltivato o allevato un prodotto alimentare
2) ripeto il km zero non ti garantisce che un prodotto sia più sostenibile di un altro. I fattori che concorrono alla sostenibilità sono molteplici e il trasporto è sicuramente uno dei minori.
3) l’esempio della pasta era fatto solo per dire che spesso operazioni banali consumano più energia di quanto si pensi. In ogni caso si può essere più sostenibili usando meno acqua per cuocere la pasta (tipo 1 litro per kg) o meglio cuocendola come il riso, aggiungendo l’acqua poco alla volta. Per cui come vedi si può lavorare su tanti aspetti. Il problema è capire quali sono incisivi e quali sono solo pubblicitari.
4) se vuoi essere sostenibile non puoi mangiare biologico che è molto più impattante di una produzione tradizionale. Sarà strano ma è così. Questa è una delle tante credenze spacciate dalla finta informazione.
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A Costantino
1)Sulla faccenda dell’etichettatura vallo a dire ad Auricchio che si è dichiarato “neutro” sull’obbligo di etichettatura.Non stavamo parlando di te ma di Auricchio o non te ne sei accorto ?
2) certo che il trasporto non è la voce principale perchè il peso sul costo è dovuto principalmente ai passaggi per cui in Germania le arance costano di meno che in Italia.Solo a Km zero non hai passaggi o no?
3)Per quanto riguarda la cottura io cuocio la pasta come dici tu ,detto questo c’è un consumo minimo energatico che non puoi eliminare.Io ho parlato dei costi energetici eliminaili che ovviamente sono un altra cosa.
4)Impattante è una parola che deriva da impattare cioè”chiudere alla pari” o “reggere alla pari” e quindi non può avere significato negativo come tu vorresti attribuirgli.Quindi sei tu che stai facendo una finta informazione.
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Ma i salami sono buoni perchè prodotti in Italia.? Con maiali allevati somministrando anche farina di pesce per esempio ( protocollo di produzione prosciutto di parma ne consente l’uso !!!!! ) Auguri !!
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Hai ragione riscrivo: se vuoi essere sostenibile non puoi mangiare biologico che è un sistema di produzione meno sostenibile di uno tradizionale.
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Non saprei se fosse conveniente la farina di pesce in italia… a 140-170€ al quintale….
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A Costantino
prendo atto che ti è rimasto solo un argomento fra i tanti tirati in ballo che mi contesti ma come faccio a risponderti se ,e te l’ho gia fatto notare,mi dai un giudizio “biologico che è un sistema di produzione meno sostenibile di uno tradizionale” e non mi spieghi il perchè? Quando si da un giudizio occorre dire anche il perchè se no si usa il linguaggio dei partiti cioè si danno dei giudizi e delle opinioni senza giustificazioni.
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A Frederick
se mi ricordo bene i maiali per il prosciutto di Parma devono essere alimentati per legge all’80% con mais, e il il maiale è omnivoro e non un erbivoro.Quindi non ci vedo una cosa eccessivamente grave anche se ovviamente migliorabile…
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Ne basta 1% nella miscela di scfarinati, per cui il prezzo, data la resa , è quasi ininfluente.
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X sig Carlo. Invece di andare a memoria vada a leggersi cosa prevede il regolamento del Consorzio prosciutto di Parma. E lo legga tutto. E non è grave che si usi farina di pesce? O per esempio tonnellate di antibiotici che hanno addirittura inquinato le falde acquifere mantovane dove gli allevamenti di maiali abbondano? Smettiamola di difendere l’indifendibile e di farci prendere in giro dal marketing dei colrivatori diretti e soci. E aboliamo la parola ‘nostrano’ che non significa proprio niente. E basasiamoci per i nostri giudizi solo su analisi scentifiche reali e non teleguidate.
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Carlo se vuoi ne discutiamo a tavola la prossima serata di Nave Corsara.
Alle altre osservazioni non hai risposto. Perchè km zero è uno slogan pubblicitario ma non significa nulla.
Un vero km zero significa che tutti gli strumenti per la produzione della derrata alimentare (grano, insalata, etc.) sono stati prodotti in loco. Ma questo non è vero.
Per esempio le macchine agricole, i fertilizzanti, i prodotti per la difesa, le sementi e via dicendo difficilmente l’agricoltore se li produce in casa. E vuoi non considerare questo nel bilancio di CO2 emessa ? o di energia consumata ?
Esempio banale se fai il biologico usi come insetticida l’Azadiractina ( o estratto di Neem) prodotto che arriva quasi tutto dall’Asia e quindi costa in trasporto molto più di un insetticida prodotto in Italia.
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A Costantino
Hai ragione io mi faccio l’insalata nel mio orto,non la vendo e non te la faccio assaggiare perchè il letame che uso me lo portano da 1,5 Km di distanza e quindi non è a km zero.Mica male come logica…
Ne discutiamo quando vuoi.
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A Frederick
L’informazione sull’alimentazione dei maiali da prosciutto mi era stata data da un signore di Torrechiara (zona di Langhirano)che frequentava due volte alla settimana un socio di un caseificio.Parliamo però di oltre 15 anni fa quindi probabilmente il disciplinare è stato modificato in modo sicuramente peggiorativo.Sugli antibiotici ovviamente sono d’accordo e che non sono,copevolmente, citati nel disciplinare.
Per quanto riguarda i giudizi non puoi farli su analisi di prodotti costruiti con disciplinare così generico ed impreciso se non e solo per certe sostanze .Sarebbe comunque interessante confrontare il nostro disciplinare con quello con cui vengono fatti i prosciutti olandesi che mi risulta molto importati in Italia.Non parliamo poi dei prodotti Ogm che non sono citati ne nel diciplinare dei Prosciutti ne in quello del Pamigiano.
Ovviamente il nuovo disciplinare non mi piace perchè troppo generico,comunque
noto che non hai spiegato perchè la farina di pesce sarebbe negativa.E’ un problema di antibiotici?
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X sig Carlo. Se ne avrà lo possibilità dovrebbe assaggiare la carne fresca di maiali per esempio Danesi, allevati secondo un criterio completamente diverso dal nostro, in spazi molto più grandi , dove si ammalano meno, e per più tempo, senza spingere l’ingrasso contando i minuti , ma lasciando che la carne ed il grasso si formi secondo leggi e tempi più naturali. Sarebbe stupito di risentire gusti che qui da noi sono scomparsi da qualche decennio. Per quanto riguarda la farina di pesce, lascia stascichi della sua presenza sia in termini olfattivi che di gusto.
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A Frederick
sperando che lo legga.
Siccome mangio “abbastanza salumi” l’argomento ovviamente m’interessa.Ho fatto un pò di ricerca su internet ed i dati raccolti sollevano molti dubbi sui maiali danesi.
1)La Danimarca è molto piu piccola del nord italia.
2)
L’allevamento all’aperto (documento di cui purtroppo non ho la data precisa e quindi da verficare)
“Diffusione
La terra d’origine dell’allevamento dei suini all’aperto è l’Inghilterra. La vi sono, grazie al clima mite e le moderate variazioni di temperatura, sia d’estate che d’inverno, le condizioni ideali per l’allevamento dei suini in modo economico e rispettoso delle esigenze etologiche degli animali. L’allevamento all’aperto in Inghilterra (Outdoor) interessa già da molti anni il 20-25% dei suini. Altri paesi ove l’allevamento all’aperto è diffuso sono la Francia con il 10%, la Danimarca con circa il 7% degli allevamenti.
In Italia ci sono alcuni allevatori con 30-80 scrofe mentre in numero maggiore sono quelli che hanno da 10 a 30 scrofe all’aperto”
3) Per allevare completamente all’aperto dei maiali occorrono 10000 m2 (un ettaro)
per 15 maiali per non avere inquinamenti eccessivi di azoto sul terreno
4) In Danimarca non hanno nemmeno una DOP quindi senza diciplinare?
5) Anche in Italia ci sono allevamenti all’aperto.
6)La DOP del prosciutto di Modena (quello di Parma non chiaro sull’argomento e lo
lo lascio in sospeso) prevede 1% di farina di pesce fino ad 80kg da 80 fino ad 160 è vietata e quindi non credo che possa avere molta influenza sul gusto.
Ovviamente sono d’accordo che più l’allevamento è all’aperto e più è meglio, ma ovviamente mi sembra ragionevole considerare i maiali danesi all’aperto è ancora un prodotto di nicchia e quindi per pochi.Mentre la maggioranza dei prosciutti che arrivano in Italia dalla Danimarca sono ragionevolmente di qualità inferiore a quelli Italiani.
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Sig Carlo, mi da molto fastidio quando mi si fanno dire sciocchezze che nemmeno una mia unglia potrebbe pensare.!!! Ho mai parlato di allevamento all’aperto ? Assolutamente no.! Quindi la sua è un’inutile provocazione. Ho mai parlato di prosciutti danesi? Assolutamente no, ma solo di carne fresca. Impari a leggere per favore.
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A Frederick
é chiaro dal mio ragionamento,sono partito dai salumi che io consumo, che avendo letto male il tuo scritto ho frainteso il soggetto in discussione,altrimenti non avrei fatto tutte quelle ricerche che hanno comunque il suo valore.Tu sarai uno che legge sempre bene ma certamente non sai distinguere un equivoco da una provocazione.Comunque leggerò in futuro con molta attenzione uno che legge sempre bene.
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Per la precisione e per favore
Non hai parlato dei prosciutti danesi, ma hai criticato i prosciutti di Parma e quindi parlando dell’argomento non penso di essere andato fuori tema.Su questo confermo il giudizio che senza disconoscere il valore di una abolizione delle farine di pesce,non mi risulta qualcuno che a livello mondiale abbia accusato i nostri prosciutti di sapere di pesce.Che mi sia letto il disciplinare è ovvio.
Ho interpretato”spazi più grandi”,erroneamente ma purtroppo io sono uno che sbaglia, con spazio all’aperto ciò non toglie che citando maiali allevati all’aperto parlavo di carne ,a parità di alimentazione,sicuramente migliore delle carni danesi alle vate solo in spazi solo più aperti.Quindi ero in tema e non può essere che ti io ti abbia fatto dire delle sciocchezze poichè la mia interpretazione poneva le carni danesi in una posizione migliorativa rispetto alla realtà.Questa è la dimostrazione della mia buna fede e
che non basta leggere,occorre anche capire quello che si legge.
Per quanto riguarda le carni fresche danesi da te elogiate in modo certo e di cui io non ho parlato e che non voglio certamente evitare tu hai dato un giudizio basato evidentemente su documentazione,come ho fatto io nelle mie argomentazioni.Siamo interessati a conoscerle magari con il relativo disciplinare di produzione.
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La farina di pesce non crea nessun problema agli animali che la trovano nei loro mangimi, ne tantomeno alla loro carne.
Lascia solo perplessi (!!) scoprire che prodotti tipici, come il prosciutto di Parma, ammettano nel loro disciplinare alimenti che non sono certo tradizionalie tantomeno locali.
E poi si viene a parlare di km zero !!!
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Reputo il suo commento corretto e in linea con il mio pensiero, se le può interessare sig Costantino.
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Direi che concordo con Costantino che la farina di pesce sarebbe meglio eliminarla,come sarebbe auspicabili e possibili miglioramenti sulla vita degli animali. Devo aggiungere purtroppo,come ho già riferito in un altro post che i disciplinari del parmigiano e del prosciutto non dicono niente,a mia conoscenza e cosa da ricontrollare, sugli OGM che per adesso non sono a Km zero ma con questo andazzo potrebbero diventarlo….
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